We can neither confirm nor deny……Non possiamo confermare ne negare
Inizio degli anni Settanta e vi chiamate Howard Hughes e la CIA vi chiede una mano per una cosetta da nulla: recuperare un sommergibile sovietico, chiamato K-129, che si trova a circa 5.000 metri di profondità, ovviamente senza che i Sovietici lo vengano a sapere. E voi che fate?
Fra l’altro, se siete lettori attenti, il nome di Howard Hughes lo abbiamo già citato in questo sito parlando della TWA; l’articolo lo trovate [qui]. Ci ripromettiamo di tornare su Hughes con una monografia, ma vi basti sapere che era un miliardario, aviatore e industriale statunitense, aduso a lanciarsi in avventure tecnologiche e industriali che altri consideravano fuori portata o, più semplicemente, da pazzi…
Ora Hughes ovviamente non si tira indietro e mette il proprio nome e il proprio impero industriale a disposizione della copertura di quella che diventerà una delle più incredibili operazioni della CIA.
Bisogna infatti progettare e costruire una nave chiamata Hughes Glomar Explorer, che almeno ufficialmente è destinata alla ricerca e allo sfruttamento dei noduli di manganese presenti sul fondo dell’oceano.
E non parliamo proprio di una barchetta, ma di una nave che ha dimensioni impressionanti:
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Lunghezza: circa 189 m (619 ft)
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Larghezza: circa 35 m (116 ft)
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Pescaggio: circa 11,5–12 m (38 ft)
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Dislocamento: le fonti riportano valori diversi a seconda della configurazione; circa 50.500 long tons per la nave, mentre a piena configurazione operativa si arrivava nell’ordine delle 70.000 tonnellate.
Praticamente la lunghezza di una portaerei leggera della Seconda guerra mondiale.
Al centro della nave si trova poi un gigantesco sistema di sollevamento, ed è qui che la storia comincia a diventare interessante.
La copertura prevede infatti che la Hughes Glomar Explorer sia una nave sperimentale destinata allo sfruttamento dei noduli di manganese presenti sui fondali oceanici. È quindi perfettamente giustificabile che disponga di un apparato capace di calare attrezzature fino a circa 5.000 metri di profondità e riportare materiale in superficie.
Ufficialmente quell’enorme apparato centrale serve quindi a calare sul fondo oceanico le attrezzature necessarie alla raccolta dei noduli di manganese e a riportarne in superficie il carico.
In realtà è stato costruito per uno scopo leggermente diverso: scendere per quasi cinque chilometri, afferrare un sommergibile sovietico e tirarlo su senza che nessuno se ne accorga.
L’antefatto: quando un sottomarino sovietico si inabissa
Siamo nel marzo del 1968. Il sottomarino sovietico K-129, un classe Golf II armato con missili balistici nucleari, scompare misteriosamente nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, a circa 2.500 chilometri dalle Hawaii, portando con sé missili con testate nucleari, siluri e tutto il materiale militare, elettronico e crittografico presente a bordo.
I Sovietici lo cercano disperatamente, ma non riescono a capire con sufficiente precisione dove sia affondato.
Gli Americani, invece, hanno avuto molta più fortuna.
Le loro reti di sorveglianza acustica hanno infatti registrato un evento compatibile con la perdita del sommergibile e, incrociando i dati disponibili, riescono a restringere notevolmente l’area delle ricerche.
A quel punto entra in scena lo USS Halibut, un sommergibile statunitense appositamente modificato per missioni speciali, che viene inviato nella zona. Dopo una lunga ricerca riesce nell’impresa: trova il K-129 e lo fotografa sul fondo dell’Oceano Pacifico, a oltre 5.000 metri di profondità.
A questo punto alla CIA comincia a venire un’idea che definire ambiziosa è poco: perché limitarsi a fotografarlo?
Perché non provare direttamente a tirarlo su e dare un’occhiata alla tecnologia sovietica e, già che ci siamo, magari mettere le mani anche su documenti, apparati elettronici e soprattutto sui sistemi di criptazione presenti nel sommergibile?
Ed è da questa idea apparentemente folle che nasce quella che diventerà l’Operazione Azorian.
Lo USS Halibut non si limita però a trovare il K-129. Durante le sue missioni vengono realizzate migliaia di fotografie del relitto, che permettono agli specialisti americani di studiarne la posizione e le condizioni sul fondo.
Quelle immagini diventano fondamentali quando si passa dalla semplice idea di recuperarlo al problema molto più concreto di come farlo.
Bisogna infatti costruire un gigantesco dispositivo di presa, successivamente conosciuto come Capture Vehicle, capace di essere calato per cinque chilometri, posizionarsi sopra il relitto, afferrarlo dal fondo e sostenerne il peso durante tutta la risalita.
In pratica gli Americani, dopo aver fotografato di nascosto un sommergibile sovietico sul fondo del Pacifico, cominciano a progettare una pinza costruita appositamente per andarselo a prendere.
A questo punto alla CIA rimane un problema non proprio secondario: come si costruisce una gigantesca nave dotata di attrezzature mai viste prima, spendendo centinaia di milioni di dollari, senza far capire ai Sovietici a cosa serve realmente?
Serve una copertura. E soprattutto serve qualcuno dietro il quale nascondere tutto questo circo.
Entra così in scena Howard Hughes.
Il suo nome è praticamente perfetto: miliardario, industriale, aviatore e soprattutto famoso per essersi lanciato in imprese tecnologiche che a chiunque altro sarebbero sembrate semplicemente folli.
La CIA finanzia segretamente il progetto, mentre verso l’esterno viene costruita la storia di una nuova impresa industriale di Hughes: andare a cercare e sfruttare i noduli di manganese presenti a migliaia di metri di profondità nell’Oceano Pacifico.
Una copertura particolarmente efficace perché permette di giustificare praticamente tutto: una nave gigantesca, investimenti enormi, tecnologie sperimentali e soprattutto un sistema capace di scendere per cinque chilometri fino al fondo dell’oceano e riportare in superficie carichi pesantissimi.
Nasce così la Hughes Glomar Explorer .
Consideriamo che tutta la missione, a cui venne dato il nome di Azorian, arrivò a costare oltre 350 milioni di dollari dell’epoca, ovvero circa 2,5 miliardi di dollari attuali.
Ora, se un’operazione del genere l’avesse messa in piedi un pinco pallino qualsiasi, probabilmente qualcuno avrebbe cominciato a farsi qualche domanda. Ma se a spendere cifre del genere per una nave gigantesca e tecnologie mai viste era Howard Hughes, che era abituato a lanciarsi in avventure di questo genere, la cosa poteva sembrare quasi normale.
Inizia la caccia… al manganese
Nel 1972 viene varata la Hughes Glomar Explorer e, dopo il completamento e una lunga serie di prove, nel 1974 è finalmente pronta per iniziare quella che ufficialmente dovrebbe essere la sua attività: andare a caccia dei preziosi noduli di manganese sul fondo dell’Oceano Pacifico.
Peccato che il particolare tipo di manganese che interessa alla CIA abbia la forma di un sommergibile sovietico lungo quasi 100 metri.
Nell’estate del 1974 la Glomar Explorer raggiunge quindi la posizione del K-129 e comincia la parte più delicata dell’intera Operazione Azorian.
Bisogna posizionare una nave lunga quasi 190 metri praticamente sopra un relitto che si trova cinque chilometri più in basso, mantenere la posizione con sufficiente precisione e calare attraverso l’apertura centrale dello scafo il gigantesco Capture Vehicle, la famosa “pinza” costruita appositamente per afferrare il sommergibile.
E tutto questo, possibilmente, continuando a far credere a chiunque stia guardando che si stanno semplicemente raccogliendo sassi dal fondo dell’oceano.
Arrivano i Sovietici
Il 4 luglio 1974 la Hughes Glomar Explorer arriva finalmente sulla verticale del K-129 e comincia la sua particolarissima caccia ai noduli di manganese.
E naturalmente, visto che le cose semplici non ci piacciono, dopo qualche tempo arrivano anche i Sovietici.
La prima nave a presentarsi è la Chazhma, una nave sovietica dotata di apparecchiature per il controllo e la rilevazione dei test missilistici. I Sovietici evidentemente vogliono capire cosa stia combinando quell’enorme nave americana nel bel mezzo del Pacifico e cominciano a fotografarla, arrivando persino a farle girare intorno un elicottero.
La Chazhma dopo alcuni giorni se ne va, ma poco dopo arriva il rimorchiatore sovietico SB-10, che si dimostra decisamente più curioso: rimane nella zona per quasi due settimane e in alcuni momenti si avvicina a meno di 200 metri dalla Glomar Explorer.
A bordo cominciano comprensibilmente a diventare un po’ nervosi.
La situazione viene presa talmente sul serio che vengono sistemate delle casse sull’area destinata agli elicotteri per impedire ai Sovietici di tentare un eventuale atterraggio, mentre vengono predisposte procedure per distruggere rapidamente il materiale segreto nel caso qualcuno tenti di salire a bordo.
E così si arriva a una situazione abbastanza surreale: gli Americani stanno preparando il recupero segreto di un sommergibile sovietico mentre una nave sovietica gli gira praticamente intorno, e devono continuare a comportarsi come se sotto di loro ci fossero soltanto dei preziosissimi sassi da raccogliere.
Fortunatamente per la CIA, i Sovietici sono sospettosi ma apparentemente non immaginano cosa stia realmente accadendo sotto la Glomar Explorer.
Come si recupera un sommergibile da 5.000 metri?
A questo punto dobbiamo spiegare, almeno a grandi linee, come funzionava tutto l’accrocco, perché ovviamente non bastava attaccare la gigantesca pinza a un cavo e calarla per cinque chilometri.
Il Capture Vehicle, soprannominato Clementine, veniva calato attraverso l’apertura centrale della Glomar Explorer utilizzando una lunghissima colonna formata da sezioni di tubo d’acciaio lunghe circa 18 metri, che venivano aggiunte una dopo l’altra durante la discesa.
In pratica il sistema funzionava in maniera abbastanza simile a quello utilizzato nelle perforazioni petrolifere: aggiungi un elemento, fai scendere la colonna, ne aggiungi un altro e continui così fino ad arrivare sul fondo.
Solo che in questo caso, cinque chilometri più sotto, c’era una gigantesca pinza che doveva posizionarsi sopra il K-129, allargare le proprie ganasce, afferrare il relitto e sostenerne il peso.
A quel punto iniziava l’operazione inversa.
La colonna veniva progressivamente sollevata e le sezioni di tubo smontate una dopo l’altra, mentre il Capture Vehicle risaliva verso la nave portandosi dietro il sommergibile.
Ma rimaneva un piccolo problema: come nascondere un sommergibile sovietico una volta arrivato in superficie?
Ed è qui che entrava in gioco un’altra delle particolarità della Glomar Explorer.
Al centro dello scafo si trovava infatti una gigantesca apertura chiamata moon pool, dotata di portelloni inferiori. Il Capture Vehicle con il suo prezioso carico poteva essere fatto entrare direttamente all’interno della nave dal basso e i portelloni successivamente richiusi.
In questo modo l’intera operazione, dal recupero sul fondo fino all’arrivo del K-129 all’interno della nave, poteva teoricamente svolgersi senza che il sommergibile comparisse mai in superficie alla vista di navi, aerei o satelliti sovietici.
Finalmente si va a pesca… del K-129
Il 4 luglio 1974 la Hughes Glomar Explorer arriva finalmente sulla verticale del relitto e iniziano le operazioni vere e proprie.
Dopo anni di progettazione, centinaia di milioni di dollari spesi e una nave costruita appositamente, è arrivato il momento di vedere se tutta quella gigantesca macchina funziona davvero.
Il Capture Vehicle, soprannominato Clementine, viene progressivamente calato verso il fondo aggiungendo una dopo l’altra le sezioni della lunghissima colonna di tubi.
L’operazione richiede giorni. Bisogna arrivare a circa 5.000 metri di profondità, posizionare correttamente Clementine sopra il K-129 e riuscire ad afferrarlo senza distruggere un relitto che giace sul fondo dell’oceano da ormai sei anni.
Finalmente la gigantesca pinza raggiunge il sommergibile.
Le ganasce vengono posizionate intorno alla sezione del K-129 che gli Americani intendono recuperare, lunga circa 40 metri e pesante nell’ordine delle 1.750 tonnellate, e la afferrano.
A questo punto comincia la risalita.
Metro dopo metro il relitto viene staccato dal fondo e trascinato verso la superficie mentre, sulla Glomar Explorer, vengono progressivamente smontate le sezioni della colonna utilizzata per sollevarlo.
E incredibilmente il sistema funziona.
Il K-129 comincia realmente a risalire dal fondo del Pacifico.
Solo che, dopo aver percorso oltre 2.000 metri, accade esattamente quello che nessuno a bordo avrebbe voluto vedere.
Due delle ganasce del Capture Vehicle cedono.
Gran parte della sezione del sommergibile che stavano recuperando si spezza, sfugge dalla presa di Clementine e precipita nuovamente per migliaia di metri fino al fondo dell’oceano.
Dopo sei anni di preparazione, una nave costruita appositamente e centinaia di milioni di dollari spesi, una parte consistente del loro preziosissimo sommergibile sovietico è appena tornata da dove era partita.
Ma non tutto è perduto.
Una parte del K-129 è infatti rimasta intrappolata nelle ganasce.
La risalita continua e ciò che resta del sommergibile viene finalmente portato all’interno della moon pool della Glomar Explorer, senza essere mai esposto alla vista dall’esterno.
L’Operazione Azorian ha recuperato una parte del K-129.
Ma quale parte e, soprattutto, che cosa hanno trovato gli Americani al suo interno?
Ed è proprio qui che la storia comincia a diventare molto meno chiara.
Ma cosa recuperarono veramente?
Ed è proprio qui che la storia comincia a diventare molto meno chiara.
Quando nel 1975 l’esistenza dell’operazione finisce sulla stampa americana, emerge che il recupero non è andato secondo i piani: gran parte della sezione del K-129 afferrata da Clementine sarebbe precipitata nuovamente sul fondo e soltanto una porzione del sommergibile sarebbe arrivata all’interno della Glomar Explorer.
Tra le poche cose che conosciamo con certezza c’è il ritrovamento dei corpi di sei marinai sovietici, ai quali gli Americani riservarono una sepoltura in mare con gli onori militari. La cerimonia venne anche filmata e, molti anni dopo, una copia del filmato fu consegnata dagli Stati Uniti ai Russi.
Ma che cosa venne recuperato insieme ai sei marinai?
Qui le cose diventano decisamente più nebulose.
Secondo la ricostruzione resa pubblica, gran parte del materiale che interessava maggiormente all’intelligence americana sarebbe precipitato nuovamente sul fondo insieme alla porzione del K-129 sfuggita dalle ganasce.
Potrebbe benissimo essere andata esattamente così.
Del resto gli Americani stavano preparando una seconda missione per tornare sul relitto e recuperare ciò che era rimasto sul fondo, missione che diventò praticamente impossibile quando nel 1975 la stampa americana fece saltare la copertura dell’intera operazione.
Ma esiste anche un’altra possibilità.
Una volta scoperta Azorian, gli Stati Uniti avevano tutto l’interesse a non far sapere ai Sovietici esattamente cosa fosse stato recuperato e soprattutto quali informazioni ne fossero state ricavate. Dichiarare pubblicamente di essere entrati in possesso di determinati apparati, documenti o materiale crittografico avrebbe infatti immediatamente indicato a Mosca quali sistemi cambiare e quali informazioni considerare compromesse.
A più di cinquant’anni di distanza, inoltre, parte di ciò che venne recuperato e delle informazioni ottenute dall’operazione rimane ancora classificata.
Quindi sappiamo che una parte del K-129 precipitò nuovamente sul fondo e sappiamo che almeno una parte arrivò effettivamente all’interno della Glomar Explorer. Sappiamo anche dei sei marinai.
Quello che ancora non sappiamo completamente è che cos’altro arrivò insieme a loro e, soprattutto, cosa riuscirono a ricavarne gli specialisti dell’intelligence americana.
Probabilmente la verità completa sull’Operazione Azorian non la conosceremo ancora per parecchio tempo.
La vera eredità dell’operazione: la risposta Glomar
Al di là del suo esito, parzialmente fallimentare oppure molto più fruttuoso di quanto sia stato successivamente ammesso, l’Operazione Azorian ha lasciato un’eredità curiosissima.
Quando la storia cominciò a emergere e vennero presentate richieste per ottenere dalla CIA documenti relativi all’operazione, l’Agenzia adottò una formula destinata a diventare celebre:
“We can neither confirm nor deny…”
ovvero:
“Non possiamo né confermare né negare…”
La formula divenne nota come “Glomar response” e da allora viene utilizzata dalle agenzie governative statunitensi quando persino confermare o negare l’esistenza dell’informazione richiesta potrebbe rivelare qualcosa che deve rimanere segreto.
Ed è abbastanza appropriato che l’eredità più famosa di un’operazione costruita interamente intorno alla segretezza sia una frase che, in sostanza, significa:
“Non vi diremo nemmeno se quello che ci state chiedendo esiste.”
Ed è proprio quella frase che dà il titolo a questo articolo.
Fonti e approfondimenti
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Central Intelligence Agency – CIA Museum, “Project AZORIAN” – Ricostruzione ufficiale dell’operazione: perdita del K-129, progetto di recupero, ruolo di Howard Hughes, Hughes Glomar Explorer, Capture Vehicle, operazioni del 1974, recupero parziale e sepoltura in mare dei sei marinai sovietici.
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Central Intelligence Agency, “The Exposing of Project AZORIAN” – Sulla scoperta pubblica dell’operazione nel 1975, il progetto di una seconda missione e la nascita della cosiddetta Glomar Response, “We can neither confirm nor deny”.
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Central Intelligence Agency, Center for the Study of Intelligence, “The Glomar Explorer in Film and Print” – Analisi della documentazione e della storiografia relativa all’Operazione Azorian e al recupero del K-129.
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Central Intelligence Agency, “Engineering for AZORIAN” – Documentazione tecnica declassificata relativa alla progettazione del sistema di recupero e alle difficoltà ingegneristiche dell’operazione.
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Norman Polmar, Michael White, Project Azorian: The CIA and the Raising of the K-129, Naval Institute Press, 2010 – Ricostruzione complessiva dell’operazione basata su documentazione declassificata e testimonianze dei partecipanti.
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Michael White, Azorian: The Raising of the K-129, 2009 – Documentario dedicato all’operazione e alla progettazione della Glomar Explorer.



Il Somergibile Sovietico K-129

