La prostituzione per le truppe durante la II GM

L’argomento, ammettiamolo, non è dei più semplici da trattare e potrebbe urtare la sensibilità di alcuni dei nostri lettori. Ma non è che, non scrivendone, possiamo affermare che durante la II GM il fenomeno non sia esistito, anzi.

L’interesse dello storico, sia pure amatoriale, va al di là della riprovazione della pratica. Quello che vogliamo capire è semplicemente come i diversi eserciti affrontarono la tematica, considerando che milioni di uomini vennero trasferiti per mesi o anni lontano dalle proprie famiglie e dai propri paesi. La domanda esisteva e, indipendentemente dalle decisioni prese dai vertici militari, esisteva anche un’offerta.

Il problema, dal punto di vista dei comandi, diventava quindi soprattutto militare e sanitario, perché bisognava mantenere la disciplina, limitare la diffusione delle malattie veneree, evitare che gli uomini venissero temporaneamente sottratti ai reparti e gestire i rapporti con le popolazioni civili.

Le risposte furono molto diverse. Alcuni eserciti organizzarono direttamente strutture destinate alle proprie truppe, altri utilizzarono o controllarono quelle già esistenti, mentre altri ancora cercarono ufficialmente di vietare il fenomeno, dovendo comunque affrontarne le conseguenze.

Vediamo quindi, senza entrare negli aspetti più intimi della questione, come alcuni dei principali eserciti della Seconda guerra mondiale affrontarono un problema che esisteva indipendentemente dalle loro decisioni.

I tedeschi e le case chiuse della Wehrmacht

Quando le truppe tedesche entrarono in Francia nel 1940 trovarono un paese nel quale le maisons closes, le case chiuse, erano perfettamente legali. La Wehrmacht decise però di non lasciare i propri soldati liberi di frequentarle indiscriminatamente, soprattutto perché le malattie veneree potevano sottrarre uomini ai reparti esattamente come altre malattie e quindi la prostituzione doveva essere controllata.

Dal luglio 1940 l’Alto comando dell’Esercito tedesco organizzò così nella Francia occupata un sistema di case chiuse destinate alle proprie truppe, i cosiddetti Wehrmachtsbordelle. Alcune strutture già esistenti furono riservate ai militari tedeschi, mentre altre vennero create direttamente dalle autorità di occupazione. Le donne erano sottoposte a controlli sanitari e anche l’accesso dei militari era regolamentato.

Un soldato tedesco arrivato a Parigi nel 1940 ricordò molti anni dopo un particolare significativo. La Kommandantur aveva distribuito ai militari una pianta della città sulla quale, oltre alle normali informazioni, erano indicate le case chiuse che i soldati tedeschi potevano frequentare e quelle che invece erano loro vietate. Esistevano inoltre locali differenti secondo il grado, alcuni dei quali riservati agli ufficiali.

Il sistema non rimase limitato alla Francia e, con l’estendersi dell’occupazione tedesca, strutture destinate alle truppe comparvero in numerosi territori controllati dalla Wehrmacht, adattandosi alle realtà locali.

Alla Liberazione rimase però anche una pesante conseguenza sociale dell’occupazione. Migliaia di donne francesi accusate di aver avuto rapporti con militari tedeschi, non necessariamente prostitute, furono sottoposte a forme di epurazione sommaria. Erano le celebri femmes tondues, rasate pubblicamente ed esposte all’umiliazione della folla.

Nel 1946 la Francia avrebbe poi chiuso legalmente le maisons closes. Ma, come vedremo, questo non significò affatto la scomparsa delle case chiuse destinate ai militari.

I francesi e i BMC, ovvero i Bordels militaires de campagne

A differenza dei tedeschi, i francesi non dovettero attendere la Seconda guerra mondiale per affrontare il problema. L’esercito francese aveva alle spalle una lunga esperienza maturata soprattutto con l’Armée d’Afrique e con le truppe coloniali, nell’ambito della quale si erano sviluppati i Bordels militaires de campagne, normalmente indicati con la sigla BMC. Si trattava di strutture destinate ai militari e sottoposte al controllo delle autorità militari, soprattutto dal punto di vista sanitario.

Non dobbiamo però immaginare necessariamente una sorta di casa chiusa mobile che seguiva fisicamente ogni reparto. Il termine BMC poteva indicare installazioni presso le guarnigioni, locali temporanei organizzati nelle zone dove erano concentrate le truppe oppure strutture che potevano essere trasferite seguendo gli spostamenti delle unità. Anche in questo caso uno degli obiettivi principali era limitare la diffusione delle malattie veneree e mantenere sotto controllo un fenomeno che i comandi sapevano sarebbe comunque esistito.

La particolare attenzione riservata dai comandi francesi al controllo della sessualità delle truppe coloniali non impedì naturalmente le violenze contro la popolazione civile, come avrebbe tragicamente dimostrato anche la campagna d’Italia del 1944. È però importante distinguere queste violenze dal sistema dei BMC, perché si tratta di fenomeni differenti, anche se appartenenti alla medesima realtà militare.

La particolarità francese emerge soprattutto dopo la guerra. Nel 1946, con la cosiddetta legge Marthe Richard, la Francia dispose la chiusura delle maisons closes, le case chiuse civili, senza che questo significasse però la fine dei BMC. Ancora nel 1947, infatti, l’esercito francese organizzava strutture di questo tipo per alcune delle proprie truppe nordafricane presenti nella Francia metropolitana, nonostante le autorità fossero perfettamente consapevoli del difficile rapporto con la nuova legislazione civile.

La Francia aveva quindi abolito le case chiuse per la popolazione civile, mentre l’esercito continuava a considerare quelle militari uno strumento utile per la gestione delle proprie truppe.

Gli italiani, dove le case chiuse esistevano già

Per il Regio Esercito il problema si presentava in maniera differente perché nell’Italia della Seconda guerra mondiale le case di tolleranza erano legali, regolamentate dallo Stato e sottoposte a controlli sanitari. Non era quindi necessario creare in patria una rete di case chiuse esclusivamente militari paragonabile ai BMC francesi, dato che i soldati potevano utilizzare le strutture civili già esistenti.

Questo non significava che le autorità militari ignorassero il problema. Una delle preoccupazioni principali rimaneva infatti la diffusione delle malattie veneree e nelle caserme esisteva la cosiddetta sala celtica, un locale destinato alla profilassi e al trattamento delle malattie sessualmente trasmissibili. La stessa espressione, rimasta per molti anni nel linguaggio militare italiano, racconta bene l’approccio seguito. L’Esercito non aveva bisogno di organizzare ciò che lo Stato già consentiva, ma cercava di limitarne le conseguenze sanitarie sui propri uomini. Con la chiusura delle case di tolleranza disposta dalla legge Merlin nel 1958 cambiò il contesto nel quale queste strutture avevano operato, mentre l’assistenza per le malattie veneree continuò attraverso i servizi sanitari militari.

La situazione cambiava naturalmente nei territori occupati, dove non era sempre disponibile una rete civile paragonabile a quella italiana. Anche le forze italiane ricorsero quindi, in alcuni casi, a case chiuse destinate alle truppe e sottoposte al controllo delle autorità militari, soprattutto per ragioni sanitarie e disciplinari. La loro presenza è documentata, ad esempio, sul fronte sovietico, ma sulla base degli elementi considerati il fenomeno sembra essere rimasto legato alle condizioni locali, senza che si possa parlare di un sistema organizzato e diffuso paragonabile a quello tedesco o ai BMC francesi.

Gli americani: vietare ma essere preparati

L’approccio degli Stati Uniti fu differente da quello francese o tedesco. Le Forze Armate americane non organizzarono ufficialmente proprie case chiuse destinate ai militari e cercarono invece di contrastare la prostituzione nelle zone dove erano concentrate le truppe. Nel 1941 il Congresso approvò il May Act, che consentiva al governo federale di intervenire contro la prostituzione nelle aree prossime alle installazioni militari e navali quando le misure adottate dalle autorità locali venivano considerate insufficienti.

La situazione diventava necessariamente diversa quando le truppe americane operavano all’estero. In paesi come l’Italia le case di tolleranza erano perfettamente legali e facevano parte di un sistema civile già esistente. L’US Army non aveva quindi proprie strutture da organizzare, ma doveva confrontarsi con quelle presenti sul territorio, mentre la Military Police poteva dichiarare off limits singoli locali o intere zone considerate problematiche, impedendone formalmente la frequentazione ai militari.

Contemporaneamente, però, la sanità militare americana organizzava un’estesa attività di prevenzione contro le malattie veneree, attraverso informazione, distribuzione di profilattici, profilassi, diagnosi e trattamento. La posizione americana poteva quindi apparire contraddittoria solo in apparenza, perché le autorità militari potevano vietare ai soldati di frequentare determinati locali o intere zone, ma contemporaneamente organizzavano la profilassi nella consapevolezza che non tutti avrebbero rispettato il divieto.

In pratica gli americani non trasformarono la prostituzione in un servizio organizzato dalle proprie Forze Armate, preferendo controllare il comportamento dei propri uomini e soprattutto essere preparati ad affrontarne le conseguenze sanitarie. Era la differenza tra ciò che prevedeva il regolamento e ciò che un esercito composto da milioni di uomini doveva realisticamente prevedere sarebbe comunque accaduto.

Gli inglesi: un approccio simile a quello americano

Anche le Forze Armate britanniche non crearono un sistema generale di case chiuse militari paragonabile ai BMC francesi o alle strutture organizzate dalla Wehrmacht nei territori occupati. L’approccio fu sostanzialmente simile a quello americano, con particolare attenzione alla disciplina dei militari, alla prevenzione e al controllo delle malattie veneree, intervenendo quando necessario sulla frequentazione di determinate zone o locali.

Anche quando le truppe britanniche operarono all’estero, entrando in contatto con realtà nelle quali la prostituzione era già presente, la politica generale non prevedeva di trasformare il fenomeno in un servizio ufficialmente organizzato dalle Forze Armate. Esisteva e doveva essere gestito, soprattutto dal punto di vista sanitario, ma non costituiva un servizio militare istituzionalizzato paragonabile ai BMC francesi.

I sovietici: ufficialmente il problema non esisteva

L’Unione Sovietica partiva da una situazione completamente diversa. La prostituzione non era riconosciuta come attività legale e l’Armata Rossa, a differenza dell’esercito francese o tedesco, non organizzò un sistema di case chiuse militari. Anche l’approccio sanitario era differente da quello adottato dagli anglo-americani, perché la distribuzione dei profilattici ai soldati non faceva normalmente parte del sistema preventivo sovietico e le malattie veneree, pur rappresentando un problema reale, potevano essere considerate anche una grave mancanza disciplinare.

Naturalmente questo non significava che i rapporti sessuali fossero scomparsi per decreto. L’Armata Rossa aveva inoltre una caratteristica particolare rispetto agli altri grandi eserciti del conflitto, ovvero una consistente presenza di donne in uniforme, alcune delle quali impiegate anche molto vicino o direttamente sulla prima linea. Comparve così anche il fenomeno delle cosiddette PPŽ, pokhodno-polevaya zhena, letteralmente “moglie da campagna”, termine con il quale venivano indicate le compagne di alcuni ufficiali al fronte. Poteva trattarsi di relazioni consensuali, ma la differenza di grado e di potere poteva naturalmente trasformarle anche in rapporti caratterizzati da pressioni e abusi.

Quando l’Armata Rossa entrò nell’Europa centrale e in Germania comparve inoltre il ben diverso e tragico fenomeno delle violenze sessuali contro le popolazioni civili. Come nel caso delle violenze avvenute durante la campagna d’Italia, si tratta però di un argomento distinto dalla prostituzione e che richiederebbe una trattazione separata.

Il modello sovietico fu quindi particolare, con nessuna organizzazione ufficiale della prostituzione e una forte impostazione disciplinare, senza che questo facesse naturalmente scomparire i comportamenti che ufficialmente non avrebbero dovuto esistere.

 

I giapponesi: le comfort stations

Il caso giapponese deve essere trattato separatamente dagli altri perché il sistema delle cosiddette comfort stations, le strutture destinate ai militari giapponesi, assunse caratteristiche e dimensioni particolari.

Anche alla loro origine troviamo problemi già incontrati parlando degli altri eserciti: limitare la diffusione delle malattie veneree, mantenere la disciplina delle truppe e cercare di ridurre le violenze contro le popolazioni dei territori occupati. Nel caso Giapponese la differenza fondamentale è che le autorità militari giapponesi furono direttamente o indirettamente coinvolte nella creazione e nella gestione del sistema e nel trasferimento delle donne.

Le cosiddette comfort women provenivano dal Giappone e da numerosi territori asiatici controllati o occupati, con una presenza particolarmente importante di donne coreane. Le modalità attraverso le quali entrarono nel sistema furono differenti, ma sono documentati casi di inganno, coercizione e reclutamento contro la loro volontà, talvolta con il coinvolgimento diretto delle autorità militari ,  per questo motivo le comfort stations non possono essere considerate semplicemente l’equivalente giapponese delle case chiuse militari che abbiamo incontrato negli altri eserciti.

La vicenda, inoltre, non terminò nel 1945.

Uno degli elementi che contribuirono a mantenerla aperta fu proprio il lungo tempo necessario per arrivare a un esplicito riconoscimento ufficiale del ruolo svolto dalle autorità militari giapponesi. Infatti soltanto nel 1993, quasi cinquant’anni dopo la fine della guerra, con la cosiddetta dichiarazione Kōno, il governo giapponese riconobbe ufficialmente il coinvolgimento diretto o indiretto delle autorità militari nell’istituzione e nella gestione delle comfort stations e ammise che in numerosi casi il reclutamento delle donne era avvenuto contro la loro volontà attraverso coercizione e inganno.

Seguirono scuse e altre iniziative, fra le quali l’Asian Women’s Fund, senza però riuscire a chiudere definitivamente la questione.

Nel 2015 Giappone e Corea del Sud raggiunsero un accordo che avrebbe dovuto risolverla in maniera «finale e irreversibile», accompagnato da nuove scuse e dal versamento giapponese di un miliardo di yen a una fondazione destinata alle vittime.

Ma quando il riconoscimento di una vicenda così dolorosa arriva quasi mezzo secolo dopo i fatti, anche il ritardo finisce inevitabilmente per diventare parte della storia.

Le Fonti