Corea 1951 , l’Ospedale da Campo N.ro 68 il ritorno dell’Italia sulla scena Internazionale
Il contesto
Scoppiata la guerra nel giugno 1950 lungo il 38° parallelo, gli Stati Uniti fecero pressioni sull’Italia perché inviasse un contingente militare. Tuttavia, Alcide De Gasperi convinse Washington che l’Italia era in grado di allestire solo un ospedale da campo, e non un contingente combattente.
Nel 1950 l’Italia si trovava in una posizione estremamente delicata sul piano internazionale: era ancora fuori dall’ONU, aveva la questione di Trieste irrisolta, era alle prese con le limitazioni al riarmo imposte dal trattato di pace e tentava di ottenere un seggio alle Nazioni Unite aggirando il veto sovietico. Era, in sostanza, ancora una nazione sconfitta e sotto osservazione.
La missione
Nel settembre 1951 il nucleo sanitario partì per Yong Dung Po, un sobborgo di Seul, con l’equipaggiamento per 200 posti letto e 71 volontari, tra medici, infermiere e personale tecnico. Il personale era composto da sette ufficiali medici, un ufficiale farmacista, un cappellano militare, due ufficiali commissari e sei infermiere volontarie.
L’unità si insediò a Seul nel dicembre 1951, installando quello che sarebbe diventato il celebre Ospedale da Campo n. 68, ribattezzato dai coreani, con affetto, “Guardaunpò” (storpiatura italianizzata del nome del quartiere).
L’attività umanitaria
L’ospedale rimase attivo fino al gennaio 1955 (alcune fonti indicano la chiusura decisa per il 31 dicembre 1954), curando civili coreani, militari e persone di tutte le parti belligeranti. Oltre 200.000 pazienti vennero assistiti, a testimonianza dell’azione umanitaria, della neutralità e dell’imparzialità della CRI.
Un momento particolarmente simbolico fu la partecipazione del maggiore Fabio Pennacchi, comandante dell’ospedale, alla firma dell’armistizio di Panmunjom avvenuta il 27 luglio 1953, che pose fine al conflitto.
I problemi in Italia
La missione fu costantemente frenata da conflitti interni al governo, soprattutto con il Ministero del Tesoro (guidato da Giuseppe Pella), riluttante a finanziare gli stipendi e il personale medico qualificato.
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Il 30 novembre 1952 un incendio di origine imprecisata distrusse gran parte della struttura originaria.
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Paradossalmente, l’ambasciatore italiano che chiedeva la rimozione del primo comandante non comprendeva appieno il valore della missione umanitaria verso i civili poveri di Seul, arrivando a considerarla quasi un problema d’immagine.
Memoria e riconoscimento
Nonostante l’importanza storica, l’episodio resta poco conosciuto in Italia e non se ne trova traccia nei manuali scolastici. In Corea del Sud, invece, il contributo italiano è ancora oggi ricordato e celebrato: “Gli italiani dell’ospedale da campo 68 furono gli angeli venuti a salvare la vita ai coreani” (come ha affermato un ufficiale sudcoreano nella prefazione di un libro dedicato alla vicenda). Periodicamente si tengono cerimonie commemorative tra veterani e discendenti, sia in Italia sia in Corea.
Perché la missione fu significativa
L’invio dell’ospedale rappresentò il primo impiego italiano all’estero dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Non a caso, chi ha studiato la vicenda sottolinea che la posta in gioco fu politica prima che umanitaria. Il punto più alto e simbolico di questo percorso fu proprio il ruolo di Pennacchi il 27 luglio 1953: non era lì solo come medico, ma fu inviato dall’Ambasciata italiana come Ministro Plenipotenziario alla firma dell’armistizio, assumendo un ruolo diplomatico ufficiale a tutti gli effetti.
Il collegamento con l’ammissione all’ONU
Una fonte lo esplicita direttamente: la partecipazione di Pennacchi alla firma dell’armistizio rappresentò un passo importante per il riconoscimento internazionale dell’Italia nel dopoguerra. Il 14 dicembre 1955 l’Italia venne finalmente ammessa come membro delle Nazioni Unite, in parte anche grazie al contributo della missione in Corea.
I motivi per cui passò sotto traccia
Il contesto politico interno era esplosivo. L’Italia aveva ancora questioni aperte come Trieste e la richiesta di ammissione all’ONU, rimasta congelata, e non voleva esporsi inviando un segnale che potesse sembrare un impegno bellico. Sul fronte interno, la sinistra era mobilitata contro qualsiasi coinvolgimento nella guerra: quando l’ospedale fu annunciato, alcuni giornali lo denunciarono come una rottura della neutralità italiana, arrivando a parlare di un passaggio allo status di “paese belligerante”. Il governo doveva quindi rassicurare contemporaneamente gli Stati Uniti (dimostrando solidarietà concreta) e l’opposizione interna (chiarendo che non si trattava di un atto di guerra).
I meccanismi concreti del basso profilo si tradussero in episodi specifici:
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La visita del sottosegretario Brusasca (ottobre 1952) fu definita “quasi clandestina”: il governo evitò deliberatamente di dare pubblicità al viaggio di un proprio esponente politico, temendo interpretazioni sbagliate.
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La consegna delle decorazioni al primo comandante rimosso fu organizzata senza cerimonia pubblica: la medaglia ONU gli fu consegnata privatamente a Napoli da un ufficiale americano.
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La delega alla firma dell’armistizio di Panmunjeom fu comunicata con un dispaccio segreto: il governo scelse di farsi rappresentare dal comandante dell’ospedale proprio perché formalmente l’Italia non era un paese belligerante, sfruttando la struttura come schermo per mantenere i rapporti con gli alleati senza esporsi internamente.
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Il rientro finale nel gennaio 1955 avvenne “in sordina”: un semplice comunicato stampa registrò l’arrivo a Ciampino del personale, accolto da poche autorità e senza cerimonie di rilievo.
Il paradosso finale
Il governo, pur avendo ottenuto un discreto ritorno d’immagine internazionale (elogi dall’ONU, dal governo coreano e dagli USA), scelse di non capitalizzarlo in patria neppure dopo la fine della missione. Solo nel dicembre 1956 — oltre un anno e mezzo dopo la chiusura dell’ospedale — l’Italia stabilì relazioni diplomatiche con la Corea del Sud, e lo fece con un impegno visibilmente scarso (il primo console dovette attendere mesi in albergo prima di ottenere l’accredito).
I Comandanti
Ci furono due comandanti nel corso dei quasi quattro anni di attività dell’ospedale.
Il primo comandante: Luigi Coia (1951-1952) Fu il capitano medico Luigi Coia a guidare l’ospedale nella fase iniziale. Secondo le fonti, venne rimosso per non essere stato in grado di organizzare adeguatamente la struttura, anche a seguito di un articolo di Indro Montanelli sul Corriere della Sera (16 febbraio 1952) che denunciava la disorganizzazione del reparto. Inoltre, l’ambasciatore italiano a Tokyo, in una lettera riservata del 13 giugno 1952, parlò apertamente di “pericoloso fallimento per il prestigio nazionale”, riferendo accuse di incompetenza, mercato nero di medicinali e altri abusi. Il comandante fu infine rimpatriato e radiato dalla Croce Rossa per incapacità. Quindi la sua sostituzione non fu un normale avvicendamento, ma una mossa d’emergenza voluta direttamente da De Gasperi per evitare uno scandalo pubblico.
Fabio Pennacchi (1952-1954), la figura più nota Il 17 settembre 1952 Coia fu sostituito dal maggiore medico Fabio Pennacchi, la figura più celebre legata all’Ospedale 68.
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Chi era: Nato ad Assisi, prima di partire per la Corea aveva lavorato come medico all’ospedale di Perugia, dove aveva ottenuto la libera docenza in neuropsichiatria e la direzione dell’ospedale. Era figlio dello storico del francescanesimo Francesco Pennacchi.
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Il comando in Corea: Promosso maggiore, restò al comando fino al 31 maggio 1954, distinguendosi per l’enorme dedizione verso i feriti e la popolazione locale.
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Dopo la Corea: Raggiunto il grado di generale medico, ricoprì diversi incarichi nel Corpo Militare della CRI, tra cui quello di Ispettore Superiore e presidente della Commissione Medica. Morì a Perugia il 23 agosto 1988.
Oggi la sua memoria è mantenuta viva dal nipote ed erede, lo scrittore Massimo Zubboli, e celebrata sia ad Assisi sia in Corea del Sud, dove nel 2021 una delegazione coreana ha reso omaggio al lavoro suo e dei suoi collaboratori.
La fonte principale
L’articolo si basa sul saggio di Alessandro Polsi (Università di Pisa), “Un intervento sottotraccia. L’ospedale della Croce rossa italiana in Corea (1950-55)”, pubblicato in Silvia Salvatici e Annalisa Urbano (a cura di), L’Italia repubblicana e gli aiuti internazionali, Firenze University Press, 2024. Il lavoro utilizza i documenti dell’Archivio Centrale dello Stato (fondo Croce Rossa Italiana) e dell’Archivio Storico Diplomatico del Ministero degli Esteri.ù
Inoltre e’ stato consultato il sito della CRI in particolare questo articolo : https://cri.it/2016/06/16/gli-italiani-nella-guerra-di-corea-lospedale-cri-n68/
Alcune immagini dell’Ospedale tratte dal sito della CRI

