La Marina Militare dopo il trattato di Pace

Febbraio 1947 viene firmato il trattato di pace tra l’Italia e le altre nazioni belligeranti .

Il trattato di pace assieme a pesanti cessioni territoriali e’ abbastanza duro nei confronti della Regia Marina , nel frattempo diventata Marina Militare dopo il referendum del Giugno dell’anno precedente , in particolare le clausole più pesanti riguardano  :

Limiti di Tonnellaggio

Il trattato impone  una limitazione severa alla consistenza della flotta:

  • Dislocamento totale: Il tonnellaggio complessivo del naviglio militare italiano (in servizio e in costruzione), esclusa la flotta di battaglia, non deve superare le 67.500 tonnellate.

  • Riduzione forzata: La flotta italiana viene ridotta a un numero limitato di unità, con molte navi superstiti cedute alle nazioni vincitrici (Stati Uniti, Unione Sovietica, Gran Bretagna, Francia, Jugoslavia, Albania e Grecia) come conto riparazioni.

  Divieti di Categoria

Oltre ai limiti quantitativi, il trattato vieta  categoricamente all’Italia la costruzione, l’acquisto, l’utilizzo o la sperimentazione di intere categorie di armamenti e navi strategiche:

  • Navi da battaglia: Vieta  qualsiasi nuova costruzione, acquisto o sostituzione di navi da battaglia.

  • Navi portaerei: Divieto assoluto di utilizzo e sperimentazione.

  • Naviglio subacqueo: Divieto totale di possedere, costruire o utilizzare sommergibili.

  • Mezzi d’assalto e motosiluranti: Proibiti tutti i tipi di motosiluranti e qualsiasi mezzo d’assalto specializzato.

  • Altre limitazioni: E’  vietato il possesso di armi atomiche, missili (proiettili ad autopropulsione) e cannoni con gittata superiore ai 30 km.

 

La ripartizione delle Navi

La ripartizione principale (gestita tramite una commissione interalleata e sorteggi) vide coinvolte principalmente l’Unione Sovietica, la Francia, la Gran Bretagna e la Jugoslavia (oltre a quote minori destinate alla Grecia).

Questo era il quadro delle unità maggiori e di supporto assegnate ai singoli paesi:

Agli USA

  • Corazzate
    •   Italia (classe Littorio)
  • Sommergibili
    • Enrico Dandolo e Platino
  • Unità minori
    •  7 motosiluranti, MAS e VAS
  • Unità ausiliarie e logistiche
    •  3 motozattere, 3 navi ausiliarie e 9 rimorchiatori

Gli Americani rinunciarono alla quota di naviglio assegnato imponendo però la loro demolizione presso i cantieri Italiani .

  All’Unione Sovietica (URSS)

L’URSS pretende il bottino più prestigioso, puntando a colmare le gravi perdite subite nel Mar Nero e nel Baltico:

  • Corazzate:

    • Giulio Cesare (ribattezzata Novorossiysk, affondata tragicamente a Sebastopoli nel 1955).

  • Incrociatori:

    • Emanuele Filiberto Duca d’Aosta (ribattezzato   Kerch).

  • Cacciatorpediniere:

    • Artigliere (ex Camicia Nera, classe Soldati)

    • Fuciliere (classe Soldati)

    • Augusto Riboty

  • Sommergibili:

    • 8 battelli subacquei (tra cui unità delle classi Acciaio e Sirena, come il Marea, il Platino, il Nichelio e altri).

  • Altre unità: La prestigiosa nave scuola a vela Cristoforo Colombo (gemella dell’Amerigo Vespucci), che finisce i suoi giorni in Mar Nero ridotta a fare la carboniera per la marina sovietica.

 Alla Francia

La Marina Francese ottiene  diverse unità moderne, molte delle quali impiegate per colmare le lacune della sua flotta dopo il disastro di Tolone:

  • Incrociatori:

    • Eugenio di Savoia (ribattezzato État-Major General Houot poi Gloriole / sciolto e demolito successivamente).

    • Attilio Regolo (classe Capitani Romani, ribattezzato Châteaurenault).

    • Scipione Africano (classe Capitani Romani, ribattezzato Guichen).

  • Cacciatorpediniere e Torpediniere:

    • Mitragliere (classe Soldati)

    • Velite (classe Soldati)

    • Le torpediniere moderne Aliseo e Fortunale.

  • Sommergibili:

    • Diversi battelli (tra cui lo Italo Giglii, il Bario e altri).

  • Altre unità: Varie motosiluranti e dragamine.

L’emergenza francese in Indocina e come viene sfruttata dalla Marina Italiana per conservare alcune navi destinate alla Marine Nationale

Nel 1947, le forze armate francesi  sono in grande difficoltà nella Guerra d’Indocina e necessitano disperatamente di naviglio idoneo ai climi tropicali, con grande autonomia e capacità di supporto/trasporto. L’Eritrea (nave coloniale per eccellenza) e le navi cisterna italiane sono  esattamente ciò di cui Parigi ha  bisogno immediatamente, senza aspettare i tempi biblici e le complesse procedure di ripristino previste dal Trattato di Pace.

  Il patto: la consegna immediata

La Francia fà  una proposta chiara al governo italiano ovvero è disposta ad accettare l’Eritrea (e una nave cisterna per nafta) immediatamente e nello stato in cui si trova , aggirando la clausola del trattato che obbliga  l’Italia a consegnare le navi in condizioni di perfetta operatività.

In cambio di questa consegna lampo (l’Eritrea è  infatti la prima unità a passare ai francesi all’inizio del 1948, diventando la Francis Garnier e partendo subito per l’Estremo Oriente), la Francia propone uno “sconto” sostanzioso sul bottino.

 Le 24 navi “graziate”

A seguito di questo accordo stipulato nel 1948, la Francia rinuncia a un pacchetto di navi per un totale di circa 18.805 tonnellate. Le 24 unità salvate dalla cessione sono:

  • L’incrociatore leggero Pompeo Magno (classe Capitani Romani, una nave modernissima e velocissima).

  • I sommergibili Giada e Vortice (che   verranno poi declassati a finti “pontoni” per salvarli anche dalla demolizione ).

  • Altre 21 unità minori e ausiliarie (rimorchiatori, navi appoggio e naviglio sottile).

  Alla Gran Bretagna (Regno Unito)

La Gran Bretagna ha  teoricamente diritto a una quota massiccia di naviglio (inclusa la corazzata Vittorio Veneto  ), ma per motivi logistici e per evitare di sobbarcarsi i costi di gestione o di dover smistare scafi ormai eccedenti:

  • La demolizione in loco: Le grandi unità assegnate alla Gran Bretagna (come la corazzata Vittorio Veneto, che era stata destinata a Londra ma mai trasferita) sono  avviate alla demolizione diretta nei cantieri italiani (principalmente a La Spezia e Venezia) sotto la stretta sorveglianza e il controllo di commissioni e ispettori britannici.

  • Il mercato dell’acciaio: Sotto il profilo commerciale e delle riparazioni di guerra, il trattato prevede  che i rottami metallici ricavati dallo smantellamento di quel naviglio vengano in buona parte venduti e spediti in Gran Bretagna (o conteggiati come fornitura di materie prime siderurgiche a prezzo di favore), alimentando l’industria pesante inglese che ha un disperato bisogno di acciaio a basso costo per la ricostruzione post-bellica.

  • La rinuncia finale: Con il passare dei mesi e l’inasprirsi della Guerra Fredda (verso il 1948-1949), Londra rinuncia progressivamente alle quote minori residue (come le ultime motosiluranti e unità sottili) e scioglie  la riserva sull’intero contingente, optando per chiudere definitivamente la partita dei trasferimenti fisici e accettando la liquidazione tramite rottami e compensazioni commerciali.

  Alla Jugoslavia e alla Grecia

I paesi vicini, duramente colpiti dall’occupazione italiana durante il conflitto, pretendono  e ottengono soprattutto naviglio minore, unità di scorta e dragaggio per ricostruire le proprie difese costiere:

  • Alla Jugoslavia: Sono assegnati vari cacciatorpediniere (come l’Alfredo Oriani, ribattezzato Zadar), torpediniere, rimorchiatori e unità antisommergibile  , tra cui la Nave RAMB III , alla flotta delle navi RAMB  Italiane dedicheremo un prossimo articolo ,  che caduta in mani tedesche all’armistizio e affondata nel porto di Fiume , dopo la guerra viene incorporata dalla Marina Jugoslava che la trasforma nella nave presidenziale Galeb  .

  • Alla Grecia: Spettano formalmente solo due grandi unità principali in conto riparazioni (per risarcire i danni subiti e, in particolare, l’affondamento a tradimento del vecchio incrociatore greco Helli nel 1940):

    1. L’incrociatore leggero Eugenio di Savoia (uno dei pezzi più pregiati della flotta italiana, appartenente alla classe Condottieri serie Duca d’Aosta).

    2. La nave cisterna Aterno.

 

Al termine delle cessioni e delle demolizioni previste dal trattato di pace in sintesi  una flotta che è  arrivata al 1 Maggio del 1945 a 300/320.000 tonnellate di naviglio , tra efficiente e da riparare , si vede ridotta a poco più di 67.000 tonnellate , praticamente una flotta con proiezione eminentemente costiera e più piccola di quelle a disposizione di nazioni che hanno linee di  coste inferiori .

 

L’aggiramento di alcune clausole

Ora alcune clausole del trattato vengono  aggirate ,  per esempio il divieto di possedere Siluranti viene  aggirato semplicemente denominandole GIS ovvero Galleggianti Inseguimento Siluri bizzarra sigla che secondo la Marina le associa  a naviglio ausiliario per il recupero dei siluri da esercitazione  , i nuclei dei reparti d’assalto subacquei che tanti danni avevano procurato agli alleati semplicemente vengono  inquadrati come addetti allo sminamento .

I sommergibili

Diverso il caso dei Sommergibili , la Francia aveva rinunciato a 2 battelli , Giada e Vortice , per salvarli dalla demolizione e mantenere in vita la specialità, gli ufficiali e i tecnici della Marina architettano un ingegnoso escamotage burocratico e mimetico.

Ufficialmente, la Marina deve  sbarazzarsene quindi :

  • Nel febbraio del 1948, il Giada e il Vortice vengono formalmente radiati dai ruoli delle navi da guerra.

  • Subito dopo vengono  riclassificati come “pontoni galleggianti per la ricarica delle batterie” (ricevendo le sigle civili di PV 1 e PV 2, dove PV sta per Pontone Veloce) e vengono installate sovrastrutture posticce per rendere credibile il fatto che sono effettivamente destinati ad essere impiegati come pontoni galleggianti.

  • Sulla carta, servono  solo come generatori di corrente statica per alimentare le strutture della base di Taranto o altre navi, sfruttando i loro potenti motori diesel e le dinamo di bordo.

La realtà in alto mare: il trucco e l’addestramento clandestino

Ma un sommergibile, anche se batte bandiera di “pontone”, resta un sommergibile. La Marina decide di sfruttarli r fare tutt’altro:

  • Le uscite notturne: Sotto la copertura della notte, i battelli mollano gli ormeggi dal molo di Taranto. Per evitare occhi indiscreti (sia degli Alleati che controllavano il rispetto del trattato, sia delle spie straniere), i battelli escono  dal canale navigabile con sovrastrutture posticce o camuffamenti provvisori per sembrare chiatte o galleggianti industriali.

  • L’immersione “in nero”: Una volta nel Mar Grande arrivano al  molo Chiapparo dove vengono rimosse le sovrastrutture posticce ed escono in mare . I comandanti e gli equipaggi,  riprendono  a fare esattamente ciò che il trattato vietav : immersioni, emersioni, manovre d’attacco silenzioso e addestramento tattico.

  • Salvare la specie: Grazie a questo stratagemma illegale ma tollerato a metà dalla catena di comando (che chiudeva un occhio per salvare il salvabile), una generazione di giovani ufficiali e marinai può continuare ad apprendere l’arte della navigazione subacquea. Parallelamente, le unità di superficie della Marina possono  allenarsi nella caccia antisommergibile.

Diciamo è il classico segreto di Pulcinella tollerato dagli Americani e dagli Inglesi ma funziona pere tenere in allenamento uomini ed equipaggi .

La rinascita della Marina Militare

Tra la fine del 1951 e l’inizio del 1952, la spinta della Guerra Fredda e la nascita della NATO (all’interno della quale l’Italia era entrata nel 1949 come membro fondatore) resero del tutto anacronistiche e insostenibili le clausole punitive del Trattato di Parigi.

Le potenze occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) decisero di compiere un passo formale fondamentale:

  • La dichiarazione congiunta: I governi di Washington, Londra e Parigi comunicarono ufficialmente la cessazione delle restrizioni di carattere militare imposte all’Italia dal trattato del 1947, riconoscendo formalmente l’Italia non più come “paese ex nemico” da sorvegliare e limitare, ma come alleato strategico nella difesa dell’Europa occidentale contro il blocco sovietico.

  • Il superamento dei limiti: Con questa dichiarazione formale caddero i tetti massimi di tonnellaggio (le famose 67.500 tonnellate), i divieti assoluti sulla costruzione di determinate categorie di navi e, implicitamente, la necessità di ricorrere a escamotage come i “pontoni” PV o i GIS.

L’Unione Sovietica (che faceva parte dei firmatari originali del trattato) ovviamente non riconobbe mai formalmente questa abrogazione unilaterale occidentale, protestando formalmente e parlando di “violazione” degli accordi di pace, ma nei fatti iniziava il percorso di ricostruzione della nostra Marina Militare e il suo recupero di capacità operative .

Le Fonti

  • Ufficio Storico della Marina Militare (USMM): È la fonte primaria. In particolare, le monografie curate da Erminio Bagnasco e Maurizio Brescia — come I sommergibili italiani 1940-1947 e La Marina Italiana 1945-2015 — documentano minuziosamente il passaggio dai “PV” al riarmo ufficiale.

  • Rivista Marittima: Consultare gli archivi storici della Rivista Marittima per gli articoli scritti dagli ufficiali che parteciparono a quelle manovre (spesso pubblicati con pseudonimi o a distanza di decenni per “sdoganare” l’aneddoto).

  • Archivio Storico del Senato/Camera: I documenti relativi alla ratifica del Trattato di Pace (e le successive interrogazioni sulla ricostruzione della flotta) offrono una visione politica chiara di come il governo italiano tentasse di barcamenarsi tra le clausole imposte e la necessità di difesa.

  • “Storia dei sommergibili italiani” di Giorgio Giorgerini: È considerato il testo biblico per chi vuole studiare non solo l’aspetto tecnico, ma proprio lo sforzo umano di salvaguardare la subacquea italiana dopo il 1945.

  • Storia Militare N.ro 86 Novembre 2000 , articolo “La Marina del trattato di Pace” articolo  a cura di Erminio Bagnasco 

 

Sommergibile Vortice con le false sovrastrutture a Taranto da Wikpedia