L’Isola delle Rose e Seborga, l’indipendenza che passa per l’Agenzia delle Entrate

11 febbraio 1969. Nel tratto di mare davanti a Rimini si odono alcune esplosioni. Sono le cariche collocate per demolire una piattaforma artificiale costruita al largo della costa romagnola, e segnano l’inizio dell’ultimo atto di un progetto concepito undici anni prima dall’ingegner Giorgio Rosa: la creazione di uno Stato indipendente, anche economicamente, fuori dalle acque territoriali italiane. Qualche anno prima, nel 1963, a Seborga, un piccolo comune della provincia di Imperia, Giorgio Carbone aveva promosso la rinascita del Principato di Seborga, rivendicando l’indipendenza di un territorio che, secondo i sostenitori dell’iniziativa, non sarebbe mai entrato legittimamente a far parte dello Stato italiano. Nel 1995 il principato si dota di propri statuti e rafforza le sue istituzioni simboliche, ma qui la vicenda segue una strada differente: il Comune continua a rimanere sotto la sovranità italiana, senza che sia necessario ricorrere all’esplosivo. Due storie, due vicende differenti, ma un filo conduttore comune, ovvero la rivendicazione dell’indipendenza dallo Stato italiano. Due epiloghi diversi nella forma, ma con un risultato sostanzialmente identico: nessuna delle due iniziative ha ottenuto una sovranità riconosciuta. E, soprattutto, l’Agenzia delle Entrate arriva sempre…

Giorgio Rosa e la nascita di un’idea

Nel 1958 Giorgio Rosa, un ingegnere meccanico bolognese nato nel 1925 e laureatosi nel 1950, cominciò a studiare la possibilità di costruire una piattaforma artificiale nel Mare Adriatico, al largo di Rimini. L’Italia stava attraversando gli anni del miracolo economico e la Riviera romagnola conosceva una rapida espansione turistica, con alberghi, stabilimenti balneari e locali che attiravano ogni estate un numero crescente di visitatori.

In questo contesto Rosa pensò di realizzare una struttura permanente in mare, destinata ad accogliere attività turistiche e commerciali, scegliendo una posizione che avrebbe potuto offrire condizioni amministrative e fiscali differenti da quelle della terraferma. La collocazione geografica costituiva quindi un elemento essenziale del progetto, non una semplice scelta tecnica.

All’epoca il mare territoriale italiano si estendeva fino a sei miglia nautiche dalla costa, equivalenti a circa 11,1 chilometri. Rosa individuò un punto distante approssimativamente 11,6 chilometri da Rimini, appena cinquecento metri oltre quel limite, ma sufficientemente vicino alla terraferma da poter essere raggiunto con imbarcazioni di piccole dimensioni.

Non si trattava di costruire un’isola galleggiante, bensì una piattaforma fissata stabilmente al fondale marino, sulla quale realizzare ambienti e servizi destinati ai visitatori. Rosa riteneva che la posizione esterna alle acque territoriali italiane potesse garantirgli una maggiore libertà nell’organizzazione delle attività previste.

Per passare dall’idea alla realizzazione fu costituita la Società Sperimentale per Iniezioni di Cemento, conosciuta con la sigla SPIC, della quale Gabriella Chierici, moglie di Rosa, assunse la presidenza, mentre l’ingegnere si occupava degli aspetti tecnici.

Restava però da affrontare il problema principale: realizzare una struttura permanente in mare aperto, capace di resistere alle condizioni meteorologiche dell’Adriatico, senza disporre dei mezzi e delle risorse economiche di una grande impresa specializzata nelle costruzioni offshore.

Costruire un’isola in mezzo all’Adriatico

I primi sopralluoghi risalgono al luglio 1958, quando Rosa iniziò a effettuare rilievi per individuare la posizione della futura piattaforma e studiare le caratteristiche del fondale. Negli anni successivi sperimentò diverse soluzioni per trasportare e installare gli elementi strutturali, dovendo affrontare difficoltà che sulla terraferma sarebbero state relativamente semplici da risolvere, ma che in mare richiedevano mezzi, organizzazione e condizioni meteorologiche favorevoli.

Il progetto definitivo prevedeva una superficie quadrata di venti metri per lato, pari a quattrocento metri quadrati, sostenuta da nove piloni metallici infissi nel fondale e consolidati con calcestruzzo. Il piano principale si trovava a circa otto metri sopra il livello del mare, un’altezza che consentiva di mantenerlo al di sopra del normale moto ondoso, mentre la disposizione dei sostegni permetteva l’avvicinamento delle imbarcazioni utilizzate per il trasporto di persone e materiali.

I lavori procedettero lentamente e con numerose interruzioni. Alle difficoltà finanziarie si aggiungevano quelle meteorologiche, perché vento, onde e correnti riducevano sensibilmente il numero delle giornate nelle quali era possibile lavorare in sicurezza. Nel 1962 l’attività subì una battuta d’arresto e soltanto due anni più tardi le operazioni ripresero con maggiore continuità, coinvolgendo cantieri e fornitori della costa adriatica.

La costruzione proseguì durante il 1965 e il 1966, ma nel frattempo erano iniziate anche le contestazioni delle autorità italiane. Già nel 1962 era stata intimata la rimozione di ostacoli alla navigazione e, nel novembre 1966, la Capitaneria di porto di Rimini contestò la prosecuzione dei lavori senza autorizzazione, richiamando anche l’esistenza di una concessione per la ricerca di idrocarburi nell’area interessata. Il contrasto con lo Stato, dunque, era cominciato ben prima che Rosa decidesse di proclamare l’indipendenza.

Nonostante le difficoltà, i lavori continuarono e il 20 maggio 1967, attraverso una perforazione effettuata dalla piattaforma, venne individuata una falda di acqua dolce nel sottosuolo marino. La disponibilità di acqua rappresentava un elemento importante per una struttura destinata ad accogliere persone e attività commerciali, perché avrebbe ridotto la necessità di continui rifornimenti dalla costa.

Il 20 agosto dello stesso anno la piattaforma venne aperta ai visitatori. Erano stati completati il piano principale, alcuni ambienti chiusi e le attrezzature necessarie allo sbarco dalle imbarcazioni, mentre rimanevano da realizzare ulteriori ampliamenti, compresa la costruzione di piani sopraelevati.

Dopo quasi dieci anni dai primi sopralluoghi, Giorgio Rosa disponeva quindi di una struttura permanente nel Mare Adriatico, raggiungibile dalla costa e utilizzabile per accogliere persone. Il progetto tecnico aveva raggiunto un risultato concreto, ma le questioni amministrative e giuridiche che ne avevano accompagnato la costruzione erano tutt’altro che risolte.

La Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose

Il 1° maggio 1968 Giorgio Rosa proclamò l’indipendenza della piattaforma, che assunse il nome di Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, in esperanto Esperanta Respubliko de la Insulo de la Rozoj.

La scelta dell’esperanto come lingua ufficiale era coerente con l’intenzione di presentare la nuova entità come una comunità internazionale, non legata a una particolare identità nazionale. Vennero adottati una bandiera e altri simboli propri, mentre furono annunciati un sistema postale e una moneta denominata mill.

L’organizzazione prevedeva incarichi relativi al turismo, ai servizi e ai rapporti con l’estero. Fra le attività progettate figuravano esercizi commerciali, punti di ristoro e una possibile stazione radiofonica, ma la breve durata dell’esperienza non consentì di completare molte delle iniziative annunciate. È quindi necessario distinguere ciò che era stato effettivamente realizzato dai progetti che rimasero sulla carta.

La proclamazione non ottenne il riconoscimento di altri Stati e la piattaforma non disponeva di una popolazione permanente né di un’organizzazione amministrativa paragonabile a quella di uno Stato. La notizia attirò comunque l’attenzione dei giornali italiani e stranieri, perché l’esistenza di una repubblica indipendente a pochi chilometri dalle spiagge di Rimini costituiva un avvenimento insolito, soprattutto nel clima politico e sociale del 1968.

Per le autorità italiane, tuttavia, la dichiarazione d’indipendenza non modificava le contestazioni già avanzate durante la costruzione. A una controversia amministrativa e giuridica iniziata diversi anni prima si aggiungeva ora una rivendicazione politica, senza che fossero stati risolti i problemi relativi alla presenza della struttura in mare.

La controversia con lo Stato italiano

Il 25 giugno 1968 le autorità italiane intervennero sulla piattaforma con unità della Guardia di Finanza e della Capitaneria di porto, assumendone il controllo e impedendo ai promotori di proseguire liberamente le proprie attività. L’operazione non provocò scontri armati, ma segnò il passaggio della controversia a una nuova fase, nella quale ai provvedimenti amministrativi si sarebbero affiancati i ricorsi giudiziari.

Il problema principale riguardava la posizione giuridica dell’installazione. Giorgio Rosa sosteneva che, trovandosi oltre il limite delle sei miglia nautiche, la piattaforma non fosse soggetta alla sovranità territoriale italiana e che, di conseguenza, la sua costruzione non richiedesse le autorizzazioni normalmente previste per le opere realizzate sul territorio nazionale.

Le autorità italiane distinguevano invece il regime delle acque da quello del fondale marino. Al di fuori del mare territoriale, infatti, le acque erano soggette alle libertà dell’alto mare, ma il fondale sottostante faceva parte della piattaforma continentale sulla quale lo Stato costiero esercitava specifici diritti sovrani relativi all’esplorazione e allo sfruttamento delle risorse naturali.

Non si trattava di una sovranità territoriale completa, bensì di diritti riguardanti determinate attività. La distinzione assumeva però un’importanza particolare nel caso dell’Isola delle Rose, perché la struttura era ancorata permanentemente al fondale attraverso nove piloni e i lavori avevano comportato anche perforazioni del sottosuolo marino per la ricerca di acqua dolce.

La legislazione italiana, in particolare la legge n. 613 del 21 luglio 1967, disciplinava le attività di ricerca e coltivazione degli idrocarburi sulla piattaforma continentale. Inoltre, la zona interessata dalla costruzione risultava coinvolta nel regime delle concessioni minerarie, circostanza già richiamata nelle contestazioni formulate dalla Capitaneria di porto.

A queste questioni si aggiungeva quella relativa alla libertà di utilizzazione dell’alto mare. Il diritto internazionale riconosceva agli Stati la possibilità di navigare e svolgere attività nelle acque internazionali, ma prevedeva anche obblighi di rispetto dei diritti altrui. Secondo l’interpretazione successivamente accolta dal Consiglio di Stato, l’Italia poteva intervenire nei confronti di propri cittadini responsabili di installazioni suscettibili di ostacolare tale utilizzazione.

Rosa e i suoi legali contestavano questa impostazione, sostenendo fra l’altro che una struttura di appena quattrocento metri quadrati non potesse rappresentare un ostacolo significativo alla navigazione o all’utilizzazione dell’alto mare. Veniva inoltre contestata l’applicabilità delle disposizioni richiamate dalle autorità e la competenza della Capitaneria di porto a ordinare la rimozione di una costruzione situata oltre il mare territoriale.

La controversia, quindi, non riguardava soltanto la proclamazione di uno Stato indipendente, ma coinvolgeva questioni di diritto internazionale, disciplina della piattaforma continentale, concessioni relative alle risorse marine e competenze delle autorità nazionali.

Il 16 agosto 1968 la Capitaneria di porto di Rimini emanò il decreto n. 2/1968, intimando alla SPIC di demolire la struttura e prevedendo, in caso di mancata esecuzione, la rimozione d’ufficio. Il 28 agosto venne presentato un ricorso al Consiglio di Stato, accompagnato dalla richiesta di sospendere l’efficacia del provvedimento, ma nell’ottobre dello stesso anno la richiesta cautelare non venne accolta. L’ordine di demolizione rimase pertanto eseguibile mentre il giudizio proseguiva.

Accanto alle questioni strettamente giuridiche esistevano anche interessi amministrativi ed economici. La piattaforma era stata progettata per ospitare attività commerciali e turistiche al di fuori del normale regime territoriale italiano, ponendo problemi relativi ai controlli fiscali, alla sicurezza e alla gestione delle attività marittime. Nelle cronache dell’epoca comparvero inoltre ipotesi riguardanti possibili attività non autorizzate e interessi stranieri, ma tali supposizioni devono essere distinte dalle motivazioni documentate dei provvedimenti ufficiali.

Il confronto giudiziario sarebbe proseguito fino al 1969, mentre le autorità italiane avevano ormai deciso di procedere alla rimozione della piattaforma.

La demolizione e la sentenza definitiva

Nel febbraio 1969 le autorità italiane avviarono le operazioni per demolire l’Isola delle Rose, affidando l’intervento a personale specializzato della Marina Militare, incaricato di collocare cariche esplosive sugli elementi portanti della struttura.

L’11 febbraio vennero effettuate le prime esplosioni, che tuttavia non provocarono il crollo completo della piattaforma. La costruzione rimase in piedi, sebbene danneggiata, e furono necessari ulteriori interventi. Il 26 febbraio, durante una mareggiata, la struttura ormai compromessa cedette definitivamente e scomparve dalla superficie del mare, mentre le operazioni di recupero e smantellamento dei materiali continuarono nelle settimane successive.

La vicenda giudiziaria, però, non era ancora conclusa. Soltanto il 14 novembre 1969, quasi nove mesi dopo il crollo della piattaforma, la VI Sezione del Consiglio di Stato pronunciò la sentenza n. 718, respingendo i ricorsi presentati contro i provvedimenti di demolizione.

I giudici affrontarono innanzitutto la questione della libertà dell’alto mare, richiamando le Convenzioni di Ginevra del 1958. Secondo il Consiglio di Stato, le disposizioni invocate dai ricorrenti disciplinavano principalmente i rapporti fra gli Stati e non attribuivano ai singoli cittadini un diritto illimitato a utilizzare le acque internazionali per realizzare installazioni permanenti.

La sentenza riconobbe inoltre che lo Stato italiano, in base agli obblighi derivanti dal diritto internazionale, poteva intervenire per impedire attività suscettibili di ostacolare, anche soltanto potenzialmente, l’esercizio delle libertà dell’alto mare da parte degli altri Stati. Non era quindi necessario dimostrare che la piattaforma avesse già provocato un incidente o impedito concretamente la navigazione.

Vennero richiamati anche i principi relativi ai diritti dello Stato costiero sulla piattaforma continentale, mentre fu respinta la contestazione riguardante la competenza della Capitaneria di porto di Rimini, che aveva agito su istruzioni del Ministero della Marina Mercantile.

La decisione definitiva arrivò dunque quando la piattaforma era già stata demolita. L’ordine amministrativo era rimasto eseguibile dopo il rigetto della richiesta di sospensione, consentendo alle autorità di procedere prima della conclusione del giudizio.

La vicenda ebbe anche un successivo sviluppo normativo. Nel 1974, con la legge n. 359 del 14 agosto, l’Italia estese il proprio mare territoriale da sei a dodici miglia nautiche, facendo rientrare entro il nuovo limite anche il luogo sul quale era sorta l’Isola delle Rose.

L’estensione avvenne cinque anni dopo la demolizione e non costituì quindi il fondamento giuridico dell’intervento del 1969.

Giorgio Rosa dopo l’Isola delle Rose

La demolizione della piattaforma non segnò la fine dell’attività professionale di Giorgio Rosa, che continuò a lavorare come ingegnere. La vicenda dell’Isola delle Rose rimase però legata al suo nome e, negli anni successivi, venne ricordata attraverso articoli di giornale, fotografie e testimonianze di coloro che avevano partecipato alla costruzione o avevano avuto occasione di visitarla.

Con il passare del tempo aumentarono le iniziative dedicate alla ricostruzione della storia. Rosa partecipò a interviste e documentari, raccontando direttamente la propria esperienza e descrivendo le difficoltà incontrate durante la realizzazione dell’opera.

Nel 2009 vennero individuati sul fondale dell’Adriatico i resti della piattaforma, a circa tredici metri di profondità. Le immersioni consentirono di documentare parti metalliche, elementi in laterizio e altri materiali rimasti dopo la demolizione. Nel 2013 la rivista Domus pubblicò fotografie dei resti e una ricostruzione architettonica della struttura.

Giorgio Rosa morì a Bologna il 3 marzo 2017, all’età di 92 anni. Tre anni più tardi, nel 2020, la sua vicenda venne riproposta al grande pubblico attraverso il film L’incredibile storia dell’Isola delle Rose, diretto da Sydney Sibilia. La pellicola riprende gli avvenimenti principali, introducendo però anche elementi di finzione e modifiche narrative rispetto alla documentazione storica.

Oggi dell’Isola delle Rose non rimane nulla sopra il livello del mare, mentre i resti sommersi costituiscono la testimonianza materiale di una struttura costruita fra gli anni Cinquanta e Sessanta e demolita nel febbraio 1969.

Seborga, il principato che rivendica l’indipendenza

Un’altra rivendicazione di indipendenza, nata negli stessi anni ma fondata su presupposti differenti, riguarda Seborga, un piccolo comune della provincia di Imperia, nell’entroterra ligure, la cui storia è legata per secoli all’abbazia di Lérins, situata su un’isola davanti alla costa francese.

Il territorio passò ai Savoia attraverso un atto di vendita sottoscritto nel 1729, ma proprio l’interpretazione di quell’atto costituisce il fondamento della successiva rivendicazione indipendentista. Secondo i sostenitori del Principato di Seborga, infatti, la vendita non avrebbe trasferito validamente la sovranità al re di Sardegna e il territorio avrebbe quindi conservato una propria indipendenza, nonostante la successiva incorporazione negli Stati sabaudi e, infine, nello Stato italiano.

Si tratta di una ricostruzione storica controversa, che non ha trovato riconoscimento da parte delle istituzioni italiane.

Nel 1963 Giorgio Carbone, cittadino di Seborga interessato alla storia locale, promosse la rinascita del principato e venne eletto simbolicamente principe con il nome di Giorgio I. Negli anni successivi furono introdotti simboli, bandiere, francobolli e monete denominate luigini, mentre nel 1995 vennero approvati gli statuti del principato e organizzate elezioni per i suoi organi rappresentativi.

L’iniziativa proseguì anche negli anni successivi, ma senza modificare la posizione giuridica del territorio. Seborga rimane infatti un comune della Repubblica italiana, nel quale le amministrazioni pubbliche, i tribunali, le forze dell’ordine e il sistema fiscale operano secondo la legislazione nazionale. Le monete e i documenti emessi dal principato non hanno valore legale come strumenti di uno Stato indipendente.

La differenza rispetto all’Isola delle Rose riguarda soprattutto l’origine della rivendicazione. Giorgio Rosa aveva cercato di costituire una nuova entità politica su una struttura artificiale costruita fuori dalle acque territoriali italiane, mentre i promotori del Principato di Seborga sostengono l’esistenza di una sovranità storica che non sarebbe mai stata validamente trasferita.

Anche le conseguenze furono differenti. L’Isola delle Rose venne occupata e demolita; il Principato di Seborga continua invece a svolgere attività simboliche e culturali all’interno di un comune amministrato secondo le leggi italiane.

Proclamare uno Stato e ottenere la sovranità

L’Isola delle Rose e Seborga rappresentano due casi differenti di indipendenza autoproclamata, accomunati dal fatto che nessuna delle rispettive rivendicazioni ha prodotto la nascita di uno Stato sovrano riconosciuto.

Nel diritto internazionale, fra gli elementi generalmente considerati per l’esistenza di uno Stato figurano un territorio definito, una popolazione permanente, un governo effettivo e la capacità di intrattenere relazioni con altri Stati. La semplice proclamazione unilaterale dell’indipendenza non determina automaticamente l’acquisizione di tali caratteristiche.

L’Isola delle Rose disponeva di una struttura artificiale e di un’organizzazione iniziale, ma non ottenne riconoscimento internazionale. Seborga possiede invece un territorio abitato e amministrato, ma tale amministrazione appartiene all’ordinamento della Repubblica italiana, mentre gli organi del principato svolgono funzioni simboliche.

Le due vicende rimangono quindi differenti per origini, obiettivi, strumenti utilizzati e risposta delle autorità italiane, pur condividendo l’assenza di una sovranità indipendente riconosciuta.

Le Fonti

  • Consiglio di Stato, VI Sezione, sentenza 14 novembre 1969, n. 718, Chierici e Rosa contro Ministero della Marina Mercantile e Capitaneria di porto di Rimini. Decisione relativa ai ricorsi contro l’ordine di demolizione dell’Isola delle Rose. Scheda e sintesi giuridica – vLex.
  • International Law Reports, vol. 71, Cambridge University Press, pp. 258–261, Chierici and Rosa v. Ministry of the Merchant Navy and Harbour Office of Rimini. Riproduzione e inquadramento della controversia nel diritto internazionale. Cambridge University Press.
  • CRIO Papers, n. 74/2024, studio giuridico sulla vicenda dell’Isola delle Rose, con particolare attenzione ai ricorsi, alla piattaforma continentale e alle motivazioni del Consiglio di Stato. Università di Catania – PDF.
  • Biblioteca Civica Gambalunga di Rimini, Speciale Isola delle Rose. Ricostruzione storica, documentazione fotografica dell’archivio Davide Minghini e bibliografia dedicata. Biblioteca Gambalunga.
  • Domus, Isola delle Rose: una repubblica esperantista, 29 gennaio 2020, con documentazione pubblicata originariamente nel numero 971 del luglio 2013. Approfondimento sulla struttura, sulle soluzioni ingegneristiche e sui resti sommersi. Domus.
  • Legge 14 agosto 1974, n. 359, Modificazioni all’articolo 2 del Codice della navigazione. Provvedimento con il quale l’Italia estese il mare territoriale a dodici miglia nautiche. Normattiva – testo ufficiale.
  • Principato di Seborga, Storia. Ricostruzione delle rivendicazioni storiche relative alla vendita del 1729, dell’elezione simbolica di Giorgio I nel 1963 e degli statuti del 1995. Fonte rappresentativa della posizione dei promotori del principato, non di un riconoscimento della sua sovranità. Sito del Principato di Seborga.
  • La Repubblica, Rimini, è morto Giorgio Rosa, l’ingegnere che fondò l’Isola delle Rose, 4 marzo 2017. Articolo.

Giorgio Rosa (1925–2017), l’ingegnere ideatore dell’Isola delle Rose. Fotografia pubblicata da RiminiToday

L’Isola delle Rose al largo di Rimini, 1968. Archivio fotografico della Biblioteca Gambalunga, fondo Davide Minghini.

Giorgio Carbone (1936–2009), noto come Giorgio I, promotore della rivendicazione d’indipendenza di Seborga. Fonte: Principato di Seborga.