Dal Kaiser Wilhelm Geschütz al Progetto Babilonia Storia dei super cannoni
Parigi 21 marzo 1918 ore 7:18 , 19° arrondissement un fischio e poi una esplosione , quello che la ha causata è il primo proiettile di alcune decine che quel giorno si schianteranno sulla Città .
I Parigini quel giorno vanno nel panico perchè dal momento dell’attacco Tedesco la Capitale ha si subito diversi bombardamenti aerei ma tutti preannunciati dalle sirene antiaeree che almeno permettono ai cittadini di precipitarsi nei rifugi antiaerei , qui invece si ha solo il fischio del proiettile in arrivo e l’esplosione , quindi pensano che i proiettili cadano da qualche dirigibile talmente in quota da essere invisibile , in effetti i proiettili sono sparati da un cannone nascosto nella foresta di Crepy a 120 Km di distanza dal primo super cannone tedesco .
Il Cannone per bombardare Parigi
I progettisti della Krupp, guidati dall’ingegnere Fritz von Eberhard, tirano fuori dal cilindro il Paris-Geschütz (erroneamente chiamato dai parigini “Grande Berta”) intitolato al Kaiser Wilhelm Geschütz
La tecnica
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Per raggiungere una gittata di ben 130 chilometri, non basta una normale canna. Usano un cannone navale colossale a cui infilano dentro un’anima liscia lunga ben 34 metri. La pressione generata dallo sparo è così devastante che a ogni colpo le pareti della canna si consumano leggermente: ogni proiettile deve essere numerato e progressivamente più largo del precedente per calzare a misura.
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Per costruire una canna lunga ben 34 metri che non si flettesse sotto il proprio peso e che resistesse a pressioni interne inimmaginabili, i tecnici tedeschi non progettarono il pezzo da zero, ma ricorsero a un “ibrido” ricavato assemblando due cannoni navali da 210 mm già esistenti.
La struttura tecnica fu concepita in questo modo:
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Presero un grosso cannone navale e vi saldarono e imbullonarono un secondo pezzo per allungare drasticamente la culatta e la volata.
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Per risolvere il problema della flessione della canna immensa, che a causa della sua lunghezza tendeva a curvarsi verso il basso per gravità (compromettendo irrimediabilmente la precisione balistica), installarono sopra la struttura un complesso sistema di cavi di acciaio tesi e tiranti esterni (simili a quelli di un ponte sospeso), che tenevano la canna in tensione rigida.
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All’interno fu inserita un’ulteriore anima liscia di rinforzo, portando il calibro a 211 mm (e poi progressivamente allargato man mano che le rigature o le pareti si consumavano con gli spari).
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- Il tutto venne montato su speciali vagoni ferroviari blindati e rinforzati, progettati appositamente per reggere le enormi sollecitazioni laterali e verticali dello sparo.
Tuttavia, c’è una particolarità interessante: a differenza dei classici cannoni ferroviari che sparavano direttamente dai binari, il rinculo del Paris-Geschütz era così violento che non poteva essere semplicemente appoggiato sui carrelli ferroviari durante il fuoco, altrimenti avrebbe sventrato i binari e distrutto i treni stessi.
Per sparare, il convoglio veniva guidato su un tratto di ferrovia appositamente preparato (spesso una curva o un raccordo morto costruito ad hoc nella foresta di Crépy). Lì il cannone veniva fatto scendere o bloccato su una piattaforma girevole in acciaio e cemento armato costruita sotto i binari, che permetteva di orientarlo con precisione millimetrica verso Parigi, scaricando a terra gran parte dell’energia dello scoppio. Una volta terminato il tiro, veniva ricollegato alla locomotiva per essere eventualmente spostato o nascosto
I proiettili
Ogni singolo colpo sparato da quel cannone erodeva violentemente le pareti interne della canna a causa dell’altissima pressione e dell’attrito dei proiettili che viaggiavano a velocità estreme. Di conseguenza, il diametro dell’anima si allargava millimetro dopo millimetro dopo ogni sparo.
Per ovviare a questo problema, i tecnici della Krupp dovettero rinunciare a un munizionamento standard e inventare una vera e propria catena di montaggio sequenziale per i proiettili:
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Ogni granata veniva prodotta, misurata e rigorosamente numerata in ordine progressivo.
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Si partiva dai proiettili più stretti (circa 210-211 mm) per i primi colpi a canna nuova.
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Man mano che la canna si “alesava” da sola sparando, si utilizzavano proiettili con un diametro via via maggiore, salendo passo dopo passo fino ad arrivare a granate massicce da 240, 250 e persino 260 mm per gli ultimi colpi prima di dover procedere a una nuova ricannettatura o a una revisione completa dell’artiglieria.
Se un servente avesse sbagliato l’ordine caricando un proiettile con la numerazione sbagliata (ad esempio uno stretto in una canna ormai allargata), i gas di sparo sarebbero defluiti in avanti riducendo drasticamente la gittata, oppure la granata si sarebbe incastrata con conseguenze catastrofiche per la culatta e per l’equipaggio. Era una balistica gestita quasi come un orologio di precisione svizzero, ma applicata a un mostro d’acciaio.
Il personale per farlo funzionare
Il cannone era di una complicazione unica e veniva gestito da un team di 70 Militari che non erano semplici serventi di pezzo, ma un team altamente specializzato guidato da ufficiali della Marina imperiale (poiché la tecnologia balistica era derivata direttamente dai cannoni navali pesanti).
Il gruppo comprendeva:
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Matematici e meteorologi: Essendo proiettili che viaggiavano per tre minuti nella stratosfera, bisognava calcolare al millimetro la temperatura dell’aria, la direzione dei venti in alta quota e persino la rotazione della Terra (forza di Coriolis), che deviava la traiettoria della granata di diverse centinaia di metri rispetto al punto mirato.
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Specialisti del munizionamento: Addetti esclusivamente a verificare la progressione micrometrica dei proiettili (dai 210 ai 260 mm) per evitare di inceppare o far esplodere la canna.
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Tecnici di manutenzione: Impegnati costantemente a controllare i tiranti in acciaio di rinforzo e a verificare l’usura della lunghissima anima liscia.
I risultati pratici
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Il primato balistico: I proiettili da 106 chili volano così in alto (circa 40 chilometri di quota) da bucare la troposfera ed entrare nella stratosfera. Fu la prima volta che un manufatto umano varcò i confini dell’atmosfera terrestre, subendo persino l’effetto della rotazione terrestre (forza di Coriolis) nei calcoli di tiro.
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Il bilancio: Dal punto di vista militare nonostante questa enorme squadra e la complessità logistica messa in piedi per sparare dalla foresta di Crépy, dal punto di vista strettamente militare il bilancio fu quasi irrisorio se paragonato alle risorse impiegate: nei mesi in cui rimase attivo, sparò circa 300-360 colpi, uccidendo in totale poco più di 250 persone e ferendone circa 600. Fu, a tutti gli effetti, la prima grande arma di disturbo psicologico di massa della storia moderna.
Cosa è rimasto
Prima della fine della guerra, temendo l’avanzata alleata, i tedeschi smantellarono e distrussero tutto quindi non è sopravvissuto nessun esemplare integro.
Il cannone V-3 (Hochdruckpumpe) per Londra (1943-1944)
Su questo cannone e sul suo fallimento và fatta una piccola premessa che spiega come al di là dei problemi tecnici il progetto venisse ideato al di fuori dei normali circuiti degli organi tecnici dell’Esercito tedesco che scoprirono l’esistenza del progetto quasi per caso
Innanzitutto il suo ideatore August Coenders non era un ingegnere dell’esercito o un artigliere di professione, ma il capo progettista della ditta siderurgica Röchling: il suo background era nella lavorazione dell’acciaio e nella metallurgia industriale, non nella balistica avanzata.
Questa estrazione “esterna” condizionò pesantemente la genesi del progetto:
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La via politica anziché tecnica: Invece di passare per i canali ufficiali e severi dell’Ufficio Armamenti dell’Esercito (Heereswaffenamt), che avrebbe immediatamente smontato l’idea sottoponendola a rigorosi calcoli fisici e test di fattibilità, Coenders sfruttò i canali politici e industriali del regime (trovando sponde in Hermann Göring e agganciando direttamente Hitler).
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Il cortocircuito con i tecnici militari: Il capo dell’Heereswaffenamt (l’Ufficio Armamenti dell’Esercito), il generale Karl Becker (o nei periodi successivi i suoi successori e ispettori tecnici, come quando l’ufficio iniziò a monitorare i vari progetti paralleli), si trovò di fronte a quel mostro di ingegneria quasi per caso, scoprendo che un’azienda privata stava portando avanti un’opera faraonica di artiglieria pesante sul territorio nazionale e nei poligoni di prova completamente all’insaputa, o comunque ai margini, dei canali ufficiali di controllo militare.
Questa totale mancanza di un filtro tecnico rigoroso all’origine permise a un’intuizione ingegneristica fondamentalmente zoppa di trasformarsi in un costosissimo colosso di cemento e acciaio, prima che la realtà della fisica (e i bombardamenti alleati) presentasse il conto.
Storia del progetto
Il progetto prende il nome in codice di V-3 (o Hochdruckpumpe, pompa ad alta pressione), ma è noto anche come Tausendfüßler (millepiedi). L’obiettivo è chiaro: radere al suolo Londra sparando dalla Francia occupata (dalle scogliere di Mimoyecques, vicino a Calais).
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Come doveva funzionare (la teoria): Invece di usare un’unica gigantesca carica di lancio alla base (che avrebbe fatto esplodere la culatta), Conders progetta una lunghissima canna (circa 130-150 metri) lungo la quale vengono disposte cariche di lancio secondarie a polvere laterali, incluse a spina di pesce. Quando il proiettile a freccia (subcalibro) passa davanti a ogni coppia di cariche secondarie, queste esplodono in sequenza sincronizzata, spingendo la granata sempre più forte man mano che percorre la canna, come in un cannone a induzione magnetica ante litteram. Sulla carta, la velocità alla volata doveva essere spaventosa, garantendo una gittata di 165 chilometri attraverso la Manica.
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Il problema dei gas: I gas di scoppio delle cariche laterali filtravano davanti al proiettile anziché spingerlo dietro, frenandone la corsa.
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L’usura catastrofica: La sincronizzazione perfetta delle micro-esplosioni lungo i 150 metri di tubo era impossibile con l’elettronica dell’epoca. Le canne si deformavano, si fondevano o si spaccavano dopo pochissimi colpi.
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Le prestazioni reali:
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Una velocità alla bocca superiore ai 1.500 metri al secondo (spesso indicata nei progetti tra i 1.500 e i 1.600 m/s, cioè circa Mach 4.5).
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Una gittata utile stimata intorno ai 165 chilometri (valore che sulla carta copriva agevolmente la distanza tra le coste del Pas-de-Calais e Londra, o poco più di 150-160 km a seconda dei punti di sparo).
Nella realtà dei fatti, però, quei numeri rimasero pura teoria. Durante i test effettivi nel poligono di Misdroy (e nei rari utilizzi operativi delle versioni più corte arrivate al fronte nelle ultime fasi della guerra), la velocità reale crollava drasticamente ben sotto le aspettative (spesso attorno ai 900-1.000 m/s) e la gittata effettiva si riduceva a una frazione di quella pianificata, a causa dei problemi di tenuta dei gas e dell’usura precoce delle camere di scoppio laterali.
Il disastro ingegneristico e la realtà: Il progetto fu un incubo tecnico insormontabile.
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Tecnica del Cannone
Ecco i dati tecnici del progetto balistico:
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Calibro: 150 mm (il proiettile era un dardo subcalibro a freccia di diametro ridotto rispetto alla colossale canna).
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Lunghezza della canna: Circa 90-130 metri a seconda delle configurazioni e delle versioni sperimentali (un vero e proprio tunnel d’acciaio).
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Data l’impossibilità pratica di forgiare, trasportare e maneggiare un blocco d’acciaio unico lungo quasi cento metri, l’intera canna fu concepita con un criterio modulare strettamente industriale.
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Sezioni componibili: La colossale canna era costituita da singoli tubi di acciaio di alta precisione imbullonati e flangiati tra loro in successione.
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La sfida della tenuta: Questa suddivisione in sezioni — a cui si saldavano o si imbullonavano lateralmente le camere di scoppio inclinate — era l’unico modo per assemblare il cannone direttamente sul campo, ma rappresentava anche il suo tallone d’Achille.
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Le perdite di pressione: Lungo i punti di giunzione e in corrispondenza delle valvole delle camere laterali, i gas di scoppio ad altissima pressione tendevano a filtrare. La minima imperfezione nei bulloni o nelle guarnizioni causava la perdita della spinta propulsiva e, nei casi peggiori, il cedimento strutturale catastrofico dell’intera sezione.
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Camere di scoppio aggiuntive: 32 o 36 camere di carica laterali disposte a coppie lungo la canna.
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Come funzionava il sistema a cariche progressive
L’intuizione teorica di August Coenders era geniale ma irrealizzabile con la tecnologia metallurgica dell’epoca: invece di affidare l’intera spinta a un’unica grande esplosione iniziale nella culatta (che avrebbe disintegrato la culatta stessa o superato i limiti di resistenza dei materiali), il cannone sfruttava una serie di cariche ausiliarie sequenziali.
Man mano che il proiettile sfrecciava lungo il lunghissimo tubo, le cariche laterali collocate nelle camere aggiuntive si incendiavano in successione millimetrica, dando una serie di “spinte a catena” per accelerare ulteriormente il dardo senza generare picchi di pressione letali in un solo punto. Nella pratica, però, i gas caldi trafilavano attorno al proiettile, le valvole di chiusura si fondevano e il sistema si bloccava o esplodeva quasi subito.
L’impiego pratico
Nelle ultime fasi della guerra, una versione ridotta e modificata del V-3 (spesso indicata come Hochdruckpumpe o HDP, ridotta a una lunghezza inferiore rispetto ai 120-130 metri iniziali ma comunque in grado di sfruttare il principio delle cariche a scoppio sequenziale) venne schierata sul campo.
Quella batteria fu effettivamente utilizzata in combattimento nel gennaio del 1945 contro la città di Lussemburgo (allora liberata dagli Alleati), sparando una serie di colpi a lunghissima distanza per dimostrare agli alti comandi e alle SS che l’arma poteva finalmente funzionare.
Tuttavia, i risultati confermarono ancora una volta il fallimento pratico del progetto: i danni materiali e le vittime causate furono minimi, la precisione balistica era scarsa e l’efficacia militare fu pressoché nulla, rappresentando solo l’ultimo atto grottesco di un’arma costata una quantità immensa di risorse e vite umane per scopi puramente propagandistici e di terrore.
Cosa e’ rimasto
Praticamente nulla se non le cicatrici nella roccia e le fondamenta di cemento devastate dai bombardamenti a Mimoyecques, o qualche fossato e struttura interrata semi-distrutta nei boschi di Misdroy.
Dora e Schwerer Gustav
Mentre il Paris-Geschütz e il V-3 puntavano tutto sulla gittata estrema (usando proiettili leggeri o subcalibro per coprire decine o centinaia di chilometri), i colossi di Krupp scelsero la strada opposta e complementare: la distruzione assoluta a cortissimo/medio raggio, tirando in ballo proiettili grandi quanto automobili.
La Sintesi Tecnica dei Mostri da 800 mm
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Il Calibro: Impressionanti 800 mm (80 centimetri). Restano i più grandi cannoni mai impiegati in combattimento nella storia dell’umanità.
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Il Peso: L’intero apparato pesava circa 1.350 tonnellate. Per spostarli servivano due convogli ferroviari paralleli dedicati e centinaia di uomini tra tecnici, genieri e addetti alla contraerea (perché un bersaglio del genere era ovviamente vulnerabilissimo dal cielo).
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La gittata: Circa 39-47 chilometri (a seconda del tipo di munizione impiegata). Non dovevano superare la Manica o la stratosfera, ma polverizzare le fortificazioni più pesanti del pianeta.
La Tecnica e il Munizionamento
Per muovere proiettili di quelle dimensioni, la balistica doveva raggiungere cifre mastodontiche:
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I proiettili:
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La granata HE (alto esplosivo) pesava ben 4,8 tonnellate e poteva scavare crateri profondi oltre 10 metri, polverizzando qualsiasi edificio o trinceramento.
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Il proiettile perforante (AP) pesava addirittura 7,1 tonnellate ed era lungo quasi 4 metri, progettato appositamente per sfondare decine di metri di cemento armato e terra (furono usati in modo devastante durante l’assedio di Sebastopoli nel 1942 per penetrare i depositi di munizioni sotterranei scavati nella roccia sotto la baia).
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La canna: Era lunga oltre 32 metri e pesava di per sé più di 400 tonnellate.
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La logistica folle: Per montarono e metterli in batteria non bastava un binario normale: bisognava costruire una sezione con doppio binario parallelo su un letto di massicciata rinforzata, e l’operazione di assemblaggio richiedeva giorni di lavoro di intere compagnie di ingegneri ferroviari ed enormi gru a portale mobili.
Impiego bellico
Il battesimo del fuoco: Sebastopoli (1942) — Schwerer Gustav
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Il teatro: L’obiettivo era la formidabile fortezza navale sovietica di Sebastopoli, in Crimea (durante l’operazione Barbarossa). I sovietici avevano scavato fortificazioni eccezionali, inclusi depositi di munizioni sotterranei protetti da decine di metri di roccia e cemento (come il famoso deposito noto come “White Cliff”).
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L’operazione: Per muovere il Gustav servì un treno di 25 vagoni lungo un chilometro e mezzo e un’armata di circa 2.000-2.500 uomini (tra tecnici della Krupp, genieri e addetti alla contraerea per proteggerlo). Sul posto, interi battaglioni scavarono e posarono un sistema a quattro binari ferroviari paralleli appositamente progettato per reggere il colosso.
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Il risultato: Nel giugno del 1942 sparò circa 48 colpi in totale. Il momento più celebre fu proprio la distruzione del deposito sotterraneo di White Cliff, centrato e polverizzato da una serie di granate perforanti da 7 tonnellate che penetrarono per trenta metri sott’acqua e roccia.
Le tappe successive e la fine dei giganti
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Leningrado: Dopo la Crimea, il Gustav fu smontato e trasferito sul fronte di Leningrado, posizionato vicino a Gatčina in vista di una grande offensiva. Tuttavia, l’attacco fu cancellato e il cannone rimase lì fermo per tutto l’inverno del 1942-1943 senza sparare un solo colpo, prima di essere riportato in Germania per la revisione della canna.
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La seconda unità (Dora): Il secondo cannone, battezzato ufficiosamente Dora, fu inviato brevemente nell’area di Stalingrad nell’agosto del 1942. Anche in questo caso, a causa dell’evolversi rapido e disastroso della situazione tattica per i tedeschi, fu quasi certamente ritirato senza essere impiegato in modo massiccio, per evitare che venisse catturato dall’Armata Rossa.
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La fine: Con la guerra ormai perduta, per evitare che cadessero nelle mani degli Alleati o dei sovietici, entrambi i colossi furono fatti esplodere e fatti a pezzi dai reparti tedeschi in ritirata nella primavera del 1945 (i resti del Gustav furono trovati dagli americani in Baviera nell’aprile del 1945 e successivamente demoliti/studiati).
Progetto Babilonia
Con la fine della II GM non si parlò più dei supercannoni fino al Progetto Babilonia (Project Babylon) di Saddam Hussein, ideato dall’ingegnere canadese Gerald Bull.
Anche in quel caso la storia si chiuse con un copione simile a quello della Seconda Guerra Mondiale:
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Il piano: Sfruttare la ricerca sui cannoni spaziali per costruire una serie di tubi mastodontici (come il prototipo Baby Babylon da 350 mm e il colossale Big Babylon da un metro di calibro e oltre 150 metri di lunghezza) capaci teoricamente di lanciare satelliti o di colpire a grandissima distanza.
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La fine dell’ideatore: Gerald Bull fu assassinato nel marzo del 1990 davanti al suo appartamento a Bruxelles (un’operazione ampiamente attribuita al Mossad o comunque ai servizi segreti occidentali per bloccare il programma militare iracheno).
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Il sequestro e la distruzione: Poco dopo, le dogane britanniche, greche e turche bloccarono i pezzi delle canne in acciaio che viaggiavano camuffati da “recipienti per l’industria petrolchimica”, e dopo la Guerra del Golfo del 1991 le Nazioni Unite demolirono quel poco che era stato assemblato in territorio iracheno.
Riferimenti e fonti storiche
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Sul Paris-Geschütz (Cannone di Parigi):
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The Paris Gun: The Gun, the City and the Deli di Henry W. Miller (l’analisi tecnica più autorevole scritta direttamente da un ufficiale del dipartimento di ricerca dell’esercito americano dopo la Prima Guerra Mondiale).
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Archivi storici dell’imperialismo tedesco e relazioni tecniche della Krupp sulla balistica a lunga gittata e l’effetto della forza di Coriolis.
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Sul cannone V-3 (Hochdruckpumpe / Progetto Mimoyecques e Misdroy):
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German Secret Weapons: Blueprint for Mars di Brian Ford.
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The V-Weapons di Steven J. Zaloga (Osprey Publishing), che documenta dettagliatamente l’operazione Crossbow, il ruolo di August Coenders, l’intervento delle SS di Hans Kammler e i test nel poligono polacco di Misdroy (Międzyzdroje).
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I rapporti ufficiali della RAF e dello squadrone 617 (Dambusters) sul sito sotterraneo di Mimoyecques.
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Sul Progetto Babilonia (Project Babylon e Gerald Bull):
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Arms and the Man: Dr. Gerald Bull, Iraq, and the Supergun di William Lowther (la biografia e inchiesta definitiva sull’ingegnere canadese e sul complotto internazionale legato alla sua morte).
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I rapporti ufficiali delle Nazioni Unite (UNSCOM) sulle ispezioni e la distruzione delle installazioni militari in Iraq dopo la Guerra del Golfo del 1991.
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Paris-Geschütz (Cannone di Parigi)

L’ Hochdruckpumpe In postazione da notare le camere di lancio aggiuntive

