La battaglia delle Aleutine ovvero l’invasione Giapponese del continente Americano

Agosto 1943. Americani e canadesi stanno per sbarcare su un’isola occupata dai Giapponesi. Per settimane l’hanno bombardata dal mare e dal cielo, si aspettano una resistenza feroce e mettono in campo decine di migliaia di uomini. C’è soltanto un piccolo problema: sull’isola i Giapponesi non ci sono più , infatti zitti zitti i Giapponesi se la sono svignata sotto al naso della Task Force USA .

Giugno 1942. Sei mesi dopo Pearl Harbor i Giapponesi non si limitano più ad attaccare possedimenti americani nel Pacifico: sbarcano in Alaska e occupano territorio degli Stati Uniti.

No, non stiamo parlando di una storia alternativa nella quale l’esercito imperiale arriva a Seattle. Siamo molto più a nord, in uno dei posti più inospitali del pianeta: le isole Aleutine.

Prima di raccontare cosa successe, però, conviene dare un’occhiata alla cartina.

I Giapponesi arrivano in Alaska

Adesso che abbiamo capito dove siamo, torniamo al giugno 1942.

Mentre gran parte dell’attenzione è concentrata sulla battaglia di Midway, i Giapponesi lanciano contemporaneamente un’operazione nelle Aleutine. Il 3 e 4 giugno gli aerei imbarcati attaccano Dutch Harbor; pochi giorni dopo arrivano gli sbarchi: Kiska viene occupata il 6 giugno e Attu il giorno successivo.

Inizialmente non si tratta nemmeno di un’invasione gigantesca. A Kiska sbarcano circa 550 uomini della Marina giapponese, che trovano praticamente soltanto una piccola stazione meteorologica americana; ad Attu arriva invece un contingente dell’Esercito di poco più di 1.100 uomini.

Ma una cosa è sbarcare su due isole sperdute, un’altra è decidere di restarci.

E i Giapponesi decidono proprio questo.

A Kiska iniziano a comparire postazioni antiaeree e batterie costiere, una base per idrovolanti e perfino strutture destinate ai sommergibili tascabili. Arrivano rinforzi, materiali e reparti del genio; con il passare dei mesi la guarnigione raggiungerà diverse migliaia di uomini. Anche Attu viene fortificata e rifornita, mentre gli Americani cominciano a costruire basi sempre più avanzate lungo la catena delle Aleutine.

A questo punto gli Stati Uniti hanno un problema piuttosto imbarazzante: una parte del loro territorio è occupata dall’esercito giapponese e questi ultimi sembrano intenzionati a rimanerci.

E quindi bisogna andarli a prendere.

Gli Americani non tentano immediatamente di riconquistare le due isole.  

Nel frattempo gli Americani cercano di strangolare i rifornimenti delle due guarnigioni. Nel marzo 1943 questo tentativo porta addirittura alla battaglia delle isole Komandorski, uno degli ultimi grandi scontri del Pacifico combattuti esclusivamente da navi di superficie. Gli Americani rischiarono grosso: l’incrociatore pesante USS Salt Lake City, colpito più volte, rimase per qualche tempo immobilizzato sotto il tiro giapponese. Ma sono  proprio i Giapponesi a interrompere lo scontro e a ritirarsi. Da quel momento rifornire Attu e Kiska con navi di superficie diventa troppo rischioso e Tokyo dovette affidarsi soprattutto ai sommergibili.

E gli Americani solo nella primavera del 1943 decidono che è arrivato il momento di sbarcare e andare a riprendersi Attu . 

Attu: e qui la faccenda si fa seria

Dopo quasi un anno di bombardamenti, blocchi navali e tentativi di rendere sempre più difficile il rifornimento delle guarnigioni giapponesi, gli Americani decidono che è arrivato il momento di riprendersi le isole.

La prima scelta cade su Attu, anche perché conquistarla avrebbe contribuito a isolare la ben più importante guarnigione giapponese di Kiska.

L’11 maggio 1943 sbarcano sull’isola circa 12.500 soldati americani, destinati a diventare più di 15.000 nel corso delle operazioni. Ad aspettarli ci sono circa 2.600 Giapponesi agli ordini del colonnello Yasuyo Yamasaki.

Sulla carta la sproporzione sembra tale da non lasciare molti dubbi sul risultato.

Peccato che ad Attu ci sia anche un altro nemico, probabilmente peggiore dei Giapponesi: Attu stessa.

Freddo, vento, pioggia, neve, nebbia e soprattutto una tundra fradicia nella quale uomini e mezzi fanno una fatica enorme a muoversi. I Giapponesi, inoltre, hanno avuto mesi per sistemarsi sulle alture e sfruttano il terreno per organizzare una difesa fatta di piccole postazioni, tiratori scelti e improvvisi attacchi. Gli Americani devono praticamente andare a cercarli posizione per posizione.

Il risultato è indicativo: oltre alle perdite in combattimento, circa 2.100 militari americani vengono messi fuori combattimento da malattie e cause non direttamente legate al nemico, soprattutto problemi provocati dal freddo e dall’esposizione.

La carica finale

Dopo più di due settimane di combattimenti la situazione dei Giapponesi è ormai disperata. Alla sera del 28 maggio, Yamasaki dispone di circa 800 uomini ancora in grado di combattere, oltre a centinaia di feriti.

Arrendersi non viene preso in considerazione.

Alle 3 del mattino del 29 maggio parte quindi un enorme contrattacco. I Giapponesi riescono inizialmente a sfondare e a penetrare nelle retrovie americane, puntando verso Engineer Hill, dove si trovano anche reparti di servizio, genieri e personale sanitario. Per qualche momento la situazione diventa talmente confusa che anche uomini che normalmente non avrebbero dovuto trovarsi in prima linea devono prendere le armi. Si arriva al combattimento corpo a corpo.

Ma non c’è più alcuna possibilità reale di rovesciare la battaglia.

L’attacco viene fermato e Yamasaki viene ucciso. Quando tutto finisce, gli Americani conteranno circa 2.350 morti giapponesi e appena 29 prigionieri. Da parte statunitense i morti sono 549 e i feriti 1.148, ai quali vanno aggiunte le migliaia di perdite non dovute direttamente al combattimento.

Attu è tornata americana.

Ma adesso rimane Kiska, dove i Giapponesi sono molti di più.

E dopo quello che è successo ad Attu, Americani e Canadesi non hanno nessuna intenzione di sottovalutarli.

Kiska: questa volta facciamo le cose per bene

Dopo quanto accaduto ad Attu, agli Americani è rimasta una sola isola da riconquistare: Kiska.

E qui il problema sembra ancora più grosso. La guarnigione giapponese è stata molto più numerosa di quella di Attu e l’isola è stata trasformata in una vera base militare, con batterie costiere e contraeree, rifugi sotterranei, depositi, officine e una base per idrovolanti. Nel momento di massima espansione sull’isola ci sono state diverse migliaia di uomini.

Dopo Attu, nessuno ha voglia di scoprire sulla propria pelle quanti Giapponesi siano ancora lì.

Quindi questa volta si fa sul serio.

Per l’Operazione Cottage, la riconquista di Kiska, vengono concentrati circa 34.000 uomini, compresi quasi 5.000 Canadesi. I servizi d’informazione stimano che sull’isola possano esserci ancora 9.000-10.000 Giapponesi. Per settimane Kiska viene bombardata dal cielo e dal mare in preparazione dello sbarco.

C’è però un piccolo particolare.

I Giapponesi hanno deciso di andarsene.

Dopo la caduta di Attu, Tokyo comprende che Kiska è ormai praticamente indifendibile. Invece di ordinare alla guarnigione di combattere fino all’ultimo uomo, come era successo ad Attu, viene organizzata un’evacuazione.

Il 28 luglio 1943, approfittando della proverbiale nebbia delle Aleutine, due incrociatori e sei cacciatorpediniere giapponesi riescono ad arrivare a Kiska senza essere intercettati. In appena 50 minuti imbarcano 5.183 uomini e ripartono.

Gli Americani non se ne accorgono.

E noi continuiamo a bombardare…

Ed è qui che la storia assume aspetti quasi comici.

Per oltre due settimane gli Alleati continuano a preparare l’invasione. Aerei e navi bombardano un’isola sulla quale non c’è più un solo soldato giapponese.

Qualche sospetto in realtà comincia a esserci: le fotografie aeree mostrano sempre meno attività, la radio giapponese tace e il bombardamento navale non riceve più risposta. Ma nessuno vuole rischiare che sia una trappola.

Il 15 agosto 1943 parte quindi l’invasione.

Americani e Canadesi sbarcano nella nebbia aspettandosi da un momento all’altro mitragliatrici, mortai e cecchini.

Non trovano nessuno.

Il problema è che loro ancora non lo sanno.

Nella nebbia reparti alleati finiscono per spararsi tra loro; altri uomini saltano sulle mine o incappano nelle trappole lasciate dai Giapponesi. Soltanto il 18 agosto il comando può finalmente concludere che sull’isola non c’è più alcun nemico il tutto al prezzo di 28 morti e circa 50 feriti .

Ma come si fa ad avere perdite contro un nemico che non c’è?

Il problema è che Americani e Canadesi, quando sbarcano, non sanno ancora con certezza che i Giapponesi se ne sono andati.

Kiska è coperta dalla solita nebbia, la visibilità è pessima e tutti si aspettano di trovare un nemico che ad Attu aveva combattuto praticamente fino all’ultimo uomo. Basta quindi un rumore, un movimento intravisto nella nebbia o qualche colpo sparato da chissà dove perché qualcuno risponda al fuoco.

E infatti succede e il risultato sono i 28 morti e 50 feriti di cui al paragrafo precedente .

 

La battaglia contro una flotta che non esisteva

Ma prima ancora dello sbarco a Kiska, gli Americani erano riusciti in un’altra impresa piuttosto singolare: combattere una battaglia navale contro un nemico che non c’era.

Siamo nella notte tra il 25 e il 26 luglio 1943. La Marina americana sa che i Giapponesi potrebbero tentare qualche operazione nelle acque delle Aleutine e, pochi giorni prima, un Catalina ha segnalato al radar sette possibili navi nemiche.

Nella zona si trova una consistente formazione americana comprendente le corazzate USS Mississippi e USS Idaho, incrociatori e cacciatorpediniere.

A un certo punto sui radar compaiono diversi contatti.

I famosi “pips”, cioè i punti luminosi che indicano un bersaglio sullo schermo.

I contatti sembrano abbastanza convincenti: vengono rilevati da più navi e quindi viene dato l’ordine di aprire il fuoco. Nella confusione della notte qualcuno crede di vedere razzi illuminanti nemici, scie di siluri, luci ed esplosioni.

Insomma, sembra proprio che dall’altra parte qualcuno stia rispondendo al fuoco.

E gli Americani non ci vanno certo leggeri.

Le due corazzate sparano complessivamente 518 proiettili da 14 pollici, mentre gli incrociatori pesanti Portland, San Francisco e Wichita aggiungono altri 487 colpi da 8 pollici. Più di mille proiettili di grosso calibro sparati contro i contatti radar.

Risultato?

Zero navi affondate. Zero navi danneggiate. Zero Giapponesi.

Per il semplice motivo che non c’era nessuna flotta giapponese da colpire.

Non si è mai chiarito perché i radar avessero segnalato quella flotta nemica. Durante il combattimento alcuni dei contatti scomparvero dagli schermi radar e, nel pieno dello scontro, la loro scomparsa poteva essere interpretata come l’affondamento dei bersagli. Peccato che, quando arrivò il momento di cercare i risultati della battaglia, non si trovò una sola nave giapponese.

Una spiegazione attribuì i contatti a echi radar anomali provocati dalle montagne e dalle particolari condizioni atmosferiche delle Aleutine. Un’altra ipotesi, decisamente più curiosa, sostiene che i radar possano aver rilevato grandi gruppi di uccelli marini migratori presenti nella zona in quel periodo dell’anno.

E la faccenda ebbe anche una conseguenza ironica. Per dare la caccia alla fantomatica flotta giapponese, due cacciatorpediniere che sorvegliavano Kiska erano stati allontanati dalla zona. In pratica, mentre gli Americani sparavano contro bersagli che non esistevano, avevano involontariamente contribuito ad aprire la strada alla vera squadra navale giapponese che, pochi giorni dopo, avrebbe portato via da Kiska più di 5.000 uomini.

Una campagna quasi dimenticata

La campagna delle Aleutine è rimasta inevitabilmente schiacciata nella memoria da battaglie ben più famose come Midway, Guadalcanal o le grandi campagne che avrebbero successivamente portato gli Americani verso il Giappone.

Eppure in poco più di un anno nelle Aleutine successe praticamente di tutto: i Giapponesi occuparono territorio americano in Nord America, si combatté in uno degli ambienti più inospitali del pianeta, una guarnigione si fece praticamente annientare ad Attu, un’altra riuscì a sparire da Kiska sotto il naso della flotta americana e gli Americani arrivarono perfino a combattere una battaglia navale contro una flotta che non esisteva.

Una storia forse secondaria nel gigantesco quadro della guerra del Pacifico.

Ma proprio per questo era una di quelle storie che prima o poi, su Storia & Attualità, dovevamo raccontare.

Le Fonti

  • U.S. Army Center of Military History – Aleutian Islands: The U.S. Army Campaigns of World War II
    È probabilmente la fonte generale migliore per tutta la campagna: occupazione giapponese, operazioni americane, Attu e Operazione Cottage a Kiska.
    Aleutian Islands – U.S. Army Center of Military History
  • National Park Service – Battle of Attu
    Molto utile per lo sbarco dell’11 maggio 1943, i circa 12.500 uomini iniziali, le condizioni climatiche e soprattutto gli oltre 2.100 militari americani messi fuori combattimento da malattie e cause non direttamente legate al combattimento.
    Battle of Attu – National Park Service
  • National Park Service – Invasion of Kiska
    Qui troviamo i 550 giapponesi sbarcati inizialmente, le fortificazioni, la base per idrovolanti, quella per sommergibili tascabili, i rinforzi e tutta la progressiva trasformazione di Kiska in una base militare.
    Invasion of Kiska – National Park Service
  • National Park Service – Japanese Occupation Site National Historic Landmark
    Particolarmente utile per l’evacuazione: il 28 luglio 1943, due incrociatori e sei cacciatorpediniere entrarono a Kiska e imbarcarono 5.183 uomini in circa 50 minuti approfittando della nebbia. Riporta anche i circa 34.000 Alleati che successivamente invasero l’isola ormai vuota.
    Japanese Occupation Site – National Park Service
  • Naval History and Heritage Command – Battle of the Pips / Aleutians Campaign
    Questa è quella fondamentale per la parte più assurda dell’articolo: i falsi contatti radar, l’allontanamento dei due cacciatorpediniere dalla sorveglianza di Kiska e la conseguente facilitazione dell’evacuazione giapponese.
    Aleutians Campaign – Naval History and Heritage Command
  • Naval History and Heritage Command – USS Farragut
    Conferma nel dettaglio la Battle of the Pips: 518 proiettili da 14 pollici sparati da Idaho e Mississippi e 487 da 8 pollici da Portland, San Francisco e Wichita, senza colpire alcuna nave perché i bersagli erano echi radar fantasma.
    USS Farragut – Naval History and Heritage Command

 

 

Mortaisti Americani ad Attu

 

Uomini della First Special Service Force sbarcano a Kiska, 15 agosto 1943. Il reparto speciale misto americano-canadese, dopo questa singolare operazione nelle Aleutine, sarebbe stato trasferito in Italia, combattendo a Monte La Difensa e successivamente nella testa di ponte di Anzio.

Hangar Giapponese abbandonato 

Cane Giapponese abbandonato e adottato dalle truppe Americane