La Guerra del Colore: quando la TV italiana divenne un caso geopolitico
Questa e’ la prima parte di uno studio dedicato all’introduzione del Colore nella TV Italiana , in questa parte riporteremo la storia dove a un certo punto la scelta dello standard di trasmissione diventò un’affare diplomatico con una guerra sotterranea fatta anche con colpi bassi tra le diplomazie e lobby industriali Francese e Tedesca al fine di spingere lo standard sviluppato dalle rispettive aziende nazionali , il tutto mentre sostanzialmente i tecnici della nostra RAI e assieme a loro i nostri imprenditori del settore della elettronica di consumo all’epoca avevano già stabilito lo standard migliore su cui basare le future trasmissioni a Colori della nostra televisione .Guerra capace di ritardare per motivi meramente politici l’avvo delle regolari trasmissioni a colori fino al 1 Febbraio del 1977 .
Nella seconda parte approfondiremo gli aspetti prettamente tecnici delle attrezzature impiegate dalla RAI per le trasmissioni a colori al momento dell’avvio delle trasmissioni regolari indicando modelli ed attrezzature tecniche impiegate .
Praticamente mentre dagli anni 60 il resto dell’Europa si godeva i grandi eventi a Colori in Italia eravamo ostaggi di un dilemma: meglio lo standard tedesco PAL o quello francese SECAM ? A cui si aggiungeva l’ostracismo di alcune forze politiche ideologicamente contrarie alla introduzione della Tv a Colori vista come una cosa non necessaria e che avrebbe scatenato una corsa all’acquisto con relativo indebitamento delle famiglie .
La scelta Tecnica già fatta e applicata
La scelta tecnica già fatta (e applicata)
Innanzitutto va chiarito un paradosso fondamentale: la RAI era già interamente pronta in standard PAL. I laboratori di ricerca di Torino avevano testato a fondo i sistemi e non avevano alcun dubbio sulla superiorità tecnica del brevetto tedesco. Per anni, la RAI trasmise quasi clandestinamente nelle ore mattutine dei segnali di prova con immagini fisse e composizioni floreali rigorosamente in PAL. Questo serviva a permettere ai tecnici e ai negozianti di calibrare i nuovi apparecchi.
Una scelta politica contraria, che avesse imposto lo standard francese, avrebbe costretto la RAI a installare complessi convertitori di linea per “sporcare” e ricodificare il proprio segnale nativo: la cosa più assurda e antieconomica che si potesse immaginare.
I tecnici RAI avevano fatto la loro scelta, creando l’intera infrastruttura — dai sistemi di ripresa alle regie — in standard PAL. Questione chiusa, quindi? Neanche per idea. Siamo o non siamo in Italia?
Fermi tutti: la scelta doveva passare dal Parlamento. Ed è qui che è entrato in gioco il tradizionale “cerchiobottismo” italico. Nel tentativo di non scontentare nessuno dei nostri potenti alleati europei, per anni si andò avanti senza prendere alcuna decisione, lasciando che si scatenasse una vera e propria guerra diplomatica tra Parigi e Bonn.
Tra diplomazia, moralismo e schizofrenia
La guerra geopolitica vedeva contrapposti due sistemi e due visioni del continente:
-
Il fronte PAL (Phase Alternation Line): sviluppato da Walter Bruch per la tedesca Telefunken. Era solido, estremamente stabile nella gestione delle sfumature e prediletto dai tecnici.
-
Il fronte SECAM (Séquentiel Couleur à Mémoire): caldeggiato dal presidente francese Charles de Gaulle, che ne faceva una questione di orgoglio nazionale e uno strumento di penetrazione commerciale verso i paesi dell’Est Europa.
Parigi tentò ogni carta diplomatica per agganciare l’Italia al carro del SECAM, trovando una sponda politica importante in Amintore Fanfani (DC). Dalla Germania Ovest, le aziende licenziatarie del PAL rispondevano facendo leva sui forti legami commerciali ed economici già esistenti con le grandi fabbriche di elettrodomestici del Nord Italia.
La guerra politica interna
Mentre si discuteva sullo standard, a Roma si formò un asse politico eterogeneo contrario in toto all’introduzione stessa del colore. Il leader del PRI, Ugo La Malfa, portò avanti una dura battaglia economica e moralista: considerava la TV a colori un “lusso peccaminoso”, capace di scatenare spinte inflazionistiche e indebitamento nelle famiglie in un momento congiunturale delicato, aggravato poi dallo shock petrolifero del 1973. Sulla stessa linea di austerità, ritenendo il colore una distrazione rispetto alle priorità strutturali del Paese, si schierarono anche il PCI e la CGIL.
Il culmine della schizofrenia: Monaco 1972
Il picco di questa paralisi decisionale si toccò durante le Olimpiadi di Monaco del 1972. Per non fare un torto diplomatico né alla Francia né alla Germania, il governo Andreotti impose alla RAI una soluzione di compromesso unica al mondo. Le trasmissioni olimpiche a colori sul Secondo Canale vennero irradiate ad altoparlante alternato: un giorno in PAL e un giorno in SECAM.
Una follia logistica che costrinse i tecnici RAI a fare esattamente quello che temevano: installare dei convertitori per ricodificare forzatamente il segnale a seconda del calendario politico della giornata.
Pressioni delle lobby: lo show-room a Montecitorio
La pressione dei rappresentanti industriali toccò vette surreali direttamente nei palazzi del potere. Nel tentativo di convincere i parlamentari italiani che dovevano votare il decreto ministeriale, le lobby dei due standard installarono una vera e propria esposizione permanente all’interno di Montecitorio e Palazzo Madama.
Da un lato, i francesi disposero televisori SECAM sintonizzati sulle emittenti transalpine o su Telemontecarlo; dall’altro, i tedeschi risposero piazzando schermi PAL collegati alle stazioni svizzere o jugoslave. Per mesi, i corridoi della politica si trasformarono in uno show-room televisivo dove deputati e senatori si fermavano a valutare la qualità delle immagini, cercando di capire quale sistema offrisse il rosso più brillante o il verde più realistico durante le partite di calcio o i varietà.
La rivoluzione dal basso: il boom del “Bi-Standard”
Mentre la politica romana si perdeva in rinvii, i cittadini italiani decisero da soli. L’Italia si trovava geograficamente circondata dal colore grazie alle emittenti estere di confine.
Nacque così una vera e proprio spaccatura geografica dell’etere:
-
A Nord-Ovest e sul Tirreno: la Francia (Antenne 2) e Telemontecarlo irradiavano le loro novità cromatiche in SECAM.
-
A Nord-Est e sull’Adriatico: la Svizzera Italiana (TSI) e soprattutto la popolarissima TV Koper-Capodistria (dalla Jugoslavia) trasmettevano sport e intrattenimento in PAL.
I consumatori italiani che volevano investire nei primi, costosi televisori a colori non volevano rinunciare a metà dei canali disponibili. L’industria italiana (Zanussi/Sèleco, Brionvega, Indesit) e i radiotecnici locali intercettarono subito il bisogno: iniziarono a diffondersi capillarmente i televisori bi-standard (PAL/SECAM) dotati di doppi circuiti di decodifica. Nelle zone di frontiera, i tecnici fecero affari d’oro installando i famosi “kit di modifica” artigianali per convertire i vecchi apparecchi monostandard.
Il finale di partita
A metà degli anni ’70 la situazione era ormai insostenibile: il mercato era saturo di televisori già predisposti, le emittenti estere dominavano gli ascolti del colore e la stessa industria nazionale spingeva per il PAL per potersi allineare al mercato dell’export verso la Germania.
Crollato il muro dell’ostracismo politico, il 1º febbraio 1977 la RAI diede il via ufficiale alle trasmissioni regolari a colori in standard PAL. La guerra era finita, e a vincerla non erano stati i decreti ministeriali, ma i tecnici della RAI, le scelte commerciali dei costruttori e, soprattutto, le antenne degli italiani puntate oltre il confine.
