ARABI AL SERVIZIO DEL REGIO ESERCITO
Quando oggi guardiamo alla politica estera dell’Italia nel Mediterraneo allargato, notiamo subito un canale di comunicazione sempre aperto e privilegiato con il mondo arabo, un equilibrismo diplomatico che fa di Roma un mediatore storico nelle crisi mediorientali. Questa postura geopolitica non è nata oggi, ma ha radici profonde. C’è stato un momento, nel pieno della Seconda Guerra Mondiale, in cui l’Italia tentò persino la carta militare per accreditarsi come “protettrice dell’Islam” in funzione anti-britannica.
Quando abbiamo narrato le vicende del Reparto formato dai Tunisini di Nazionalità Italiana, ne abbiamo scritto qui , abbiamo accennato alla ultima difesa di Roma a Porta S.Paolo e del fatto che i reduci del reparto vennero fusi nel maggio del 1943 con i reduci del Reparto formato da Arabi andando quindi a costituire il Battaglione d’Assalto Motorizzato , trovandosi poi spalla a spalla a cercare di difendere Roma dalla invasione dei reparti di paracadutisti Tedeschi nei confusi giorni dell’armistizio.
Qui narreremo le vicende di questo reparto che come i 2 reparti di cui abbiamo scritto in precedenza faceva parte del trittico dei reparti gestiti tramite il Raggruppamento Centri Militari .
La sua storia è un misto di grande idealismo politico, spionaggio internazionale e, purtroppo per il Regio Esercito, pesanti delusioni militari sul campo. Fu il reparto dove l’Italia fascista cercò di accreditarsi come “Protettrice dell’Islam” (politica già avviata da Mussolini in Libia nel 1937) per scardinare l’Impero britannico e quello francese in Medio Oriente.
Il contesto: La “Guerra Santa” contro la Gran Bretagna
Nel 1941, il Medio Oriente era una polveriera. In Iraq c’era stato un colpo di stato anti-britannico guidato da Rashid Ali al-Kaylani, e il Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husayni, era fuggito in Europa (trovando rifugio tra Roma e Berlino) per cercare l’appoggio dell’Asse in funzione anti-inglese e anti-sionista.
Il SIM (Servizio Informazioni Militari) creò il Centro A il 1° maggio 1942. L’obiettivo non era solo militare, ma soprattutto di intelligence: addestrare un nucleo di arabi da paracadutare o infiltrare in Egitto, Siria, Iraq e Palestina per scatenare rivolte tribali contro gli inglesi.
La sede segreta e la composizione del reparto
Mentre gli indiani erano a Villa Sbardella, il Centro A venne acquartierato in una splendida e riservata tenuta sulla Via Cassia, a Roma: Villa Tellus (nota anche come Villa degli Arabi).
L’organico, guidato da ufficiali italiani che parlavano correntemente l’arabo o che avevano prestato servizio nelle colonie, era estremamente variegato ed eterogeneo, il che si rivelò essere il vero punto debole del reparto:
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Nazionalisti iracheni e siriani: Intellettuali ed esuli politici giunti a Roma al seguito del Gran Muftì.
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Studenti arabi: Giovani universitari iscritti agli atenei italiani (molti a Roma e Napoli) affascinati dalla propaganda anti-coloniale.
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Prigionieri di guerra: Militari arabi catturati in Nordafrica che avevano servito nell’esercito britannico o nelle forze della “Francia Libera”.
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Volontari libici ed egiziani: Elementi già fedeli o legati all’Italia.
In autunno il reparto raggiunse circa 120-150 effettivi, assumendo il nome formale di Reparto “Irak”.
L’addestramento e lo “scudetto con la Mezzaluna”
I volontari del Centro A ricevettero un addestramento molto duro e d’élite. Vennero addestrati all’uso dei moderni mitra MAB 38, alle tecniche di sabotaggio con esplosivi e alla guerriglia.
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La sezione paracadutisti: Proprio come per gli indiani, un nucleo selezionato di circa 30 arabi venne inviato alla Scuola di Paracadutismo di Tarquinia, dove ricevette il brevetto di lancio. Il loro scopo era essere aviolanciati oltre le linee nemiche in Medio Oriente.
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L’uniforme: Indossavano la sahariana del Regio Esercito. Sulla manica sinistra portavano uno scudetto speciale: la scritta “GERMANIA-ITALIA” in caratteri latini e arabi, che sormontava un cerchio rosso con all’interno una mezzaluna bianca e tre stelle (simbolo che univa il panarabismo alla bandiera egiziana dell’epoca). Le mostrine erano rosse, bordate di verde.
Il fallimento in Nordafrica e i disertori
Nel novembre del 1942, una parte del Centro A venne inviata d’urgenza al fronte in Tunisia insieme al Centro T. A differenza del reparto tunisino (composto da italiani legati alla propria terra), l’impiego degli arabi del Centro A fu un disastro militare.
Molti dei volontari arabi, una volta arrivati al fronte e scontratisi con la dura realtà dei bombardamenti e della superiorità alleata, persero l’idealismo politico. Si registrarono frequenti casi di diserzione: diversi soldati arabi approfittarono delle pattuglie notturne per passare le linee e consegnarsi agli inglesi o ai francesi. Il comando italiano comprese che l’eterogeneità del reparto (molti erano studenti o intellettuali, non soldati professionisti) ne minava l’affidabilità in prima linea. Il reparto venne quindi ritirato dal fronte e ridotto a compiti di retrovia.
L’epilogo: La fine a Porta San Paolo
I sopravvissuti e gli elementi rimasti a Roma vennero fusi nel maggio del 1943 con i reduci della Tunisia, entrando a far parte del Battaglione d’Assalto Motorizzato.
Come abbiamo raccontato per il Centro T, questi uomini si trovarono a vivere l’incredibile paradosso dell’Armistizio. Il 9 e 10 settembre 1943, quegli arabi che avevano giurato fedeltà all’Asse per liberare il Medio Oriente si ritrovarono a bordo delle camionette sahariane SPA-Viberti AS42 a Porta San Paolo, a sparare contro i paracadutisti tedeschi della Wehrmacht per difendere la libertà di Roma.
