Il Battaglione “Tunisia”

Dai deserti africani alla difesa di Roma

Quella che andiamo a raccontare è la storia di Italiani e figli di Italiani emigrati in Tunisia nei primi 3 decenni del secolo scorso alla ricerca del loro futuro   e che la consideravano la loro terra al punto di arruolarsi come volontari per difenderla . E la Tunisia in questi anni invece è diventata la terra da dove i giovani invece scappano verso l’Italia in cerca di un futuro.

Oggi la Tunisia è tornata prepotentemente al centro dell’agenda geopolitica e strategica di Roma. Tra gli investimenti del Piano Mattei, i corridoi energetici sottomarini e la complessa gestione dei flussi migratori nel Canale di Sicilia, la sponda nordafricana rappresenta la vera “chiave di volta” per la sicurezza del nostro Paese. Riscoprire questa vicenda serve a ricordare proprio questo paradosso storico: fino a pochi decenni fa, il flusso migratorio era esattamente l’opposto. Erano i nostri connazionali a partire per costruire una vita dall’altra parte del mare.

 La Storia

Il 9 settembre 1943, nei giorni caotici e drammatici calati sull’Italia subito dopo l’annuncio dell’armistizio, si consuma l’ultima, disperata difesa di Roma. I combattimenti più feroci contro le truppe tedesche della Wehrmacht si concentrano a Porta San Paolo. Tra i mezzi impiegati dagli italiani spiccano delle insolite e velocissime camionette d’assalto: le SPA-Viberti AS42 “Metropolitana” e le AS43. Il personale che le guida si muove con perizia ed è chiaramente addestrato per la guerra nel deserto.

Una domanda sorge spontanea: cosa ci facevano a Roma dei mezzi e degli uomini esplicitamente progettati per le sabbie del Sahara, impegnati in quegli ultimi atti di valore nel tentativo di impedire la presa della Capitale? La risposta risiede nella storia del Centro T, un reparto speciale costituito da italiani di Tunisia e da tunisini che sognavano l’indipendenza dalla Francia.

 Genesi: Il “Trittico” dei Centri Militari

Il Centro T (dove la “T” stava appunto per Tunisia) venne istituito ufficialmente a Roma il 2 luglio 1942, inquadrato nel Raggruppamento Centri Militari sotto il comando del Tenente Colonnello Massimo Invrea. Parliamo dello stesso, identico comando che gestiva il Centro I (costituito dai volontari indiani) e il Centro A (costituito dagli arabi).

Questo raggruppamento rappresentò un vero e proprio unicum nel quadro del Regio Esercito, poiché fungeva da centro strategico di reclutamento e addestramento per truppe non nazionali. Tuttavia, a differenza del fallimentare epilogo del Centro I (conclusosi con un ammutinamento a Tivoli), il Centro T avrebbe scritto pagine di straordinario valore militare.

  La composizione del reparto

Il personale dell’unità era strutturato su tre componenti ben distinte, animate da motivazioni profonde:

  • Italiani di Tunisia: Giovani fortemente antifrancesi, nati o residenti a Tunisi, Biserta e Susa, che erano fuggiti in Italia per evitare la persecuzione coloniale o che erano stati forzatamente rimpatriati.

  • Volontari irredentisti tunisini: Civili arabo-tunisini ostili al colonialismo di Parigi, che vedevano nelle potenze dell’Asse l’unico mezzo concreto per ottenere l’indipendenza della propria patria.

  • Una Compagnia della MVSN: Per rinforzare e dare stabilità al reparto, venne aggregata una compagnia di Camicie Nere della Milizia, che si distinguevano per l’uso del fez e della camicia nera indossata sotto la sahariana d’ordinanza.

Sotto la spinta del forte afflusso di volontari, il reparto crebbe rapidamente, passando in breve tempo da 300 ad oltre 400 effettivi.

  Un armamento d’élite

Ben presto, l’unità assunse le caratteristiche e le dotazioni di un vero e proprio reparto d’élite, nettamente superiore alla normale fanteria del Regio Esercito:

  • Venne completamente eliminato il vecchio e lento fucile a otturatore girevole Carcano Mod. 91.

  • Tutti i soldati vennero dotati di armi automatiche individuali moderne (principalmente i letali moschetti automatici MAB 38).

  • Le mostrine sul bavero della giubba erano uniche nel loro genere: fiamme a due punte con i colori rosso e verde, i simboli cromatici della Tunisia.

Nell’ottobre del 1942, con la riorganizzazione del Raggruppamento, il reparto assunse il nome formale di Battaglione d’Assalto “Tunisia” (o più semplicemente Battaglione T).

  L’impiego operativo e l’inferno della Tunisia

Nel novembre del 1942, le forze alleate sbarcarono in Nord Africa (Operazione Torch). Sospettando il governo coloniale francese di Vichy di aver favorito lo sbarco, i tedeschi e gli italiani reagirono immediatamente: invasero il restante territorio metropolitano francese, tentarono di impadronirsi della flotta a Tolone (che si autoaffondò) e occuparono militarmente la Tunisia per creare una testa di ponte strategica.

Nel gennaio del 1943, il Battaglione “T” venne inviato d’urgenza proprio in Tunisia per opporsi alle truppe alleate che ormai dilagavano nel settore. Il battesimo del fuoco avvenne il 25 gennaio 1943 contro le preponderanti e modernamente equipaggiate forze statunitensi. Da quel momento, il battaglione seguì la disperata ed eroica resistenza della 1ª Armata Italiana del generale Giovanni Messe, un calvario di trincea e contrattacchi che si concluse nel maggio del 1943 con la resa totale delle forze dell’Asse in Africa.

  L’epilogo: La difesa di Roma e una ferita storica

I pochi elementi del reparto che erano riusciti a fuggire via mare o in aereo prima della resa finale rientrarono in Italia. Qui vennero riorganizzati e accorpati ai sopravvissuti del Centro A (quello arabo), dando vita al Battaglione d’Assalto Motorizzato. Dotati delle celebri camionette sahariane SPA-Viberti, adatte ad attacchi fulminei grazie alle mitragliere pesanti e ai cannoni controcarro, questi veterani si trovarono a difendere la Capitale dall’ex alleato tedesco a Porta San Paolo, combattendo fino all’ultimo colpo.

Chi scrive ha un legame quasi personale con questa vicenda: la mia ex compagna era figlia di italiani di Tunisia, espulsi a metà degli anni Sessanta dal governo di Bourguiba. Si tratta di un episodio storico drammatico, molto meno conosciuto rispetto alla celebre espulsione degli italiani dalla Libia operata da Gheddafi nel 1970, ma non per questo meno doloroso.

I suoi genitori raccontavano un dettaglio amaro e significativo: buona parte della popolazione arabo-tunisina imputava agli italiani le colossali distruzioni materiali causate dai bombardamenti e dai combattimenti della guerra del 1943. Una percezione distorta che, con ogni probabilità, colpì anche il ricordo di quei giovani volontari tunisini che avevano imbracciato il MAB 38 a Villa Sbardella e a Tivoli, sognando una libertà che la storia avrebbe poi declinato in modo ben diverso.

Stemma del Battaglione Tunisia