Gli Indiani del
Regio Esercito
Il recente riavvicinamento diplomatico e strategico tra il Governo Italiano e il Governo Indiano – che oggi collaborano strettamente nei settori della difesa, della tecnologia e delle rotte commerciali nel corridoio Indo-Mediterraneo – ha riportato alla luce una pagina di storia drammatica, affascinante e quasi del tutto dimenticata.
Pochi sanno, infatti, che durante la Seconda Guerra Mondiale l’Italia diede vita a un intero battaglione del Regio Esercito costituito esclusivamente da ex prigionieri di guerra indiani, uomini che fino a pochi mesi prima prestavano servizio sotto le insegne di Sua Maestà Britannica. Questa è la loro incredibile storia.
Nella tarda estate del 1942, ai cittadini romani capitava talvolta di incrociare per le strade della Capitale insoliti soldati in regolare divisa del Regio Esercito, ma muniti di turbante. Non parlavano italiano e sulla manica della sahariana portavano uno scudetto con il tricolore del Congresso Nazionale Indiano (arancione, bianco e verde) sormontato da una tigre. Spesso scambiati per prigionieri indiani in libera uscita, questi militari raccoglievano commenti molto negativi e sguardi di disappunto da parte della popolazione locale.
La realtà, tuttavia, era ben diversa da quella immaginata dai passanti: quegli uomini erano ex prigionieri di guerra che avevano accettato di essere arruolati e di combattere formalmente sotto le insegne del Regio Esercito italiano.
Il contesto: I prigionieri del Nordafrica
Durante i durissimi combattimenti in Nordafrica nel 1942, le forze dell’Asse avevano catturato migliaia di soldati del Commonwealth. Tra questi si contavano circa 5.000 militari di nazionalità indiana. Il SIM (Servizio Informazioni Militari, l’intelligence italiana) intuì rapidamente che molti di loro non avevano imbracciato le armi per reale fedeltà alla Corona britannica, ma perché arruolati nell’esercito coloniale per necessità economica o sociale .
Gli analisti italiani intravidero così l’opportunità di reclutare volontari disposti a lottare per l’indipendenza dell’India dal dominio britannico. Con l’aiuto fondamentale di Mohamed Iqbal Sheday, un influente esule rivoluzionario nazionalista indiano che viveva a Roma, le autorità italiane avviarono un’intensa opera di propaganda ideologica all’interno dei campi di prigionia.
Il “Centro I” e i “Followers” di Villa Sbardella
Nell’agosto del 1942, l’esperimento prese ufficialmente corpo all’interno del Raggruppamento Centri Militari, un’unità speciale del Regio Esercito creata espressamente per inquadrare i volontari stranieri (esistevano già il Centro T per i tunisini e il Centro A per gli arabi, questi ultimi ospitati nella vicina Villa Tellus lungo la Via Cassia). Il reparto indiano fu denominato “Centro I”.
Inizialmente composto da poche decine di elementi ospitati a Villa Sbardella, alla periferia di Roma, il reparto fu utilizzato in questa prima fase embrionale soprattutto per l’inquadramento e l’attività di propaganda. L’organico era rigidamente misto:
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Ufficiali e sottufficiali nazionali: Militari italiani che parlavano correntemente l’inglese o che avevano vissuto a lungo in India.
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Truppa e graduati indiani: I volontari ex prigionieri.
Un particolare tecnico fondamentale risiedeva nella composizione di questa truppa: la stragrande maggioranza degli arruolati non apparteneva alle tradizionali “etnie guerriere” indiane (come i Sikh, i Rajput, i Dogra o i Gurkha), storicamente fedeli ai propri reggimenti britannici. Provenivano invece dalle file dei cosiddetti “followers”, ovvero il personale non combattente addetto ai servizi di seconda linea dell’esercito coloniale:
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Barellieri, infermieri e portaordini.
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Cuochi, lavandai e macellai.
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Autisti, meccanici e manovali addetti al carico o allo scarico delle munizioni.
Questo specifico retroterra si rivelò determinante per comprendere la fragilità psicologica del reparto e il suo successivo orientamento all’ammutinamento.
L’addestramento avanzato a Tivoli e l’élite di Tarquinia
Con la crescita degli effettivi, che nell’ottobre del 1942 raggiunsero circa 400 unità, la tenuta romana di Villa Sbardella divenne insufficiente. Il 22 ottobre 1942, il comando del Regio Esercito dispose il trasferimento del reparto a Tivoli per avviare un addestramento militare avanzato.
Il giorno successivo, il 23 ottobre, il Centro I cambiò ufficialmente nome, trasformandosi nel Battaglione “Azad Hindoustan” (India Libera). A Tivoli gli uomini vennero organizzati tatticamente in una compagnia fucilieri e in una compagnia mitraglieri.
All’interno del battaglione venne inoltre creata una sezione d’élite: un plotone di circa 55 soldati destinati a operazioni speciali di infiltrazione e sabotaggio oltre le linee nemiche. Questo nucleo non rimase a Tivoli, ma venne distaccato e inviato presso la celebre Scuola di Paracadutismo di Tarquinia, dove i militari indiani ricevettero un duro addestramento e il regolare brevetto di lancio.
L’ammutinamento e lo scioglimento lampo
Nonostante l’eccellente livello di addestramento teorico e pratico, il Battaglione “Azad Hindoustan” non vide mai il campo di battaglia. La sua storia si interruppe bruscamente nel novembre del 1942 sotto il peso degli eventi geopolitici e del crollo del morale delle truppe.
Il 4 novembre 1942 si consumò la decisiva sconfitta italo-tedesca a El Alamein. Alla notizia del catastrofico ripiegamento delle forze dell’Asse, tra i soldati indiani di Tivoli si diffuse il panico. Compresero che, con la perdita dell’Africa, il loro sogno di essere aviolanciati in Medio Oriente o in India per liberare la patria era svanito. Parallelamente, cominciò a circolare la terrificante voce che gli italiani li avrebbero utilizzati come “carne da cannone” sul fronte tunisino per tamponare l’avanzata alleata.
Il 10 novembre 1942, i soldati indiani si ammutinarono in massa. Non si trattò di una rivolta violenta con l’uso delle armi, bensì di un fermo e collettivo diniego a proseguire l’addestramento militare e a obbedire agli ufficiali italiani.
I retroscena politici e la guerra psicologica
L’ammutinamento scoppiò programmaticamente appena un paio di giorni prima della prevista visita al reparto di Subhas Chandra Bose, il leader supremo del nazionalismo indiano in esilio. Il Regio Esercito, per evitare che Bose arrivasse a Tivoli trovando un reparto fuori controllo – il che avrebbe causato un colossale imbarazzo diplomatico con l’alleato tedesco –, scelse la linea della massima fermezza. Il 12 novembre l’unità venne circondata dai reparti della Polizia Militare, disarmata senza spargimento di sangue e ufficialmente sciolta d’autorità. Tutti i volontari indiani vennero privati delle uniformi e rispediti nei campi di internamento.
Diverse fonti storiche indicano tra le cause scatenanti della rivolta anche la sorda rivalità politica tra Bose e Sheday. Bose considerava Sheday un rivale minore e vedeva nel battaglione di Tivoli un’inutile dispersione di forze; il suo reale obiettivo era assorbire il reparto italiano all’interno della sua legione tedesca (la Freies Indien), unificando tutti i soldati indiani in Europa sotto il suo comando supremo.
Di fatto, l’ammutinamento del Battaglione “Azad Hindoustan” fu il combinato disposto di due fattori: una reazione di puro panico militare alla sconfitta di El Alamein da parte di uomini non avvezzi al combattimento (i followers), e una riuscita operazione di guerra psicologica orchestrata dagli emissari di Bose per sottrarre definitivamente il controllo del reparto a Sheday e alle autorità italiane.
Bandiera del Battaglione Azad Hindoustan

