Operazione Earnest Will: La prima guerra asimmetrica nel Golfo Persico
Attualmente si parla molto delle tensioni e dei rischi di blocco nello Stretto di Hormuz, ma pochi rievocano il drammatico precedente avvenuto durante la guerra Iran-Iraq (1980-1988).
Verso la metà degli anni Ottanta, per spezzare il sanguinoso stallo del conflitto terrestre, l’Iraq di Saddam Hussein iniziò ad attaccare le petroliere straniere che attraccavano nei porti iraniani, nel tentativo di strangolare l’economia di Teheran. L’Iran rispose immediatamente, colpendo a sua volta le navi cargo e le petroliere dei paesi arabi del Golfo (come il Kuwait e l’Arabia Saudita) che finanziavano economicamente lo sforzo bellico iracheno.
Questa fase prese il nome di Guerra dei Petroli (Tanker War). Le rotte commerciali dello Stretto di Hormuz, da cui transitava gran parte del greggio mondiale, divennero improvvisamente un inferno di missili, mine navali e attacchi di barchini veloci dei Pasdaran (i Guardiani della Rivoluzione iraniana).
Trovandosi stretto nella morsa dei due contendenti e nell’impossibilità di esportare il proprio greggio, il Kuwait attuò una manovra diplomatica molto spregiudicata: chiese aiuto contemporaneamente sia agli Stati Uniti che all’Unione Sovietica. Il presidente americano Ronald Reagan, preoccupato che un eventuale intervento sovietico potesse permettere a Mosca di installare una base militare stabile nel Golfo, concesse immediatamente la protezione richiesta, dando vita all’Operazione Earnest Will, sviluppatasi tra il luglio del 1987 e il settembre del 1988.
L’avvio delle operazioni e il “Re-flagging”
La dottrina militare statunitense dell’epoca non prevedeva la possibilità che le unità della US Navy scortassero navi battenti bandiera straniera. Per aggirare l’ostacolo legale, si procedette al cosiddetto re-flagging: 11 superpetroliere kuwaitiane vennero formalmente registrate negli Stati Uniti, ribattezzate con nomi americani e autorizzate a battere la bandiera a stelle e strisce.
L’operazione iniziò ufficialmente il 24 luglio 1987. Il piano prevedeva che potenti navi da guerra americane (incrociatori, cacciatorpediniere e fregate) scortassero i convogli di petroliere lungo il Golfo Persico.
Tuttavia, il debutto si rivelò un disastro propagandistico. Durante il primissimo convoglio, la superpetroliera SS Bridgeton (appena registrata sotto bandiera USA) urtò una mina navale iraniana. Lo scafo fu squarciato, ma la gigantesca nave riuscì a non affondare. Paradossalmente, poiché le navi militari di scorta americane erano costruite con leghe leggere e non avevano lo scafo rinforzato contro le mine, l’incrociatore e i cacciatorpediniere dovettero mettersi in fila indiana dietro alla petroliera danneggiata, usandola come scudo umano per uscire sani e salvi dal campo minato.
La guerra asimmetrica e l’invenzione delle basi galleggianti
Gli Stati Uniti compresero rapidamente che la Marina regolare iraniana non costituiva il pericolo principale. La vera minaccia era rappresentata dalla guerriglia asimmetrica dei Pasdaran. Questi utilizzavano mine navali di fabbricazione russa (ancoraggi risalenti alla Prima Guerra Mondiale ma letali), missili costieri Silkworm di fabbricazione cinese e barchini veloci svedesi modificati (Boghammar), armati di mitragliatrici e lanciarazzi, che lanciavano attacchi “mordi e fuggi” notturni per poi nascondersi tra le numerose piattaforme petrolifere del Golfo.
Per contrastare questa minaccia senza violare la sovranità territoriale dei paesi arabi della regione – che rifiutavano categoricamente di concedere basi di terra all’esercito americano –, la US Navy attuò una soluzione ingegnosa: requisì due grandi chiatte commerciali per il supporto petrolifero, la Hercules e la Wimbrown VII, e le trasformò in basi militari galleggianti mobili (Mobile Sea Bases).
Ancorate in punti strategici del Golfo, queste chiatte ospitavano i corpi d’élite dei Navy SEALs, squadre di sminamento e reparti di volo, creando una rete di sorveglianza occulta radar e visiva in grado di intercettare i vettori iraniani nel cuore della notte.
Il dilemma tattico: Il 160th SOAR risolve il problema degli elicotteri
Il dispiegamento delle basi galleggianti mise però in luce un grave limite operativo della Marina statunitense:
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Il limite della Navy: Gli elicotteri standard della Marina (come gli SH-2 Sprite o gli SH-3 Sea King) erano grandi, lenti e ottimizzati per la caccia ai sottomarini o la guerra elettronica d’alto mare; non erano assolutamente adatti a dare la caccia a piccoli e guizzanti barchini veloci durante le ore notturne.
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La mancanza di elicotteri d’attacco: La US Navy non possedeva elicotteri d’attacco leggeri dedicati nella propria flotta.
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Il rifiuto dei Marines: I comandi della Marina chiesero inizialmente il supporto degli elicotteri d’attacco AH-1 Cobra del Corpo dei Marines. Tuttavia, i tassi di incidenti notturni dei Marines su ponti di volo piccoli, instabili e completamente oscurati vennero ritenuti troppo elevati e rischiosi per la segretezza dell’operazione.
La svolta avvenne coinvolgendo l’Esercito tramite l’Operazione Prime Chance. I piloti dei piccoli elicotteri Little Bird del 160th SOAR (all’epoca denominati Task Force 160) erano gli unici veri esperti nelle forze armate americane nel volo notturno a bassissima quota con l’utilizzo dei visori notturni (NVG).
Sebbene si trattasse di elicotteri e piloti della US Army, non addestrati alle operazioni navali, vennero imbarcati d’urgenza sulle fregate della Navy e sulle chiatte galleggianti. L’adattamento fu rapido e di enorme successo: i piccoli e agilissimi AH-6 Little Bird colmarono perfettamente il vuoto operativo della Marina, intercettando e neutralizzando i barchini iraniani e giocando un ruolo chiave nel fermare le operazioni clandestine di minamento.
L’escalation militare: Nimble Archer e Praying Mantis
La tensione nell’autunno del 1987 si tradusse in scontri a fuoco diretti e distruttivi:
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Il caso Iran Ajr (Settembre 1987): Proprio nell’ambito delle operazioni notturne di Prime Chance, gli elicotteri dell’Esercito decollati dalla chiatta Hercules individuarono la nave commerciale iraniana Iran Ajr mentre posava mine di nascosto. I Navy SEALs assaltarono l’unità, catturarono l’equipaggio e sequestrarono le mine ancora a bordo, fornendo al Consiglio di Sicurezza dell’ONU la prova inconfutabile del minamento illegale da parte di Teheran.
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Operazione Nimble Archer (Ottobre 1987): Dopo che un missile iraniano Silkworm colpì la petroliera re-flaggata Sea Isle City, accecando il capitano dell’imbarcazione, il Pentagono ordinò la ritorsione. Quattro cacciatorpediniere americani bombardarono e distrussero due piattaforme petrolifere iraniane utilizzate dai Pasdaran come avamposti radar e radio.
Il punto di non ritorno si raggiunse il 14 aprile 1988, quando la fregata americana USS Samuel B. Roberts urtò una mina iraniana. L’esplosione spezzò in due la chiglia della nave e aprì una falla di 5 metri nel locale motori; solo una lotta sovrumana dell’equipaggio contro gli incendi evitò il naufragio.
La risposta della Casa Bianca fu l’Operazione Praying Mantis (Mantide Religiosa), scatenata il 18 aprile 1988. Fu la più grande battaglia aeronavale della US Navy dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Gli americani distrussero diverse piattaforme iraniane, affondarono la motovedetta veloce Joshan, la moderna fregata Sahand e danneggiarono gravemente la fregata gemella Sabalan. La marina iraniana fu virtualmente neutralizzata in meno di ventiquattr’ore.
La tragedia del volo Iran Air 655 e l’epilogo
In questo clima di estrema paranoia e altissima tensione psicologica, si consumò la pagina più tragica dell’intera operazione. Il 3 luglio 1988, l’incrociatore lanciamissili USS Vincennes, impegnato in un violento scontro a fuoco ravvicinato con alcuni barchini iraniani, scambiò sul proprio sistema radar un aereo di linea civile, il volo Iran Air 655, per un caccia F-14 Tomcat iraniano in picchiata d’attacco. L’incrociatore lanciò due missili guidati, abbattendo l’aereo e uccidendo tutte le 290 persone a bordo.
Nonostante il profondo sdegno internazionale per l’incidente (che gli Stati Uniti definirono una “tragica fatalità”), l’immensa pressione militare della US Navy nel Golfo, unita al logoramento economico e territoriale causato dal conflitto, convinse l’Ayatollah Khomeini ad accettare la risoluzione ONU di cessate il fuoco con l’Iraq nel luglio del 1988.
L’operazione Earnest Will terminò formalmente il 26 settembre 1988. Le petroliere kuwaitiane ripresero le loro vecchie bandiere e le navi da guerra americane ridussero le pattuglie. Dal punto di vista strategico, l’operazione fu un successo per Washington: assicurò il flusso del petrolio mondiale, protesse gli alleati arabi e dimostrò l’efficacia dei nuovi concetti di guerra asimmetrica (come l’uso delle basi galleggianti) che sarebbero stati riutilizzati nei decenni successivi nel teatro mediorientale.
Analogie e differenze con lo scenario geopolitico contemporaneo
Ieri come oggi, ci troviamo di fronte a una dottrina di guerra asimmetrica consolidata, dove lo scontro tra grandi potenze non avviene quasi mai in campo aperto, ma si gioca sul soffocamento delle linee di comunicazione marittime (Sea Lines of Communication – SLOC).
I barchini veloci
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Allora: I Pasdaran compresero di non poter competere con la flotta d’alto mare della US Navy e svilupparono la tattica degli sciami utilizzando barchini veloci svedesi (Boghammar) armati con mitragliatrici e RPG.
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Oggi: La dottrina si è evoluta tecnologicamente. L’Iran e i suoi alleati regionali (come gli Houthi nel Mar Rosso) continuano a utilizzare imbarcazioni veloci per molestare navi commerciali, ma la vera novità contemporanea è l’introduzione dei WBIED (Water-Borne Improvised Explosive Devices), ovvero droni marini di superficie (USV) radiocomandati e carichi di esplosivo per attacchi kamikaze.
Le mine navali
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Allora: Nel 1987, le mine a contatto di fabbricazione russa (modello M-08), seppur obsolete, erano capaci di mettere fuori uso navi da un milione di dollari.
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Oggi: Le mine navali rimangono lo strumento di sbarramento low-cost più temuto. Oggi l’Iran produce mine ancorate moderne, magnetiche o a induzione acustica (come le serie Sadaf o Maham). L’arma preferita per il sabotaggio occulto è diventata però la mina a ventosa (Limpet mine), utilizzata per danneggiare le petroliere nello Stretto applicandola sotto la linea di galleggiamento.
L’evoluzione della minaccia missilistica: Dai Silkworm ai droni
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Allora: La massima minaccia costiera per i convogli di Earnest Will era rappresentata dai missili antinave cinesi HY-2 Silkworm posizionati lungo la penisola di Fao: vettori grossi, lenti e facilmente intercettabili dai radar.
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Oggi: Il panorama è infinitamente più letale. L’Iran dispone di una vasta gamma di missili da crociera antinave a lungo raggio (come la famiglia Noor o Qader) e, per la prima volta nella storia militare, ha fornito ai propri alleati missili balistici antinave (ASBM). A questo si aggiunge la saturazione dello spazio aereo tramite droni suicidi (UAV) come gli Shahed 136: ordigni economici lanciati a sciami per sovraccaricare e mandare in crisi i costosi sistemi di difesa antiaerea delle navi militari occidentali.
Il ruolo delle “Basi Galleggianti” e delle coalizioni internazionali
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Allora: Gli Stati Uniti dovettero inventarsi le basi galleggianti mobili (Hercules e Wimbrown VII) per aggirare il rifiuto dei paesi ospitanti.
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Oggi: Quel concetto sperimentale è diventato una dottrina strutturale. La US Navy schiera oggi le gigantesche ESB (Expeditionary Sea Base), come la USS Lewis B. Puller, nate direttamente dall’esperienza degli anni Ottanta e utilizzate come hub per elicotteri, droni e forze speciali. Inoltre, le operazioni multilaterali odierne (come Prosperity Guardian o le storiche missioni CMF – Combined Maritime Forces) ricalcano la necessità politica di ieri: internazionalizzare la protezione delle rotte per evitare che lo scontro appaia come una questione puramente bilaterale.
Il paradosso geopolitico del “Sequestro e Ritorsione”
L’analogia più evidente risiede nella dinamica diplomatica e nelle regole d’ingaggio:
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Ieri: L’Iraq colpiva i terminali iraniani $\rightarrow$ L’Iran attaccava le petroliere del Kuwait (alleato dell’Iraq) $\rightarrow$ Gli USA scortavano le navi e bombardavano le piattaforme iraniane (Operazione Praying Mantis).
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Oggi: Le fazioni regionali attaccano il traffico marittimo per fare pressione politica internazionale $\rightarrow$ Gli Stati Uniti e gli alleati occidentali rispondono intercettando i vettori e conducendo attacchi mirati sulle postazioni radar e di lancio lungo le coste.
Il rischio di un errore di calcolo o di una reazione a catena – che ieri portò alla tragedia del volo civile Iran Air 655 – rimane, oggi come allora, lo spettro più temuto dai comandi militari globali.
Operazione Earnest Will – Galleria Storica
160th SOAR – Elicotteri AH-6 / MH-6 Little Bird
Le piattaforme US Navy: Hercules e Wimbrown VII
