Dal Terremoto del Friuli a quello dell’Irpinia e 11 anni per istituire la Protezione Civile Italiana 

Il dramma del Friuli

Il 6 maggio del 2026 sono stati commemorati i 50 anni dal sisma che distrusse il Friuli. Il terremoto, con epicentro localizzato tra i comuni di Gemona del Friuli e Artegna sul monte San Simeone, colpì alle ore 21:00 con una magnitudo di 6.5 della scala Richter, pari al X grado della scala Mercalli (Destruttivo/Disastroso). Il sisma devastò una larga fetta di territorio calcolata in 5.700 chilometri quadrati, coinvolgendo 137 comuni nelle province di Udine e Pordenone.

I paesi più duramente colpiti, in molti casi letteralmente rasi al suolo con crolli superiori al 70-80% degli edifici, furono:

  • Gemona del Friuli (il simbolo del terremoto, dove crollò anche il celebre Duomo)

  • Venzone (completamente distrutto, poi ricostruito pietra su pietra)

  • Artegna, Bordano, Buja, Colloredo di Monte Albano, Forgaria nel Friuli, Majano, Osoppo e Trasaghis.

La radiografia del disastro: i numeri del sisma

Al termine delle operazioni di soccorso e delle verifiche sul territorio, il bilancio delle perdite umane e materiali si rivelò impressionante:

Voce del Bilancio Entità del Danno / Numero
Vittime 989 morti (estratti in gran parte nei giorni successivi)
Feriti Oltre 2.400 persone
Sfoltiti e Senzatetto Circa 80.000 persone rimaste bruscamente senza casa
Edifici distrutti Circa 17.000 abitazioni rase al suolo
Edifici danneggiati Oltre 75.000 strutture da riparare
Fabbriche colpite Più di 1.500 attività produttive

La reazione dell’Esercito

La presenza di numerose caserme sul territorio, anch’esse peraltro duramente colpite dal sisma, fece sì che i soccorsi scattassero immediatamente a cura delle unità dell’Esercito presenti in zona. Eravavamo in piena Guerra Fredda e buona parte del nostro apparato militare era dislocata tra Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige per bloccare una temuta invasione sovietica, che nel caso sarebbe passata attraverso i confini di Austria e Jugoslavia.

La tragedia non risparmiò i militari. Alla caserma “Goi-Pantanali” di Gemona del Friuli, dove era di stanza il terzo reggimento artiglieria da montagna della gloriosa Brigata Alpina Julia, la scossa rase al suolo diverse palazzine: sotto quelle macerie persero la vita 29 alpini, molti dei quali ventenni. Altrettanti gravi danni si registrarono presso la caserma “Conegliano” di Osoppo (sempre della Brigata Julia), dove vi furono altri morti.

Nonostante il lutto interno, i comandanti dei vari reparti presero l’iniziativa senza aspettare ordini da Roma. I soldati rimasti illesi, molti dei quali ragazzi della “naia” di appena vent’anni, vennero divisi in squadre e mandati d’urgenza nei centri storici di Gemona, Venzone e Osoppo a scavare a mani nude e a montare le prime tendopoli. Furono loro la colonna vertebrale della primissima emergenza.

Radioamatori e Vigili del Fuoco: la sfida delle comunicazioni

Insieme ai militari, i distaccamenti locali dei Vigili del Fuoco si misero subito in moto con i pochi mezzi a disposizione. Il problema gigantesco di quelle ore fu l’isolamento: le linee telefoniche erano del tutto interrotte e i collegamenti con il resto del Paese azzerati.

In questo vuoto strutturale entrarono in gioco i radioamatori (i cosiddetti C.B.). Accendendo i loro “baracchini” e sfruttando le frequenze radio d’emergenza, furono i primi a lanciare l’allarme fuori dai confini del Friuli. Grazie alle loro antenne private, riuscirono a coordinare i primi aiuti e a spiegare alle autorità centrali a Roma dove la situazione fosse più drammatica.

Gli “Angeli del Friuli” e la nascita di un nuovo modello

La grande massa dei soccorsi avvenne però a cura dei volontari. Già dalle prime ore del mattino del 7 maggio, si riversò in Friuli un’immensa ondata spontanea di civili. Inizialmente arrivarono dalle regioni vicine (Veneto e Trentino), poi da ogni angolo d’Italia. Erano operai, idraulici, medici, muratori, studenti e intere delegazioni dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA), giunti a destinazione con le proprie auto private cariche di pale, coperte e viveri.

Vennero ribattezzati i “Senzanome” o gli “Angeli del Friuli”: si misero a completa disposizione dei sindaci e lavorarono senza sosta, fianco a fianco con la popolazione locale.

Quello che emerse chiaramente in quelle ore drammatiche fu l’assoluta necessità di incanalare e coordinare un simile slancio generoso. Nei primi giorni, infatti, a mancare del tutto fu proprio il coordinamento logistico da parte degli organi centrali dello Stato. Questa gravissima lacuna fu la scintilla che fece comprendere a Giuseppe Zamberletti, nominato dal Governo Commissario Straordinario per l’Emergenza, che lo slancio del popolo non poteva più essere lasciato al caso o all’improvvisione. L’Italia aveva bisogno di una struttura nazionale permanente, organizzata e coordinata: da quella intuizione .

Ma purtroppo la lezione non venne imparata subito infatti bisognerà attendere un’altra tragedia Nazionale ovvero il terremoto dell’Irpinia dove i soccorsi arrivarono in ritardo .

1980 Terremoto dell’Irpinia

Infatti in Irpinia a differenza del Friuli, dove la presenza dell’apparato della Guerra Fredda aveva reagito all’istante, in Irpinia i soccorsi centrali arrivarono con giorni di ritardo. Interi paesi rimasero isolati e senza aiuti per oltre 48 o 72 ore; si scavò solo a mani nude nel freddo invernale, e molti feriti morirono congelati o dissanguati sotto le macerie in attesa dell’esercito.

Ecco i numeri di quella emergenza :

Il sisma colpì  Domenica 23 novembre 1980 alle ore 19:34 con una intensitàMagnitudo Richter 6.9 / X grado della scala Mercalli  un’area immensa di circa 17.000 chilometri quadrati, devastando l’Appennino meridionale e coinvolgendo ben 687 comuni distribuiti su tre regioni (Campania, Basilicata e, in misura minore, Puglia).

I paesi più vicini all’epicentro, situato tra le province di Avellino, Salerno e Potenza, vennero quasi completamente rasi al suolo con crolli strutturali che superarono l’80% degli edifici:

  • Castelnuovo di Conza (Salerno) – Il comune più vicino all’epicentro, semidistrutto.

  • Conza della Campania (Avellino) – Praticamente cancellata dal sisma.

  • Laviano (Salerno) – Dove perse la vita un quinto dell’intera popolazione del paese.

  • Lioni (Avellino) – Uno dei centri più grandi, sventrato e trasformato in un ammasso di macerie.

  • Sant’Angelo dei Lombardi (Avellino) – Simbolo del disastro, dove crollarono anche l’ospedale e il carcere, provocando una strage nella strage.

  • Teora (Avellino)

  • Balvano (Potenza) – Tragicamente colpita dal crollo del tetto della Chiesa Madre durante la messa della sera, che provocò la morte di 77 persone, quasi tutti bambini e ragazzi.

I Danni Materiali (Il patrimonio edilizio polverizzato)

La fragilità costruttiva delle vecchie case appenniniche in pietra, unita alla straordinaria potenza del sisma, causò cifre catastrofiche per il patrimonio immobiliare:

  • Case/Edifici completamente distrutti: Circa 75.000.

  • Case/Edifici gravemente danneggiati: Oltre 275.000.

  • L’impatto sociale: L’enorme quantità di crolli paralizzò immediatamente le già fragili vie di comunicazione della zona (ponti, viadotti e strade di montagna vennero interrotti dalle frane), impedendo materialmente ai primi e disorganizzati soccorritori di raggiungere i paesi isolati per giorni.

Al termine delle drammatiche operazioni di soccorso si conteranno:

  • 2.914 morti ufficiali

  • Oltre 8.800 persone ferite

  • Circa 280.000 persone rimaste senza casa

Il fallimento dello Stato e la spinta definitiva

Al di l’à dei freddi numeri, se in Friuli la presenza delle numerose caserme operative sul territorio aveva mitigato gli effetti dell’iniziale mancanza di coordinamento centrale e la successiva nomina di Zamberletti aveva consolidato una gestione efficace sul campo, quattro anni dopo in Irpinia la macchina dei soccorsi sprofondò nel caos totale.

Infatti questo devastante terremoto evidenziò l’assoluta inefficienza degli organi centrali dello Stato, ancora drammaticamente privi di una struttura di coordinamento permanente. Tale vuoto rese vani o disorganizzati gli sforzi dei tantissimi volontari accorsi anche lì a dare una mano, lasciati sostanzialmente a loro stessi senza direttive, mezzi ed equipaggiamenti adatti.

Questa colossale inefficienza spinse il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, profondamente sconvolto e indignato dopo aver visitato i luoghi del disastro, a compiere un atto senza precedenti nella storia repubblicana: un discorso a reti unificate in diretta TV in cui denunciò apertamente i gravi ritardi, i farraginosi blocchi burocratici e le pesanti colpe dello Stato.

La rabbia del Presidente e il grido d’aiuto disperato dei media (rimasto celebre nel titolo a tutta pagina “FATE PRESTO” del quotidiano Il Mattino) rimossero definitivamente le ultime resistenze politiche a Roma.

1981: Giuseppe Zamberletti e l’inizio della svolta

Fu la svolta decisiva: nel 1981 Giuseppe Zamberletti venne richiamato e nominato Ministro per il coordinamento della Protezione Civile. Finalmente l’Italia aveva un Ministro permanente delegato alla gestione e al coordinamento delle emergenze.

Ma la strada burocratica fu incredibilmente tortuosa. Ci vollero ben 11 anni , infatti  bisognerà attendere il 1992 con la legge quadro istituzionale n. 225 ,  affinché venisse istituita la Protezione Civile come struttura permanente, ramificata e organizzata. I motivi di questo ritardo allucinante furono principalmente tre:

  • La difesa dei “feudi” ministeriali: Creare la Protezione Civile significava togliere potere, budget e competenze a ministeri pesantissimi che già esistevano, come il Ministero dell’Interno, i Lavori Pubblici e la Difesa. Nessuno, a Roma, voleva cedere un millimetro del proprio controllo storico sulla gestione dei fondi e dei soccorsi.

  • L’ostilità verso il “modello Zamberletti”: Giuseppe Zamberletti fu un visionario, ma la sua idea di un’agenzia snella, rapida e centrale faceva paura alla burocrazia tradizionale. Molti partiti spingevano per la creazione di commissioni locali e comitati territoriali che, storicamente, erano macchine perfette per produrre poltrone e gestire voti.

  • Il caos politico della Prima Repubblica: Tra il 1981 e il 1992 in Italia si succedettero ben 12 governi diversi. Ogni volta che una crisi di governo azzerava i giochi, il disegno di legge della Protezione Civile tornava in fondo al cassetto, costringendo a ricominciare l’iter parlamentare quasi da capo.

In quegli 11 anni di vuoto normativo, la Protezione Civile esistette quasi solo “sulla carta” o come ufficio temporaneo del Ministero guidato da Zamberletti. L’azione dello Stato operò in costante emergenza, gestendo catastrofi enormi , come la colata lavica dell’Etna del 1983 o la tragica frana della Val Pola in Valtellina nel 1987 , quasi esclusivamente per mezzo di decreti straordinari.

Fu solo con la fine di quell’era politica che l’Italia riuscì a dotarsi della legge n. 225/1992, riscattando parzialmente i ritardi del passato e strutturando quel sistema di soccorso nazionale che oggi, a 50 anni dal sisma del Friuli, rappresenta un’eccellenza studiata in tutto il mondo.

 

Fonti storiche e istituzionali

Per la redazione di questo articolo sono stati consultati i dati ufficiali e i documenti storici dei seguenti enti istituzionali:

  • Dati tecnici e sismologici (Magnitudo e Intensità): Archivio Storico Macrosismico dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) – Catalogo Storico dei Terremoti Italiani.

  • Bilancio delle vittime e dei danni materiali (Friuli 1976): Relazioni ufficiali della Regione Autonoma Friuli-Venezia Giulia e della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’opera di ricostruzione.

  • Dati sul personale militare e caserme: Archivio Storico dell’Associazione Nazionale Alpini (ANA) e i diari storici della Brigata Alpina Julia.

  • Bilancio e mappa dei comuni colpiti (Irpinia 1980): Relazione della Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’attuazione degli interventi per la ricostruzione della Valle del Belice, del Friuli e dell’Irpinia.

  • Evoluzione legislativa della Protezione Civile: Archivio storico del Dipartimento della Protezione Civile (Presidenza del Consiglio dei Ministri) – Legge 24 febbraio 1992, n. 225.

  • Discorso del Presidente Sandro Pertini: Archivio Storico della Presidenza della Repubblica (Quirinale), messaggio televisivo a reti unificate del 26 novembre 1980.

Giuseppe Zamberletti il primo Ministro della Protezione Civile Italiana