Le telecamere della conquista della Luna

Ormai siamo abituati che per ogni lancio spaziale abbiamo n telecamere che inquadrano tutti i dettagli del lancio , poi dall’interno della navetta , dall’esterno ecc.ecc. praticamente viviamo l’evento in diretta Tv o Web , ma  tra il 1969 e il 1972, trasmettere immagini in diretta da un altro corpo celeste era un’impresa folle quanto il viaggio stesso. La NASA sapeva che la Luna non andava solo conquistata, ma mostrata. Ma non fù solo  una battaglia tecnologica all’ultimo pixel tra due giganti dell’elettronica americana: Westinghouse e RCA  ma  anche una guerra ideologica all’interno della Nasa che spaccò l’agenzia fin dai tempi del programma Mercury guerra che vide contrapporsi  2 fazioni con 2 filosofie incociliabili ovvero da un lato c’erano gli Ingegneri e i Piloti (la “vecchia guardia”): Per loro la TV era una distrazione frivola, un “peso morto” e un rischio inutile. Ogni grammo contava: portare una telecamera significava togliere peso a esperimenti scientifici o al carburante di riserva. Inoltre, temevano che i tempi morti imposti dalla diretta TV rubassero minuti preziosi alla missione sul suolo lunare. Per i piloti (tutti ex collaudatori militari), l’idea che milioni di persone li guardassero in diretta mentre rischiavano la vita o commettevano un errore era inconcepibile,  dall’altro c’era il Management della NASA e le Relazioni Pubbliche: Uomini come James Webb (l’amministratore della NASA) avevano capito una verità politica brutale: il programma Apollo costava miliardi di dollari dei contribuenti americani. Senza il sostegno dell’opinione pubblica e del Congresso, i fondi sarebbero stati tagliati. La Luna andava “venduta” al pubblico come uno spettacolo globale. La TV non era un lusso, era lo strumento di sopravvivenza del programma stesso.

 

Capitolo 1: Le telecamere sulla Luna

Questo scontro generò episodi degni di una sfida tra scienziati e produttori di Hollywood. Il primo vero boicottaggio avvenne nel 1968 durante l’Apollo 7. Fu la prima missione a portare a bordo una telecamera Westinghouse. Il comandante Wally Schirra, innervosito da un forte raffreddore e dai ritardi tecnici, si rifiutò categoricamente di accenderla nelle prime fasi del volo. Ai tecnici di Houston che insistevano, rispose secco al microfono: “Non abbiamo tempo per gli show televisivi, abbiamo un sacco di lavoro da fare!”. Cedette solo dopo molte insistenze, dando vita al primo storico show TV dallo spazio, ironicamente ribattezzato “The Wally, Walt and Don Show”.

La faida fu così accesa che, fino a pochi mesi dal lancio dell’Apollo 11, lo sbarco di Neil Armstrong non prevedeva nemmeno una diretta televisiva. Quando l’ufficio pubbliche relazioni la spuntò, gli ingegneri pretesero un compromesso estremo per non far perdere tempo agli astronauti: la telecamera in bianco e nero della Westinghouse venne letteralmente nascosta all’esterno del Modulo Lunare, dentro un pannello ribaltabile chiamato MESA. Ad Armstrong bastò tirare un cordino mentre scendeva la scaletta per far aprire il portellone, attivare la telecamera e puntarla automaticamente verso di sé.

Pochi mesi dopo, con l’Apollo 12, arrivò la prima telecamera a colori sul suolo lunare. Ma il destino si schierò con gli ingegneri. Nel posizionare lo strumento sul treppiede, l’astronauta Alan Bean puntò inavvertitamente l’obiettivo contro il Sole, bruciando istantaneamente il delicatissimo sensore. A Houston, molti scienziati tirarono un sospiro di sollievo: senza la distrazione della diretta TV, gli astronauti poterono concentrarsi al 100% sulla geologia, portando a termine una missione scientificamente perfetta. Quella “vendetta della scienza” terrorizzò la NASA a tal punto che per l’Apollo 14 si decise di fare un passo indietro, tornando alla robusta (ma superata) telecamera in bianco e nero.

Il trucco del disco rotante e il brevetto conteso

Per capire il miracolo della miniaturizzazione spaziale, bisogna guardare alla tecnologia terrestre dell’epoca. Alla fine degli anni Sessanta, per fare le riprese a colori negli studi televisivi si usavano dei “bestioni” ingombranti che pesavano tra i 40 e i 100 chili. All’interno utilizzavano ben tre grandi tubi elettronici separati (uno per ogni colore primario) e complessi sistemi di prismi ottici. Portare un simile carico sulla Luna era fuori discussione.

La Westinghouse aggirò il problema rispolverando un vecchio trucco meccanico scartato dalla TV commerciale: il sistema Field-Sequential Color, perfezionato e brevettato a cavallo tra gli anni ’30 e ’40 da Peter Goldmark per la CBS. Negli anni ’50 questo sistema era stato approvato come standard nazionale USA, ma il gigante rivale RCA era riuscito a farlo legalmente bandire poiché incompatibile con i milioni di televisori in bianco e nero già venduti (chi aveva una vecchia TV vedeva solo righe e distorsioni). La RCA impose così il proprio standard elettronico NTSC senza parti meccaniche, condannando il disco rotante all’oblio.

Vent’anni dopo, la Westinghouse capì che i difetti che avevano condannato quel sistema sulla Terra erano vantaggi enormi per lo spazio. Permetteva infatti di usare un solo tubo sensore, riducendo drasticamente pesi, dimensioni e consumi. Davanti all’unico tubo della telecamera lunare girava un disco con i filtri colorati a 600 giri al minuto, compiendo esattamente 10 rotazioni complete ogni secondo. Diviso in sei settori (una tripletta RGB ripetuta due volte per bilanciare il peso ed evitare vibrazioni), il disco permetteva di catturare 60 “campi” di colore al secondo (60 frame al secondo).

Questo creava un affascinante paradosso: sulla Luna la telecamera Westinghouse trasmetteva un segnale “non standard” a 60 frame al secondo che nessuna TV a Terra poteva mostrare. A Houston, i computer della NASA dovevano ricevere questi lampi sequenziali di rosso, verde e blu, memorizzarli su un primordiale videoregistratore a disco magnetico e “tradurli” nel formato televisivo commerciale dell’epoca, fondendoli insieme in un unico fotogramma a colori completo pronto per i tubi catodici di tutto il mondo.

Il dramma del Sole e la svolta della RCA

Pochi mesi dopo il successo dell’Apollo 11, a novembre del 1969, la NASA portò sul suolo la prima telecamera a colori della Westinghouse con l’Apollo 12. La trasmissione partì, ma durò appena 45 minuti. Nel posizionare lo strumento sul treppiede, l’astronauta Alan Bean puntò inavvertitamente l’obiettivo direttamente contro il Sole. Il sensibilissimo tubo sensore si bruciò all’istante, lasciando la Terra al buio. A Houston, molti scienziati tirarono sotto sotto un sospiro di sollievo: senza la distrazione della TV, gli astronauti poterono concentrarsi al 100% sulla geologia. La paranoia della NASA dopo quel guasto fu tale che per l’Apollo 14 si tornò alla robusta e superata telecamera in bianco e nero.

La svolta definitiva arrivò nel 1971 con le missioni “J” (Apollo 15, 16 e 17) e l’ingresso in campo della RCA. Pur mantenendo il sistema del disco rotante per ragioni di spazio, la RCA sostituì i delicati sensori precedenti con un rivoluzionario tubo chiamato SIT (Silicon Intensified Target). Questo sensore al silicio era un carro armato: era così sensibile da vedere nitidamente nel buio dell’ombra lunare, ma così resistente da poter inquadrare i riflessi accecanti e persino il Sole senza subire alcun danno. Montata sul Rover Lunare e comandata a distanza direttamente da un tecnico a Houston, la telecamera della RCA regalò al mondo le immagini più nitide, fluide e spettacolari della Luna, compreso il mitico decollo dell’Apollo 17 ripreso dal suolo mentre gli astronauti stavano già volando via.

Capitolo 2: La sfida di riprendere l’accensione dei motori del Saturn V

In quasi tutti i documentari e filmati dedicati alla conquista della Luna ci sono le iconiche sequenze del decollo del Saturn V. In particolare, ce ne sono alcune in cui l’inquadratura guarda direttamente dentro l’ugello del motore centrale F-1 mentre si accende: quelle immagini ravvicinate e simmetriche sono opera della Camera E-4 e della sua gemella Camera E-2, posizionate direttamente sulla rampa di lancio (Launch Pad). Nelle note tecniche della NASA, ogni telecamera aveva la sigla “E” (che stava per Engineering, poiché servivano agli ingegneri per verificare che non ci fossero perdite o cedimenti strutturali nei primi secondi di distacco). Altrettanto celebri sono le immagini che mostrano a rallentatore estremo il ghiaccio che si stacca dalle pareti del razzo e la fiammata che esce dai motori F-1: quel capolavoro visivo lo dobbiamo invece alla Camera E-8, montata sulla torre di lancio.

La sfida tecnologica

Se riprendere la Luna in diretta era una sfida di trasmissione e miniaturizzazione, riuscire a inquadrare il gigantesco razzo Saturn V durante il decollo da terra era una sfida di pura sopravvivenza fisica. La base di lancio, nei primi secondi dell’accensione, si trasformava in un inferno di calore distruttivo, vibrazioni acustiche capaci di frantumare l’acciaio e gas altamente corrosivi. Nessun essere umano poteva avvicinarsi a meno di 5 chilometri dalla rampa, eppure il pubblico a casa e gli ingegneri nei bunker pretendevano di vedere l’accensione dei giganteschi motori F-1 a pochi centimetri di distanza.

Per riuscirci, la NASA e i tecnici televisivi dovettero progettare dei sistemi di protezione che erano più simili a bunker militari che a strumenti ottici di precisione.

Il bunker di vetro e specchi

Le telecamere posizionate sulla rampa di lancio vennero sigillate all’interno di pesanti custodie d’acciaio spesse diversi centimetri. Questi scudi metallici venivano costantemente refrigerati con un flusso continuo di azoto gassoso; una soluzione fondamentale per evitare che le lenti si appannassero per l’umidità o si sciogliessero istantaneamente a causa del calore radiante dei motori.

Ma il vero colpo di genio fu geometrico. Per evitare che la forza d’urto acustica e i detriti distruggessero direttamente i costosi obiettivi, molte telecamere vennero posizionate “al riparo” dietro spessi muri di protezione. Non inquadravano il razzo direttamente, ma puntavano verso specchi di quarzo inclinati a 45 gradi. Gli specchi erano considerati elementi “sacrificabili”: potevano graffiarsi, creparsi o essere distrutti dalla furia del Saturn V, ma fino all’ultimo secondo utile deviavano la luce protetti verso l’obiettivo della telecamera, salvando il segnale video della diretta.

Le cineprese “suicide” a espulsione guidata

Oltre alle telecamere televisive per la diretta, gli ingegneri della NASA avevano un disperato bisogno di immagini ad altissima risoluzione e rallentate (fino a 500 fotogrammi al secondo) per studiare millimetro per millimetro il comportamento dei motori e la separazione degli stadi durante il volo. Per questo motivo, diverse cineprese a pellicola della Mitchell vennero montate direttamente sul corpo del razzo, a pochi passi dalle zone di sgancio.

Il problema ingegneristico era brutale: come recuperare la preziosa pellicola prima che lo stadio del razzo si distruggesse o bruciasse nell’impatto con l’atmosfera? La soluzione fu una missione di salvataggio autonoma. Le cineprese vennero inserite all’interno di capsule cilindriche corazzate, progettate per resistere a impatti tremendi. Pochi secondi dopo aver terminato le riprese in quota, un sistema automatico espelleva queste capsule dal corpo del razzo verso lo spazio aperto. Le capsule affrontavano il rientro balistico protette da uno scudo termico, aprivano un piccolo paracadute ed emettevano un segnale radio (radiofaro), oltre a rilasciare una macchia di colorante fluorescente una volta toccata l’acqua. Squadre di elicotteri della Marina militare pattugliavano l’Oceano Atlantico solo per ripescare questi “rullini cinematografici” tecnologici, le cui immagini ravvicinate ancora oggi restano insuperate per potenza visiva.