Le difese costiere italiane nella Seconda guerra mondiale: bunker, batterie e treni armati
Alba del 10 Luglio 1943 , le prime luci del giorno cominciano a rischiarare il mare davanti a Gela, rivelando progressivamente le sagome delle navi alleate e il Soldato semplice Angelo Russo con la sua Breda Mod. 37 nascosto nella sua postazione Monoarma PCM destinata a difendere un tratto del litorale vicino Gela , ha modo di capire da dove provenivano i rumori che ha sentito tutta la notte , infatti davanti a lui si parano centinaia di navi dalle quali si staccano i mezzi da sbarco che trasportano le truppe alleate destinate all’invasione della Sicilia, ora non sappiamo che fine fece il soldato Angelo Russo da Canicattì ma sappiamo che disse solo “Bedda Maria………” .
Questo articolo è dedicato alla difesa delle coste italiane durante la Seconda guerra mondiale. Non faremo la solita sfilata di numeri, dimensioni e caratteristiche tecniche, ma cercheremo, come nostra abitudine, di offrire uno sguardo complessivo su come e con quali mezzi le Forze Armate italiane intendessero difendere il territorio nazionale da un’invasione proveniente dal mare
Un problema lungo migliaia di chilometri
All’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, la difesa del territorio nazionale presentava un problema particolarmente complesso: proteggere una penisola circondata dal mare, con due grandi isole e numerose altre isole minori, da eventuali operazioni anfibie nemiche.
Non si trattava soltanto di impedire l’avvicinamento delle navi avversarie. Un’operazione di sbarco poteva svilupparsi in molti punti della costa e, una volta stabilita una testa di ponte, le truppe nemiche avrebbero cercato di raggiungere rapidamente le strade, i centri abitati e le principali vie di comunicazione.
La risposta italiana si basava su un sistema composto da postazioni fortificate, batterie di artiglieria, ostacoli, reparti territoriali e riserve mobili. A questi si aggiungevano i treni armati della Regia Marina, capaci di trasferire artiglierie navali lungo determinati tratti della rete ferroviaria.
L’organizzazione delle difese rispecchiava anche una divisione di competenze. La Regia Marina era particolarmente interessata alla protezione delle basi navali, degli arsenali e degli accessi ai porti militari, mentre al Regio Esercito spettava la difesa di estesi settori costieri contro un eventuale sbarco.
Naturalmente, le due esigenze potevano sovrapporsi, ma la distinzione aiuta a comprendere perché lungo le coste italiane si incontrassero opere tanto diverse, dalla piccola postazione per mitragliatrice alla batteria con cannoni di grosso calibro.
Il Genio militare e la costruzione delle difese
Le fortificazioni costiere italiane non nacquero tutte da un unico progetto e non vennero realizzate contemporaneamente.
Accanto a installazioni permanenti costruite negli anni precedenti la guerra, soprattutto in prossimità delle basi navali, vennero progressivamente predisposte nuove opere destinate a contrastare gli sbarchi.
Il Genio militare doveva conciliare esigenze difficili: costruire rapidamente, utilizzare materiali disponibili sul posto, adattare le strutture al terreno e garantire un livello di protezione adeguato alle armi impiegate.
Tra il 1941 e il 1942 vennero emanate disposizioni riguardanti l’organizzazione delle difese costiere e le caratteristiche di alcune tipologie di postazioni. Particolarmente interessante è la circolare 3700/S del 6 maggio 1942, relativa alle postazioni circolari monoarma.
La standardizzazione permetteva di semplificare la progettazione e ripetere soluzioni costruttive già studiate. Questo, tuttavia, non significa che tutte le opere fossero identiche. La conformazione del terreno, i materiali disponibili, la natura del bersaglio e le necessità dei comandi locali potevano comportare modifiche anche significative.
Un bunker costruito su una spiaggia sabbiosa non presentava necessariamente le stesse caratteristiche di uno ricavato su un promontorio roccioso. Allo stesso modo, una postazione destinata a controllare una strada richiedeva un’organizzazione diversa da quella progettata per battere un tratto di litorale.
Le postazioni circolari monoarma
Fra le opere più caratteristiche troviamo le postazioni circolari monoarma, comunemente indicate con la sigla PCM.
Si trattava di strutture compatte, generalmente in calcestruzzo, destinate a ospitare una sola arma automatica. La loro particolarità consisteva nella possibilità di utilizzare la medesima arma attraverso più feritoie, orientate verso differenti settori di tiro.
Questo punto è importante: una postazione dotata di cinque o sei feritoie non disponeva necessariamente di altrettante mitragliatrici. L’arma poteva essere spostata da un’apertura all’altra secondo la direzione dalla quale proveniva la minaccia.
Le dimensioni, lo spessore delle pareti e la disposizione degli ambienti variavano secondo il modello e le esigenze locali. Alcune postazioni comprendevano soltanto la camera di combattimento; altre disponevano di un ricovero per il personale o di piccoli ambienti destinati alle munizioni.
Le feritoie dovevano permettere un campo di tiro sufficiente, limitando contemporaneamente l’esposizione degli occupanti. La disposizione delle aperture e la presenza di eventuali ostacoli naturali condizionavano quindi l’effettiva efficacia dell’opera.
La circolare 3700/S rappresenta un riferimento particolarmente utile perché consente di collegare questa tipologia a una precisa documentazione tecnica del Genio, anziché ricostruirne le caratteristiche soltanto osservando i manufatti sopravvissuti.
Le postazioni poliarma
Una soluzione più articolata era rappresentata dalle postazioni poliarma, o pluriarma.
In questo caso l’opera era concepita per ospitare più armi, ciascuna destinata a controllare un determinato settore. Potevano essere presenti più camere di combattimento, collegate da passaggi protetti, e in alcuni casi ricoveri per il personale.
A differenza della PCM, dove una sola arma poteva essere trasferita fra diverse feritoie, una postazione poliarma permetteva di battere contemporaneamente più direzioni.
La configurazione poteva essere relativamente semplice oppure comprendere una struttura complessa, con una pianta adattata alle caratteristiche del terreno.
In alcune opere venivano riunite armi differenti, per esempio mitragliatrici e cannoni controcarro, in modo da contrastare sia la fanteria sia i veicoli che avessero tentato di avanzare attraverso un determinato passaggio.
Queste postazioni trovavano impiego non soltanto in prossimità delle spiagge, ma anche nelle linee arretrate, dove occorreva controllare incroci, strade e altri punti obbligati.
Le postazioni a pozzo e a barbetta
Non tutte le difese richiedevano grandi quantità di calcestruzzo.
Le postazioni a pozzo erano strutture molto più semplici, spesso parzialmente o completamente interrate, nelle quali uno o due militari potevano utilizzare un’arma automatica attraverso un’apertura superiore.
Il principio era quello di offrire una posizione di tiro poco visibile e relativamente protetta, riducendo al minimo le dimensioni della costruzione.
Alcune venivano realizzate direttamente sul posto, utilizzando calcestruzzo, muratura o pietrame locale. Altre potevano essere predisposte mediante elementi prefabbricati, trasportati successivamente nella posizione stabilita e interrati.
La prefabbricazione consentiva di concentrare parte della lavorazione in un luogo attrezzato, riducendo il lavoro necessario nel punto di installazione.
Occorre però evitare una confusione frequente: oggi molte di queste strutture vengono chiamate genericamente Tobruk, termine associato soprattutto alle postazioni tedesche del tipo Ringstand. Le opere italiane potevano rispondere a esigenze analoghe, senza per questo appartenere agli stessi modelli costruttivi.
Una soluzione affine, ma non identica, era la postazione in barbetta, nella quale l’arma operava da una piazzola aperta, protetta da un parapetto. Questo sistema poteva essere utilizzato anche per pezzi d’artiglieria, quando risultava necessario disporre di un settore di tiro più ampio.
Il vantaggio di queste installazioni era soprattutto la semplicità. Il loro limite era la protezione incompleta, particolarmente evidente contro il tiro dall’alto, le esplosioni ravvicinate e gli attacchi aerei.
Le postazioni controcarro
Le difese costiere dovevano affrontare anche il problema dei veicoli nemici.
Una volta raggiunta la spiaggia, carri armati e altri mezzi corazzati avrebbero potuto sfruttare le strade per avanzare verso l’interno. Le mitragliatrici delle postazioni monoarma non erano sufficienti per contrastarli.
Per questo vennero realizzate opere destinate ai cannoni controcarro, fra i quali il diffuso 47/32.
Le casematte erano progettate per proteggere il pezzo e i suoi serventi, lasciando un’apertura attraverso la quale battere una determinata direttrice. A differenza delle postazioni per mitragliatrice, il campo di tiro poteva essere più limitato, ma concentrato su un bersaglio ben preciso.
La collocazione era particolarmente importante. Non sempre conveniva installare un cannone controcarro direttamente sulla spiaggia: una posizione arretrata, capace di controllare un ponte, un incrocio o una strada obbligata, poteva risultare tatticamente più utile.
Le opere controcarro costituivano quindi un elemento della difesa in profondità, destinato a collaborare con le postazioni per armi automatiche e con gli ostacoli predisposti lungo le possibili vie di avanzata.
Le batterie costiere
Accanto alle opere del Genio destinate prevalentemente alle armi automatiche e ai cannoni controcarro, un ruolo fondamentale era affidato all’artiglieria costiera.
Anche in questo caso bisogna distinguere due esigenze.
Le batterie della Regia Marina
Le batterie della Regia Marina erano concentrate soprattutto nelle piazzeforti marittime e nelle zone di accesso alle basi navali.
Taranto, La Spezia, Augusta-Siracusa e Messina rappresentavano esempi di località nelle quali la protezione delle installazioni militari richiedeva un sistema articolato di artiglierie, osservatori e apparati per la direzione del tiro.
L’obiettivo principale era contrastare l’avvicinamento di unità navali nemiche, impedire bombardamenti contro i porti e rendere pericoloso il tentativo di forzare gli accessi alle rade.
Una batteria non era costituita soltanto dai cannoni. Comprendeva depositi per le munizioni, collegamenti, osservatori, strumenti per determinare la distanza dei bersagli e sistemi per trasmettere ai pezzi gli elementi di tiro.
Il tiro contro una nave in movimento richiedeva infatti una valutazione continua della distanza, della direzione e della velocità del bersaglio.
I cannoni potevano essere installati in piazzole aperte, protette da parapetti e terrapieni, oppure in strutture più complesse. La scelta dipendeva dal calibro, dal settore da battere e dal livello di protezione desiderato.
Le batterie del Regio Esercito
Le batterie del Regio Esercito erano invece inserite nel sistema di difesa antisbarco.
Il loro compito consisteva nel battere le spiagge, gli accessi e le zone nelle quali le truppe nemiche avrebbero potuto concentrarsi dopo aver raggiunto la costa.
Per queste esigenze venivano impiegate artiglierie di diversi calibri, comprese armi campali e pezzi di concezione non recente.
Le batterie potevano essere sistemate in posizioni predisposte, spesso con protezioni più semplici rispetto a quelle delle grandi installazioni navali.
La loro efficacia dipendeva non soltanto dalla potenza dei cannoni, ma anche dalla disponibilità di munizioni, dall’osservazione dei bersagli e dalla possibilità di mantenere i collegamenti con le altre componenti della difesa.
In teoria, artiglieria, ostacoli e postazioni fortificate dovevano costituire un sistema integrato. Le mitragliatrici avrebbero contrastato la fanteria, i cannoni controcarro i mezzi corazzati e le batterie d’artiglieria le concentrazioni nemiche e i punti di sbarco.
Il problema era riuscire a organizzare questa difesa lungo un’estensione costiera enorme, disponendo di uomini, materiali e tempo limitati.
I treni armati della Regia Marina
Un capitolo particolare della difesa costiera italiana è rappresentato dai treni armati della Regia Marina, che consentivano di impiegare artiglierie navali lungo la rete ferroviaria.
L’idea risaliva alla Prima guerra mondiale, quando la Marina aveva utilizzato convogli armati soprattutto lungo il litorale adriatico, per contrastare le incursioni delle unità austro-ungariche.
Il vantaggio era evidente: invece di costruire batterie permanenti in ogni località, si potevano spostare i cannoni nei settori minacciati, sfruttando la ferrovia.
Nel 1940 erano disponibili dodici treni armati, ripartiti fra i comandi logistici della Spezia e di Taranto. Successivamente vennero realizzati altri due convogli contraerei, portando il totale a quattordici.
Le unità disponevano di artiglierie di diversi calibri, fra cui cannoni da 152, 120, 102 e 76 mm.
| Calibro principale | Impiego prevalente |
|---|---|
| 152 mm | Tiro contro bersagli navali e terrestri |
| 120 mm | Difesa costiera e tiro contro obiettivi terrestri |
| 102 mm | Difesa costiera |
| 76 mm | Difesa contraerea e protezione di settori costieri |
La composizione dei convogli variava secondo il modello. In generale, l’organizzazione prevedeva una parte operativa,i carri ferroviari sui quali erano installati i cannoni, i depositi delle munizioni e gli apparati di comando, e una parte logistica destinata al personale e ai servizi.
Ogni treno costituiva quindi una piccola unità militare autonoma, con equipaggio, personale tecnico e strutture di supporto.
La mobilità ferroviaria permetteva di trasferire rapidamente l’artiglieria lungo la costa, ma comportava anche un limite evidente: il convoglio poteva operare soltanto dove esistevano binari utilizzabili.
Le gallerie rappresentavano un importante elemento di protezione, consentendo di ricoverare il treno quando non era impegnato nel tiro.
Le operazioni contro la Francia
Le azioni più note dei treni armati italiani durante la Seconda guerra mondiale si svolsero sulla costa ligure nel giugno 1940.
Il 14 giugno, durante un’incursione navale francese contro la costa, il treno armato 120/3/S, dislocato nella zona di Albisola, intervenne contro le unità avversarie, sparando 93 proiettili.
Pochi giorni dopo i convogli vennero utilizzati anche per appoggiare le operazioni terrestri contro le fortificazioni francesi della zona di Mentone.
Il 22 giugno il 120/2/S, comandato dal tenente di vascello Giovanni Ingrao, aprì il fuoco contro le opere fortificate di Cap Martin, sparando 232 proiettili. Il convoglio venne sottoposto al tiro dell’artiglieria francese e subì gravi perdite, compresa quella del comandante, morto in seguito alle ferite riportate.
Il giorno successivo intervennero anche altri treni armati, fra i quali il 120/1/S e il 152/5/S.
| Data | Treno armato | Obiettivo | Colpi sparati |
|---|---|---|---|
| 14 giugno 1940 | 120/3/S | Unità navali francesi | 93 |
| 22 giugno 1940 | 120/2/S | Fortificazioni di Cap Martin | 232 |
| 23 giugno 1940 | 120/1/S | Fortificazioni francesi | 150 |
| 23 giugno 1940 | 152/5/S | Fortificazioni francesi | 208 |
Questi episodi dimostrarono le possibilità offerte dall’artiglieria ferroviaria, ma anche la sua vulnerabilità quando il convoglio veniva individuato e sottoposto al tiro nemico.
Negli anni successivi diversi treni furono trasferiti verso l’Italia meridionale e la Sicilia, seguendo l’evoluzione della situazione militare.
Nel luglio 1943, tuttavia, la superiorità aeronavale alleata e la vulnerabilità delle comunicazioni ferroviarie limitarono fortemente le possibilità di impiego dei convogli contro le forze sbarcate.
Il sistema difensivo alla prova degli sbarchi
Nel luglio 1943, con l’operazione Husky, le difese costiere della Sicilia dovettero affrontare un’operazione anfibia di dimensioni enormemente superiori a quelle che singole postazioni o batterie avrebbero potuto contrastare autonomamente.
Le opere del Genio, le artiglierie e i reparti costieri erano stati predisposti per rallentare e ostacolare un eventuale sbarco, ma la loro efficacia dipendeva dalla capacità di coordinare il fuoco, mantenere i collegamenti e far intervenire tempestivamente le riserve.
La superiorità navale e aerea alleata rese particolarmente difficile questo compito. Le fortificazioni fisse potevano essere bombardate, aggirate oppure isolate, mentre i collegamenti e gli spostamenti delle riserve erano esposti agli attacchi.
Due mesi dopo, a Salerno, le operazioni si svolsero in una situazione profondamente diversa: l’armistizio italiano era già stato annunciato e la resistenza allo sbarco venne organizzata principalmente dalle forze tedesche.
I due episodi non possono quindi essere considerati esempi equivalenti dell’efficacia delle fortificazioni italiane.
Un sistema progettato per rallentare il nemico
Le difese costiere italiane non erano costituite da una successione casuale di bunker. Dietro quelle opere esistevano criteri progettuali, disposizioni tecniche e una concezione tattica che cercava di integrare fortificazioni, artiglieria e reparti mobili.
Il Genio militare elaborò soluzioni differenti per esigenze differenti: piccole postazioni a pozzo, casematte monoarma, opere poliarma e installazioni controcarro. La Regia Marina organizzò la protezione delle proprie basi con batterie costiere e mantenne in servizio anche un sistema di artiglieria ferroviaria.
La capacità di queste difese di resistere a un attacco dipendeva però da fattori che andavano ben oltre la robustezza delle pareti di calcestruzzo: la disponibilità di uomini e munizioni, l’efficienza dei collegamenti, il sostegno delle riserve e, soprattutto, i rapporti di forza.
Una fortificazione poteva proteggere i suoi occupanti, infliggere perdite e rallentare un’avanzata. Non poteva, da sola, compensare una superiorità avversaria schiacciante.
Ed è proprio questa la chiave per comprendere le difese costiere italiane della Seconda guerra mondiale: non giudicarle soltanto dall’esito delle operazioni, ma esaminare per quali compiti erano state progettate, come erano costruite e quali possibilità concrete offrivano ai reparti che dovevano utilizzarle.
Dimensioni indicative delle principali postazioni costiere italiane
|
Tipologia |
Dimensioni |
Protezione |
Armamento |
|---|---|---|---|
|
Postazione circolare monoarma (PCM) |
Diametro esterno circa 4,50 m; camera di tiro 1,50 m |
Pareti fino a 1,50 m nell’esempio documentato |
Una mitragliatrice |
|
PCM con ricovero inferiore |
Come sopra; ricovero circa 2 × 2 m |
Variabile secondo il progetto |
Una mitragliatrice |
|
Postazione poliarma |
Variabili secondo pianta e numero di camere |
Variabile |
Due o più armi |
|
Postazione a pozzo |
Dimensioni non ancora verificate per un modello italiano specifico |
Parapetto e protezione interrata |
Arma automatica |
|
Postazione in barbetta |
Variabili secondo l’arma |
Parapetto, generalmente senza copertura superiore |
Mitragliatrice o cannone |
|
Casamatta controcarro |
Variabili secondo il progetto |
Calcestruzzo e feritoia protetta |
Cannone, anche 47/32 |
Le dimensioni riportate sono indicative e si riferiscono a modelli documentati. Il Genio militare prevedeva soluzioni standardizzate, ma la loro realizzazione poteva essere modificata in funzione del terreno, dei materiali disponibili e delle esigenze operative. Non devono quindi essere considerate misure comuni a tutte le fortificazioni della stessa tipologia.
Le Fonti
-
Marina Militare, Treni armati della Marina. Ricostruzione ufficiale dell’organizzazione, degli armamenti e delle operazioni dei treni armati durante la Seconda guerra mondiale. Consulta la fonte.
-
Nicola Pignato, I treni armati della Regia Marina, in Storia Militare, n. 14, novembre 1994. Studio storico e tecnico sull’impiego dei convogli ferroviari della Marina.
-
Nicola Pignato, Duello d’artiglieria al confine francese, in Storia Militare, n. 128, maggio 2004. Approfondimento sulle operazioni dei treni armati contro le fortificazioni francesi nel giugno 1940.
-
Daniele Grioni, Le fortificazioni antisbarco in Sardegna 1940-43, in Luoghi e Architetture del secondo conflitto mondiale: 1939-1945, a cura di Maria Antonietta Breda e Gianluca Padovan, BAR International Series 2805, Oxford, 2016. Studio sulle opere del Genio militare, corredato da fotografie, piante e sezioni di postazioni monoarma e controcarro.
-
Stato Maggiore del Regio Esercito e Ispettorato del Genio, disposizioni per la difesa costiera del 1941-1942, con particolare riferimento alla circolare n. 3700/S del 6 maggio 1942 sulle postazioni circolari monoarma, citata e illustrata nello studio di Grioni.
-
Regia Marina Italiana, Armored Trains. Schede tecniche, composizione e armamenti dei treni armati italiani. Consulta la fonte.
-
Marina Militare, La Seconda Guerra Mondiale. Inquadramento storico delle operazioni della Regia Marina nel conflitto. Consulta la fonte.

