Dimenticati dalla patria: il destino disuguale dei profughi italiani da Istria, Tunisia e Libia
La mia compagna Giovanna era figlia di profughi Italiani dalla Tunisia e mi raccontava l’odissea dei profughi Italiani dalla Tunisia , arrivati in Italia e trattati da cittadini di serie B anche in riferimento al trattamento ricevuto dai profughi da altre nazioni , questo articolo lungi dal voler riaprire ferite ormai rimarginate vuole accendere un faro sui diversi trattamenti ricevuti dalle varie comunità di profughi Italiani al momento del loro rientro in Italia .
Le vicende del Novecento hanno segnato la fine del secolare radicamento di comunità italiane fuori dai confini nazionali. Tuttavia, accostare le storie dei profughi istriani, giuliani e dalmati, dei rimpatriati dalla Tunisia e degli espulsi dalla Libia svela una verità amara: a seconda della geografia e della geopolitica, lo Stato italiano ha riservato a questi connazionali trattamenti profondamente diversi, oscillando tra il riconoscimento faticoso e la totale rimozione.
I profughi istriani, giuliani e dalmati: l’esodo di massa e la ferita della cortina di ferro
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con il passaggio dei territori orientali alla Jugoslavia di Tito, tra le 250.000 e le 350.000 persone furono costrette a fuggire per evitare le persecuzioni e le foibe.
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L’accoglienza: Fu segnata da enormi difficoltà e forti tensioni sociali. I profughi vennero ammassati in oltre cento Centri Raccolta Profughi (CRP) ricavati da ex caserme, campi di prigionia bellici dismessi (come a Padriciano, già campo di prigionia austro-ungarico) e persino in vagoni ferroviari.
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Il clima politico: Inizialmente accolti con diffidenza o ostilità da una parte della sinistra istituzionale (che vedeva in loro un imbarazzante prodotto del fascismo di confine o guardava con simpatia alla Jugoslavia comunista), pagarono il prezzo di una lunga rimozione della memoria nazionale.
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Il riconoscimento: A causa della drammatica portata geopolitica del loro esodo, la loro causa divenne col tempo una questione centrale del dibattito pubblico, sfociando decenni dopo in leggi specifiche di indennizzo e nell’istituzione del Giorno del Ricordo.
Quindi a differenza dei profughi tunisini o libici – per i quali l’accesso al lavoro in Italia fu spesso un percorso a ostacoli, fatto di ripartenze dal basso, arrangiamenti e lunghi contenziosi per i risarcimenti dei beni perduti – gli esuli istriani, fiumani e dalmati beneficiarono effettivamente di norme speciali e corsie preferenziali per l’inserimento nei ruoli dello Stato.
Questo trattamento fu disciplinato principalmente da specifici provvedimenti legislativi del dopoguerra, tra cui spicca la Legge n. 137 del 4 marzo 1952 (e successive integrazioni):
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I posti riservati nella Pubblica Amministrazione: La legge prevedeva riserve di posti nei concorsi pubblici per gli enti statali, le poste, le ferrovie e gli enti locali, destinate specificamente ai cittadini italiani profughi dai territori orientali.
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Il personale scolastico e amministrativo: Molti insegnanti, funzionari e impiegati pubblici costretti a lasciare l’Istria e la Dalmazia trovarono un canale agevolato per essere riassorbiti nei ranghi della pubblica amministrazione italiana, spesso mantenendo l’anzianità di servizio o beneficiando di sanatorie e sblocchi di graduatorie dedicate.
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Le motivazioni politiche e istituzionali: Questo canale preferenziale non fu solo un atto di assistenza sociale, ma rispondeva a una precisa volontà politica della Repubblica Italiana dell’epoca. Da un lato c’era la necessità urgente di dare stabilità a decine di migliaia di funzionari e lavoratori qualificati rimasti improvvisamente senza un impiego; dall’altro, l’accoglienza e la sistemazione lavorativa degli esuli giuliano-dalmati rispondevano a una forte pressione politica e parlamentare (spesso legata al blocco anticomunista e alla centralità geopolitica del confine orientale), che riconosceva a quei cittadini uno status speciale di “vittime della frontiera”.
Questa tutela differenziata spiega perché, nonostante le enormi sofferenze dei campi di raccolta (i CRP) e l’iniziale ostilità sociale incontrata in molte città italiane, gli esuli istriani abbiano avuto a disposizione uno strumento strutturale di integrazione statale che i rimpatriati d’Africa (Tunisia e Libia) non ebbero mai in egual misura.
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I rimpatriati dalla Tunisia (1964): il silenzio del boom economico
Negli anni Sessanta, l’indipendenza e la “tunisizzazione” voluta da Habib Bourguiba cancellarono decenni di presenza italiana. Il colpo di grazia arrivò il 12 maggio 1964, con la legge di esproprio immediato di tutte le terre agricole possedute da stranieri.
Con il progressivo inasprirsi delle politiche di “tunisizzazione” e l’esproprio definitivo delle terre nel 1964, agli italiani di Tunisia fu posto un aut aut inaccettabile: o rinunciare formalmente alla propria identità e ai legami con la madrepatria accettando la cittadinanza locale, oppure abbandonare tutto.
Ma il momento della partenza, avvenuta per lo più via mare sui traghetti diretti in Italia o in Francia, Giovanna mi raccontava che i genitori lo definirono come un vero e proprio saccheggio di Stato legalizzato in particolare i suoi genitori gli raccontavano di :
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Perquisizioni sistematiche all’imbarco: Ai porti, le autorità doganali e di polizia tunisine sottoposero i profughi in partenza a controlli meticolosi e vessatori.
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Spoliazioni dei beni personali: Non solo valigie e averi furono passati al setaccio con il pretesto di impedire la fuga di capitali o beni preziosi, ma le persone furono letteralmente perquisite addosso.
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Furto dei ricordi e dei beni rifugio: Come ricordavi, vennero strappati di dosso anelli, fedi nuziali, orecchini e le piccole “catenelle d’oro” che molte famiglie custodivano come unico residuo di risparmio o come insostituibile affetto familiare.
Quegli italiani sbarcarono così in patria non solo privati di case, terre e botteghe costruite in generazioni, ma letteralmente depredati anche degli ultimi ornamenti personali, ritrovandosi a dormire in rimesse e garage italiani senza un soldo e senza più nulla, se non la propria disperazione.
- L’accoglienza: L’Italia del “miracolo economico” ignorò quasi del tutto questo flusso di rimpatriati. La comunità italiana in Tunisia, che contava ancora 66.500 persone nel 1956, si era già ridotta a 33.000 nel 1962; con la nazionalizzazione del 1964 quel che restava si divise a metà tra Francia e Italia. Erano quindi poche migliaia di famiglie — l’ultimo residuo di una presenza italiana che un secolo prima aveva contato fino a 100.000 persone — ma proprio per questo, forse, tanto più facili da dimenticare. Poiché non fuggivano da un regime comunista o da una zona di guerra aperta, il governo sottovalutò politicamente il dramma.
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I rifugi di fortuna: Privati di tutto senza indennizzi, i rimpatriati non trovarono strutture adeguate. Molti furono sistemati in condizioni di estrema precarietà all’interno di garage, autorimesse, scantinati e capannoni industriali adattati alla meglio (emblematici i casi vissuti in località come Aprilia dove erano ospitati i suoi genitori ).
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La solitudine: Vissero una diaspora silenziosa, percepiti paradossalmente come “stranieri” in una patria che faticava a riconoscerne lo status di profughi.
Da notare che ben diverso fu l’atteggiamento del Governo francese verso i propri connazionali colpiti dalle stesse leggi tunisine.
Non che Parigi ottenesse un indennizzo rapido e indolore: anche i coloni francesi subirono l’esproprio del 1964, e persino un documento ufficiale del Senato francese ammette che quella nazionalizzazione “non ha dato luogo, fino ad oggi, ad alcun indennizzo”. La differenza sostanziale con l’Italia non fu dunque un assegno arrivato subito, ma qualcosa di più profondo: la Francia non abbandonò mai il dossier. Negoziò con Tunisi in modo sistematico e ininterrotto per quasi cinquant’anni , un accordo nel 1957 per il riscatto di terre nelle “zone d’insicurezza”, un protocollo nel 1960, un altro nel 1963, uno scambio di lettere specifico sull’indennizzo degli agricoltori nel luglio 1964, fino a quando, nel 2003, due inviati speciali nominati dai presidenti di Francia e Tunisia non chiusero finalmente, con un accordo per la restituzione o l’indennizzo dei beni urbani espropriati, un contenzioso aperto fin dal 1956.
Per l’Italia repubblicana, invece, la comunità di Tunisia non fu mai un dossier di Stato: nessun inviato speciale, nessun negoziato pluridecennale, nessuna soluzione parziale dopo mezzo secolo. Fu semplicemente una “colonia” di serie B, lasciata dissolversi senza che nessuno, a Roma, sentisse il dovere di aprire un tavolo con Tunisi lasciando che i profughi si arrangiassero tra i garage di Aprilia e le umiliazioni dei controlli doganali.
I profughi libici (1970): il trauma improvviso e i rimborsi interminabili
Nel 1970, il colpo di Stato del colonnello Muammar Gheddafi portò all’espulsione forzata e all’esproprio totale dei beni della storica comunità italiana in Libia (circa 20.000 persone).
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L’arrivo: A differenza dei tunisini, l’esodo libico fu fulmineo e violento. I profughi sbarcarono in Italia a bordo di navi e aerei militari, trovando una prima accoglienza d’emergenza in caserme, navi-ospedale o alberghi messi a disposizione dallo Stato.
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Il calibro economico: La comunità libica comprendeva imprenditori, commercianti e professionisti con patrimoni ingenti.
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La battaglia legale: Il loro dramma si tradusse in una lunghissima ed estenuante odissea burocratica. Gli accordi bilaterali tra Roma e Tripoli e i vari provvedimenti di indennizzo statale si trascinarono per decenni, tra rimborsi parziali, ritardi cronici e lungaggini che lasciarono molte famiglie in bilico per generazioni.
Un trattamento a due velocità
Il confronto evidenzia tre diverse Italie:
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I profughi istriani, giuliani e dalmati: Nonostante il dramma dei campi (i CRP) e l’iniziale freddezza politica, ottennero col tempo leggi di indennizzo.
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La legge Scelba (n. 137 del 4 marzo 1952) istituzionalizzò un trattamento di favore: assegnazione ai profughi del 15% degli alloggi di edilizia popolare costruiti dallo Stato, e obbligo per le aziende e le imprese appaltatrici di opere pubbliche di assumere una quota del 5% di manodopera tra i profughi. A questo si aggiungevano un sussidio giornaliero (decreto del 1948) e i benefici già previsti per i reduci di guerra (decreto del 1947). Quindi altro che “fantasmi”: pur tra ostilità politiche e difficoltà di integrazione (di cui parlavamo prima), lo Stato mise in campo strumenti legislativi specifici e duraturi, con effetti concreti su casa e lavoro pubblico — cosa che ha anche alimentato, in certi ambienti, un certo risentimento verso di loro accusati di “privilegi”.
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I profughi libici: Pur avendo subito un’espulsione violenta e improvvisa nel 1970 da parte di Gheddafi, ingaggiarono una lunghissima battaglia legale e politica che, tra accordi bilaterali tra Roma e Tripoli e decreti successivi, portò comunque a forme di risarcimento e indennizzo statale per i beni persi (anche se spesso tra mille ritardi e polemiche) sia pur parziale e dopo decenni di lotte .
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Gli italiani di Tunisia: Furono gli unici a subire la confisca totale delle terre senza che lo Stato italiano muovesse un dito per pretendere un accordo di indennizzo con Tunisi (a differenza di quanto fece la Francia per i propri cittadini). Da ricordi dei Genitori di Giovanna furono spogliati persino delle fedi nuziali e delle catenelle d’oro all’imbarco, sbarcarono in un’Italia in pieno boom economico che li trattò come fantasmi , sistemandoli in garage, scantinati e autorimesse e non videro mai un euro di risarcimento o un provvedimento di tutela reale.
Le fonti
Esuli giuliano-dalmati
- Wikipedia, “Accoglienza in Italia degli esuli giuliano-dalmati” e “Esodo giuliano-dalmata”
- Archivio di Stato di Ravenna, “L’arrivo degli esuli in Italia” (mostre virtuali), con riferimento ai testi di legge (D.Lgs. 885/1947, D.Lgs. 556/1948, L. 137/1952)
- Arcipelago Adriatico, “Esodo giuliano dalmata: i centri di raccolta profughi in Italia”
- Regione Storia FVG, “L’esodo dei giuliano-dalmati” (R. Pupo, S. Volk)
- Novecento.org, “Scritture di frontiera. L’esodo giuliano-dalmata nella letteratura di confine”
Italiani di Tunisia
- Treccani, “Gli italiani di Tunisia” (Magazine Lingua Italiana)
- Wikipedia, “Italo-tunisini”
- G. Morone, “Fratture post-coloniali: l’indipendenza della Tunisia e il declino della comunità di origine italiana” (ResearchGate)
- Istituto Euro-Arabo, “La presenza italiana in Tunisia tra l’800 e la prima metà del ‘900” (Dialoghi Mediterranei)
- Nuova A.N.I.T. – Associazione Nazionale Italiana Rimpatriati dalla Tunisia (nuova-anit.it)
- CiboToday, “Tornati in Italia come profughi, oggi producono vino nell’Agro Pontino” (storia della famiglia Pandolfo)
- Pro Loco Aprilia, “Storia di Aprilia”
- Sénat français, “Projet de loi… accord France-Tunisie sur l’encouragement et la protection réciproques des investissements” (n. 419, sul contenzioso 1964-2003)
- Assemblée Nationale française, risposta scritta su accordo Francia-Tunisia 2003 (Mazeaud-Abdennadher)
- Fothman.free.fr, “Accords bilatéraux franco-tunisiens” (cronologia accordi 1955-1995)
- Leconomiste Maghrébin, “Il y a 50 ans, Bourguiba nationalisait les terres en possession des colons” (12 maggio 2014)
Italiani di Libia
- Wikipedia, “Italo-libici” e “Relazioni bilaterali tra Italia e Libia”
- Diritto Internazionale in Civica, “Italiani espulsi dalla Libia: una rivendicazione patrimoniale che va avanti dal 1970”
- Giornale Adige, “I profughi di Libia attendono ancora un indennizzo dal 1970” (A. Paratico, 2025)
- Lo Spiegone, “Ricorda 1970: la ‘Giornata della Vendetta’ e l’espulsione degli italiani dalla Libia”
- Storie e Racconti, “La cacciata degli italiani dalla Libia”
