TARQUINIA LA CULLA

DELLA FOLGORE 

Chi percorre distrattamente la cosiddetta Strada Litoranea, che conduce dal bivio di Marina Velka (Tarquinia) verso Civitavecchia, a quel cancello non fa quasi caso. Oltre l’inferriata si intravede un viottolo ricoperto di erbacce in completo stato di abbandono; due bandiere e un paio di targhe, altrettanto sommerse dalla vegetazione, completano il quadro poco idilliaco che si presenta al guidatore. Poco oltre, solo un terreno ricoperto di sterpaglie.

Eppure, quel cancello e quel terreno furono muti testimoni del passaggio di veri Eroi: i pochi che, nella disfatta generale della nostra nazione in guerra, seppero guadagnarsi il plauso e il profondo rispetto del nemico. Un oscuro punto sulla carta geografica in pieno deserto egiziano, chiamato El Alamein, divenne la tomba per molti di loro, ma con il loro estremo sacrificio quel reparto scrisse una pagina indelebile di storia. Parliamo del luogo in cui sorse il primo centro di addestramento paracadutisti della Divisione “Folgore”.

Pochi sanno che sull’Aeroporto di Tarquinia, nella primavera del 1940, nacquero e si addestrarono le Divisioni “Folgore” e “Nembo”. Anche se in assoluto non si trattò della prima scuola per paracadutisti militari al mondo (essendo stata preceduta dalla Scuola per “Fanti dell’Aria” aperta presso l’aeroporto di Castel Benito, in Libia, fortemente voluta da Italo Balbo e costituita da elementi libici inquadrati da ufficiali e sottufficiali italiani al comando del Ten. Col. Tonini), Tarquinia è considerata a tutti gli effetti la culla del paracadutismo militare nazionale. Fu qui che vennero formati anche i componenti di altri reparti d’élite delle nostre Forze Armate, come il Battaglione Carabinieri Paracadutisti, il Battaglione “San Marco” della Regia Marina, il X Reggimento Arditi e i battaglioni 1° e ADRA (Arditi Distruttori Regia Aeronautica).

L’ingegno a Tarquinia e il trasferimento a Viterbo

L’Aeroporto di Tarquinia non era un vero e proprio scalo aeroportuale, poiché mancava completamente delle strutture logistiche basilari, a partire dagli hangar e dagli alloggiamenti per il personale. Con la tipica inventiva italiana, l’area fu rapidamente cosparsa di baracche e tende. Inoltre (secondo alcune fonti in accordo con i Vigili del Fuoco, secondo altre quasi alla chetichella), venne smontata una torre d’allenamento alta 52 metri interamente costruita in tubi Innocenti, originariamente situata a Villa Glori a Roma, per essere rimontata sul campo di Tarquinia come torre di lancio.

A fine 1942, al campo di Tarquinia si affiancò quello di Viterbo. Quest’ultimo, essendo già sede di uno Stormo da bombardamento della Regia Aeronautica (il 9° Stormo), disponeva di infrastrutture e strutture logistiche decisamente migliori.

Nel frattempo, gli uomini della Divisione avevano già lasciato il loro segno nella storia. Dopo il primo lancio di guerra eseguito il 30 aprile 1941 per la conquista dell’isola di Cefalonia – che, per inciso, rimase uno dei pochissimi aviolanci operativi della Divisione, successivamente impiegata quasi esclusivamente come fanteria d’élite appiedata – i paracadutisti si coprirono di gloria immortale durante la terribile battaglia di El Alamein (23 ottobre – 8 novembre 1942).

Il dopoguerra e lo stato attuale

L’aeroporto di Viterbo vide anche la rinascita della specialità nel 1947, ospitando i reparti fino al 1957, anno in cui tutte le truppe aviotrasportate e i relativi reparti di volo dell’Aeronautica vennero definitivamente trasferiti nelle sedi di Pisa e Livorno. Nella base di Viterbo rimangono ancora oggi due splendide costruzioni progettate dal noto architetto Pier Luigi Nervi, impiegate all’epoca come palestra e successivamente come officine di manutenzione per l’Aviazione dell’Esercito (AVES), ma che risultano ormai in completo stato di abbandono e chiuse per pericolo di crolli.

Di quel primo storico campo di Tarquinia, invece, rimane pochissimo: a parte il cancello d’ingresso e una piccola costruzione rurale, non c’è più nulla. Fino alla metà degli anni ’90 era ancora visibile la sagoma della pista con la sua regolare recinzione, utilizzata talvolta come campo d’emergenza per i velivoli d’addestramento dell’AVES. Tuttavia, durante una recente ricognizione fotografica nei punti d’accesso (ricordi di quando, da ragazzino, ci arrivavo in bicicletta dalla vicina Tarquinia Lido), la pista è risultata ormai irraggiungibile, completamente smantellata e restituita all’attività agricola.

Onestamente, è davvero troppo poco. Fa stringere il cuore vedere come sia mantenuto in totale stato di abbandono quel pezzo di terra che per il passante distratto non dice nulla, ma che ha rappresentato una fetta così immensa e gloriosa della nostra storia militare.