Borland dai Software di Sviluppo ai prodotti Desktop e ritorno ….. ma ormai era tardi  

1983–1989 — La fondazione e lo sviluppo dell’azienda

L’avventura americana di Borland nasce nel 1983, quando Philippe Kahn, un insegnante di matematica francese nato a Parigi il 16 marzo 1952 ed emigrato l’anno precedente nella Silicon Valley in cerca di lavoro, si ritrova negli Stati Uniti con un semplice visto turistico e senza Green Card. Di questi tempi probabilmente lo avrebbero già rimesso su un volo per Parigi.

Non riuscendo a trovare facilmente qualcuno disposto ad assumerlo, Kahn comincia a lavorare come consulente e, insieme ad alcuni soci, dà vita alla società che diventerà Borland International.

La sua prima attività americana si chiamava MIT, acronimo di Market In Time, ma sul successivo passaggio al nome Borland c’è un po’ di confusione, alimentata dallo stesso Kahn, che negli anni ne ha raccontato almeno due versioni.

Secondo una, il vero MIT, il Massachusetts Institute of Technology, gli scrisse chiedendogli di cambiare nome. Kahn avrebbe quindi ottenuto il diritto di utilizzare il nome Borland da una piccola società irlandese che gli doveva del denaro. In un’intervista del 1986, invece, lo stesso Kahn raccontò molto più semplicemente che Borland era un nome inventato perché suonava bene.

Scegliete pure la versione che preferite.

Per rimanere comunque nel solco delle sane tradizioni della Silicon Valley, la prima sede Borland si trovava in alcuni locali sopra un’officina che riparava automobili Jaguar,  non era proprio dentro un garage, insomma, ma era sopra… meglio di nulla…

Kahn parte con pochissimo denaro, senza venture capital e con possibilità molto limitate di finanziarsi attraverso i canali tradizionali.

È in questa situazione che Borland presenta il prodotto destinato a cambiarne completamente la storia: Turbo Pascal.

Il programma viene venduto a soli 49,95 dollari. 

La qualità del prodotto, assieme al prezzo estremamente competitivo, fa sì che Borland cresca letteralmente in maniera esponenziale infatti dai circa 10 milioni di dollari di fatturato del 1984, Borland arriva a oltre 82 milioni nel 1989, quindi  in appena cinque anni il fatturato è aumentato di circa nove volte.

Turbo Pascal vende 250.000 copie già nel primo anno e, nel giro di cinque anni, sia Turbo Pascal sia SideKick superano il milione di copie vendute.

E soprattutto Borland non rimane l’azienda di un solo prodotto. Alla famiglia Turbo Pascal si aggiungono Turbo Prolog, Turbo Basic e Turbo C, mentre l’acquisizione di Ansa Software porta in casa Paradox e Borland si prepara ad attaccare un altro gigante del software dell’epoca, Lotus, con il foglio elettronico Quattro.

1991–1995 Ovvero  Gli anni dell’affermazione di Windows

Nel 1990 viene presentato Windows 3.0 e il mondo a caratteri e a linea di comando del DOS comincia progressivamente a spostarsi verso l’interfaccia grafica. Le precedenti versioni 1.0 e 2.0 di Windows non avevano ottenuto un grande successo, ma con Windows 3.0 le cose iniziano decisamente a cambiare.

Nel 1991 Borland decide di fare il grande passo acquisendo Ashton-Tate.

Ma chi era Ashton-Tate?

Era sostanzialmente l’azienda che aveva trasformato dBASE in uno dei prodotti di riferimento nel mondo dei database per personal computer. Il programma era nato originariamente come Vulcan, sviluppato da Wayne Ratliff, per essere poi commercializzato e sviluppato da Ashton-Tate con il nome dBASE.

Per chi, come me, all’epoca sviluppava programmi gestionali su PC, dBASE rappresentava praticamente un punto di riferimento. Nel mio caso i programmi venivano poi compilati utilizzando Clipper della Nantucket Software, che permetteva di realizzare applicazioni eseguibili mantenendo sostanzialmente il linguaggio e soprattutto il mondo dei database DBF che avevamo imparato a conoscere con dBASE.

Insomma, quando Borland acquistò Ashton-Tate non stava comprando una software house qualsiasi: stava mettendo le mani su uno dei nomi più importanti del software gestionale per PC dell’epoca.

Basta confrontare i numeri delle due aziende alla vigilia dell’acquisizione per rendersi conto delle dimensioni dell’operazione:

  Borland Ashton-Tate
Fatturato 226,7 milioni $ 230,5 milioni $
Utile/perdita +26,8 milioni $ −18 milioni $
Dipendenti circa 1.000 circa 1.600
Quota mercato database PC circa 11,5% (Paradox) circa 32,9% (dBASE)

Borland, quindi, con circa 1.000 dipendenti stava acquisendo un’azienda da 1.600 dipendenti, con un fatturato addirittura leggermente superiore al proprio ma che, a differenza di Borland, stava perdendo denaro.

L’operazione aveva un valore di circa 439 milioni di dollari e venne realizzata attraverso uno scambio di azioni Borland. Sommando dBASE e Paradox, la nuova società si sarebbe trovata a controllare circa il 44% del mercato dei database per personal computer.

Vista in questo modo, la scelta di Kahn non era affatto priva di logica: con una sola operazione Borland diventava di gran lunga uno dei protagonisti del mercato dei database PC.

Il problema, come vedremo, non era soltanto cosa Borland avesse comprato, ma anche quanto sarebbe costato integrarlo e cosa stava succedendo contemporaneamente nel resto del mercato del software.

Il mercato in quel momento, però, era alla vigilia di una vera rivoluzione. Nel giro di pochi anni saremmo passati da un Windows accessorio, spesso neanche installato sui PC, a un elemento praticamente indispensabile, fino ad arrivare nel 1995 a Windows 95, che non richiedeva più all’utente di installare prima il DOS e successivamente Windows.

Rimaneva naturalmente possibile utilizzare moltissimi programmi nati per il DOS, ma questi continuavano a presentarsi con la loro vecchia interfaccia, spesso a caratteri, mentre menu, finestre, icone e mouse stavano ormai diventando il modo normale con cui l’utente si aspettava di interagire con il computer.

Kahn e soci compresero correttamente che Windows sarebbe stato il futuro. Insomma, furono decisamente meno spocchiosi, per esempio, di Lotus, della cui storia abbiamo già scritto [qui].

Il problema è che questa rivoluzione avveniva proprio mentre Borland si trovava contemporaneamente a dover:

  • integrare i circa 1.600 dipendenti provenienti da Ashton-Tate;

  • continuare a sviluppare e soprattutto portare su Windows i prodotti acquisiti;

  • trasferire nel nuovo ambiente Windows anche i propri strumenti destinati agli sviluppatori;

  • sviluppare una nuova generazione di strumenti di programmazione, un percorso che avrebbe portato nel 1995 alla nascita di Delphi.

Tutto questo richiedeva enormi risorse economiche, tecniche e manageriali.

L’acquisizione di Ashton-Tate, inoltre, era stata valutata circa 439 milioni di dollari. Borland non pagò questa cifra in contanti, ma utilizzò le proprie azioni come moneta di scambio. Questo non significava però che l’operazione fosse avvenuta “gratis”: l’emissione delle azioni necessarie comportava una diluizione degli azionisti esistenti e diversi analisti dell’epoca ritenevano che il prezzo pagato per Ashton-Tate fosse troppo elevato.

E proprio mentre sarebbe stato necessario continuare a investire pesantemente nello sviluppo dei nuovi prodotti per Windows, cominciarono ad arrivare i costi dell’integrazione e i problemi finanziari.

L’integrazione si rivelò immediatamente molto costosa. L’acquisizione da 439 milioni era stata realizzata mediante uno scambio di azioni, ma l’assorbimento di Ashton-Tate comportò per Borland circa 110 milioni di dollari di oneri, dei quali circa 103 milioni legati alla ristrutturazione, all’integrazione della società e alla chiusura delle strutture duplicate.

Per comprendere meglio la dimensione della cifra basta confrontarla con i conti della Borland prima dell’acquisizione: nell’esercizio precedente l’azienda aveva fatturato circa 227 milioni di dollari, con un utile di circa 27 milioni. Quei 110 milioni di oneri equivalevano quindi a quasi la metà dell’intero fatturato annuale della Borland pre-fusione e a più di quattro volte l’utile dell’anno precedente.

Come prevedibile in una fusione di queste dimensioni, la riorganizzazione comportò anche l’eliminazione di numerose funzioni duplicate e centinaia di licenziamenti. Nell’ottobre 1991 furono annunciati circa 400 licenziamenti tra gli ex dipendenti Ashton-Tate, mentre nei giorni successivi il totale dei tagli collegati alla riorganizzazione salì a oltre 500.

E arrivano i problemi ……….

A più di due anni dall’acquisizione di Ashton-Tate, gli effetti della grande espansione non erano ancora stati assorbiti. Borland continuava a registrare perdite e nel 1994, nel pieno di una crisi di liquidità, arrivò a cedere Quattro Pro a Novell per 145 milioni di dollari in contanti. Fu il segnale che qualcosa nella strategia di espansione di Borland non stava funzionando.

Quattro Pro, infatti, non era un prodotto ereditato dall’acquisizione di Ashton-Tate: era uno dei prodotti sviluppati direttamente da Borland e sul quale l’azienda aveva investito negli anni precedenti importanti risorse tecniche e commerciali.

La vendita avveniva mentre Borland attraversava seri problemi finanziari e lo stesso Philippe Kahn indicò proprio quei 145 milioni come una delle risorse che avrebbero permesso di finanziare la crescita futura dell’azienda.

In altre parole, a meno di tre anni dall’acquisizione di Ashton-Tate, Borland si trovava a cedere uno dei propri prodotti più importanti per recuperare liquidità.

E il mercato azionario aveva già mandato segnali piuttosto eloquenti. Nel dicembre 1991 un’azione Borland aveva raggiunto 82,25 dollari; nel marzo 1994, alla vigilia dell’annuncio della vendita di Quattro Pro, valeva appena 12,75 dollari.

Ancora più significativo fu ciò che accadde dopo l’annuncio: la cessione di Quattro Pro per 145 milioni di dollari in contanti venne accolta positivamente dagli investitori e il titolo Borland salì a 14,125 dollari, con un rialzo di circa l’11% in una sola seduta.

La discesa, però, non era terminata: nel gennaio 1995, quando Philippe Kahn lasciò la guida dell’azienda, un’azione Borland valeva circa 7 dollari.

Da 82,25 a 7 dollari in poco più di tre anni, una perdita di oltre il 90% del valore del titolo.

Non occorre aggiungere molto altro per capire che qualcosa, nel frattempo, era andato decisamente storto.

Ma mentre Borland cercava di assorbire Ashton-Tate, riorganizzava l’azienda e affrontava i propri problemi finanziari, il mercato degli strumenti di sviluppo non era rimasto fermo ad aspettarla.

Nel 1991 Microsoft presentò Visual Basic 1.0, un ambiente di sviluppo pensato espressamente per Windows che permetteva di costruire un’interfaccia grafica utilizzando finestre, pulsanti, menu e altri elementi visuali, associando poi il codice agli eventi generati dall’utente.

Non era soltanto un nuovo linguaggio o una nuova versione di un compilatore ,  rappresentava un modo diverso di pensare e costruire un programma.

E contemporaneamente stava avvenendo qualcosa di meno evidente ma probabilmente altrettanto importante: un ricambio generazionale tra gli sviluppatori.

Una parte consistente dei programmatori professionisti proveniva dal mondo DOS o, ancora prima, dai sistemi gestionali e dai minicomputer. Erano persone abituate a linguaggi come COBOL, RPG, dBASE, Clipper, C o Pascal e a programmi nei quali l’interazione con l’utente era normalmente organizzata attraverso sequenze abbastanza rigide di schermate, menu e procedure.

Il sottoscritto era tra loro e, per la mia generazione, abituata a scrivere codice secondo una logica prevalentemente procedurale, l’impatto con la programmazione visuale e soprattutto con la logica event-driven di Windows poteva essere devastante. Non era più soltanto questione di imparare nuovi comandi: bisognava cambiare il modo stesso di pensare il programma. In un certo senso dovevi resettare una parte delle tue conoscenze e ripartire da capo.

Un problema che pesava molto meno sulla nuova generazione di programmatori. Molti avevano incontrato il computer attraverso il BASIC o il Pascal, a scuola oppure sul proprio computer, e non avevano necessariamente alle spalle anni di esperienza con applicazioni DOS e sistemi gestionali precedenti. Non dovevano quindi disimparare un metodo di lavoro consolidato prima di impararne uno nuovo.

Per questi giovani programmatori Visual Basic rappresentava una porta d’ingresso naturale nel mondo Windows. Si poteva disegnare rapidamente una finestra, inserire un pulsante, associare del codice a un evento e vedere immediatamente il risultato.

Naturalmente questo non significava che fossero automaticamente programmatori migliori di chi possedeva dieci o vent’anni di esperienza. I programmatori della generazione precedente disponevano spesso di una conoscenza molto più profonda delle basi dati, dei sistemi gestionali e soprattutto degli archivi e delle applicazioni esistenti.

Ma per sviluppare un nuovo programma destinato a Windows, una parte di quella esperienza poteva improvvisamente diventare meno determinante.

E mentre Borland era impegnata nella propria gigantesca riorganizzazione, Microsoft aveva quindi quattro anni nei quali Visual Basic poteva diffondersi, migliorare e soprattutto creare attorno a sé una nuova generazione di sviluppatori Windows.

1995 — Arriva Delphi

Naturalmente Borland non era rimasta completamente fuori dalla programmazione Windows. Già nel 1991 aveva presentato Turbo Pascal for Windows e disponeva inoltre di Borland C++.

Il problema era un altro: sviluppare un’applicazione Windows con questi strumenti significava spesso confrontarsi molto più direttamente con la complessità di Windows, con le sue API, le chiamate di sistema e la gestione dell’interfaccia.

Visual Basic nascondeva al programmatore buona parte di questa complessità. Per semplificare, un problema che con gli strumenti tradizionali poteva richiedere decine di righe di codice e diverse chiamate alle funzioni di Windows, con Visual Basic poteva essere risolto con poche righe associate a un controllo o a un evento.

Per chi doveva sviluppare rapidamente un’applicazione gestionale, questa differenza poteva significare ore o giorni di lavoro risparmiati.

A questo si aggiungeva un altro vantaggio. Molti dei nuovi programmatori avevano già incontrato il BASIC a scuola o sui computer utilizzati negli anni precedenti e trovavano quindi in Visual Basic un linguaggio almeno in parte familiare.

Microsoft offriva così contemporaneamente un linguaggio conosciuto da moltissimi principianti e un ambiente che nascondeva buona parte della complessità della programmazione Windows.

Per chi iniziava a programmare in quegli anni, la strada verso Visual Basic poteva quindi risultare molto più breve di quella necessaria per affrontare Windows attraverso gli strumenti di sviluppo tradizionali.

Ed è in questo mercato che, nel 1995, arrivò Delphi, il nuovo ambiente di sviluppo Borland per Windows basato sull’Object Pascal.

L’idea di costruire graficamente l’interfaccia e associare il codice agli eventi non era nuova: Visual Basic lo permetteva già dal 1991. Delphi univa però questa semplicità di sviluppo a un compilatore molto veloce, alla possibilità di produrre applicazioni Windows compilate in codice nativo e a ottimi strumenti per lavorare con i database.

Per chi proveniva da Turbo Pascal rappresentava inoltre un passaggio abbastanza naturale dal DOS a Windows.

Delphi era quindi un prodotto moderno e tecnicamente molto valido.

Il problema era che arrivava nel 1995. Visual Basic era arrivato nel 1991.

E quando Delphi arrivò sul mercato, Borland non era più l’azienda finanziariamente brillante che pochi anni prima aveva deciso di sfidare Microsoft anche nel mercato delle applicazioni desktop.

Alle sue spalle c’erano l’acquisizione di Ashton-Tate, oltre 100 milioni di dollari di oneri legati alla successiva ristrutturazione, anni di risultati difficili, la vendita di Quattro Pro per ottenere 145 milioni di dollari in contanti e un titolo azionario precipitato dagli oltre 80 dollari del 1991 a circa 7 dollari all’inizio del 1995.

Nel frattempo Microsoft aveva avuto quattro anni per sviluppare Visual Basic e, soprattutto, per costruire attorno ad esso una crescente comunità di programmatori Windows.

Delphi dimostrava che Borland possedeva ancora le capacità tecniche per realizzare un ambiente di sviluppo eccellente.

Ma alla partenza della nuova gara Borland non arrivava riposata: arrivava con il fiato corto.

Il declino

Nel 1995 Philippe Kahn lasciò la guida di Borland. L’azienda cercò progressivamente di tornare alle proprie origini, concentrandosi nuovamente sugli strumenti destinati agli sviluppatori e sul mercato enterprise.

Delphi continuò a essere sviluppato e conquistò una propria comunità di programmatori, dimostrando che le competenze tecniche che avevano fatto grande Borland non erano affatto scomparse. Ma l’azienda non sarebbe più tornata alla posizione occupata alla fine degli anni Ottanta e all’inizio degli anni Novanta.

Nel 1998 Borland cambiò addirittura nome in Inprise, nel tentativo di sottolineare il nuovo orientamento verso il mercato enterprise. L’esperimento durò poco: nel 2001 l’azienda tornò a chiamarsi Borland Software Corporation.

Negli anni successivi gli strumenti di sviluppo continuarono a rappresentare una parte importante della sua storia, fino alla creazione della divisione CodeGear, nella quale confluirono Delphi e gli altri prodotti destinati agli sviluppatori.

Nel 2008 CodeGear venne infine venduta a Embarcadero Technologies.

Borland continuò ancora per qualche tempo la propria attività nel software enterprise, ma la società che negli anni Ottanta aveva rivoluzionato il mercato degli strumenti di sviluppo con Turbo Pascal aveva ormai completato una lunga parabola: dai software per programmatori alle applicazioni desktop, e infine nuovamente agli strumenti di sviluppo.

Proprio il settore dal quale era partita.

Conclusioni

Oggi è facile affermare che Borland sbagliò ad acquisire Ashton-Tate, ma giudicare una decisione del 1991 conoscendo quello che sarebbe successo dopo è fin troppo semplice.

Rimane però una domanda: cosa sarebbe successo se Borland avesse concentrato maggiormente le proprie risorse sugli strumenti di sviluppo e Delphi fosse arrivato prima?

Non possiamo saperlo. Possiamo però osservare che Delphi si dimostrò un prodotto valido, tanto da sopravvivere alla stessa Borland e arrivare, ulteriormente sviluppato, fino alle attuali versioni multipiattaforma.

Forse avrebbe potuto sottrarre una parte maggiore del mercato a Visual Basic e cambiare la storia di Borland.

Non lo sapremo mai. Ma quando Borland tornò a fare quello che sapeva fare meglio, era ormai tardi.

Le Fonti

Elaborazione grafica: Philippe Kahn e alcuni dei prodotti che hanno segnato la storia di Borland