Bartini: un genio (italiano?) al servizio dell’Unione Sovietica
Roberto Oros di Bartini viene spesso etichettato come un “genio italiano al servizio dell’Unione Sovietica”, e molte riviste nostrane tendono a celebrarlo sotto questa veste patriottica. Tuttavia, a guardare le cose oggettivamente, di italiano in lui c’era ben poco, se non il cognome, la laurea conseguita al Politecnico di Milano nel 1922 e l’iscrizione al Partito Comunista Italiano. Nel 1923, infatti, Bartini si rifugiò in URSS, rimanendovi fino alla sua morte nel 1974.
La prima volta che sono incappato nel suo nome è stata su YouTube, guardando quasi per caso un video relativo a uno strano prototipo progettato per volare in effetto suolo: il Bartini-Beriev VVA-14. Se il nome Beriev mi era già noto — trattandosi di un ufficio di progettazione attivo fin dagli anni ’30 nell’ex URSS, operante ancora oggi e celebre per i suoi idrovolanti e per i velivoli radar A-50 e A-100 (sviluppati sulla base dell’Il-76) — quel cognome chiaramente italiano mi era del tutto sconosciuto. Ho deciso quindi di approfondire la sua storia.
Dalla nascita alla fuga nell’URSS
Nato a Fiume nel 1897, Roberto era figlio naturale di una giovane aristocratica, ma venne adottato da un ricco barone ungherese, consigliere del governatore della città. Durante la Prima Guerra Mondiale combatté per l’Impero Austro-Ungarico sul fronte orientale, dove fu catturato dai russi. Fu proprio nei campi di prigionia in Siberia che il giovane nobile si convertì radicalmente al marxismo.
Tornato in Italia nel 1920, si laureò in ingegneria meccanica e aeronautica al Politecnico di Milano, titolo che gli permise di lavorare nell’aviazione civile italiana, mentre a Roma conseguì il brevetto di pilota. Nel frattempo si iscrisse al neonato Partito Comunista Italiano (PCI). Con l’ascesa al potere di Mussolini nel 1922, Bartini finì rapidamente nel mirino della polizia fascista. Nel 1923, per salvargli la vita e al contempo inviare una mente brillante in aiuto della giovane repubblica sovietica, il PCI lo fece fuggire in URSS.
Arrivato a destinazione, proseguì la sua formazione presso la prestigiosa Accademia dell’Aeronautica Sovietica “Žukovskij”, la massima istituzione aeronautica del Paese. Qui conseguì un secondo titolo accademico, equivalente a una laurea specialistica in aerodinamica e progettazione aeronautica, diventando a tutti gli effetti uno dei progettisti più qualificati dell’Unione Sovietica. Negli anni ’30 gli vennero attribuiti i gradi di ingegnere capo e di progettista di classe superiore, titoli che nell’ordinamento sovietico possedevano un valore accademico e professionale elevatissimo.
Il “Barone Rosso” dell’URSS
In Unione Sovietica Bartini divenne una vera e propria leggenda. Non era un semplice progettista: era un visionario capace di immaginare velivoli che nessun altro avrebbe osato concepire, con idee capaci di anticipare di decenni le moderne soluzioni aerodinamiche.
Tra i suoi progetti più significativi si distinguono:
-
Lo Stal-6 (1933): Un aereo rivoluzionario. Per eliminare l’attrito aerodinamico dei radiatori convenzionali, Bartini inventò un sistema di raffreddamento a vapore che sfruttava la superficie stessa delle ali. Lo Stal-6 polverizzò il record sovietico di velocità raggiungendo i 420 km/h, un’enormità per l’epoca.
-
Lo Stal-7 (1936): Un bimotore da trasporto passeggeri caratterizzato da un’innovativa ala a “gabbiano rovesciato”. Nel 1939 lo Stal-7 stabilì il primato mondiale di velocità su circuito chiuso, coprendo oltre 5.000 km alla media di 405 km/h. Da questo aereo nacque direttamente l’Er-2 (o Yer-2), uno dei bombardieri a lungo raggio più importanti impiegati dai sovietici nella Seconda Guerra Mondiale.
A questi si aggiunsero studi pionieristici sulle ali a doppio delta, configurazioni avanzate, progetti di idrovolanti, velivoli anfibi e avveniristici concetti di ekranoplani. Bartini non progettava solo macchine: progettava possibilità.
L’arresto e la “Sharashka”
Nel 1938, in pieno periodo di Grandi Purghe staliniane, la paranoia del regime colpì anche lui. Bartini venne arrestato dalla polizia segreta (NKVD) con l’assurda accusa di essere una “spia fascista” e un sabotatore, rimediando una condanna a 10 anni di reclusione.
Tuttavia, il regime non poteva permettersi di sprecare il suo genio. Venne quindi rinchiuso in una Sharashka (il TsKB-29), un vero e proprio ufficio di progettazione segreto gestito dal NKVD all’interno del sistema carcerario. Lì dentro, condividendo gli spazi con altri giganti dell’aviazione caduti in disgrazia — come Andrej Tupolev e Sergej Korolëv — Bartini continuò a sviluppare aerei e motori a reazione che si rivelarono fondamentali per sconfiggere la Germania nazista. Venne liberato solo nel 1946, a guerra finita, e riabilitato pienamente nel 1956.
L’era degli Ekranoplani e l’astronave VVA-14
Uscito dal Gulag, Bartini non perse la sua carica visionaria. Negli anni ’50 e ’60 concentrò i suoi sforzi sui concetti di trasporto pesante globale, affermandosi come uno dei grandi pionieri degli ekranoplani (i veicoli a effetto suolo).
Il culmine di questa fase fu l’incredibile Bartini-Beriev VVA-14 (1972). Si trattava di un velivolo anfibio da caccia antisommergibile a decollo verticale, progettato per fluttuare sul pelo dell’acqua a velocità elevate sfruttando l’effetto suolo, ma capace al contempo di volare ad alta quota come un aereo tradizionale. Il prototipo sembrava letteralmente un’astronave uscita da un film di fantascienza, con una fusoliera tozza e una serie di imponenti galleggianti.
Con la morte di Bartini nel 1974, il programma del VVA-14 perse la sua spinta propulsiva e venne definitivamente abbandonato. Fino a quel momento, il velivolo aveva effettuato un totale di 107 voli di prova, accumulando 103 ore di volo complessive. Nel 1987, l’unico esemplare superstite (numero di serie 19172) è stato trasferito al Museo Centrale dell’Aeronautica Militare Russa di Monino, vicino a Mosca, dove oggi giace come un relitto spettrale, ultimo lascito del suo brillante progettista.
Conclusione
Dall’analisi della sua intera parabola biografica e professionale, emerge una conclusione netta: se si escludono il cognome, la laurea al Politecnico di Milano e la iniziale militanza nel PCI, Bartini con l’Italia e la sua cultura aeronautica ebbe davvero pochissimo a che fare. Il titolo più corretto per la sua storia non può che essere una domanda provocatoria: Bartini: un genio (italiano?) che lavorò in Unione Sovietica.
Qui una immagine del prototipo durante i test

E una del relitto allo stato attuale presso il Museo del Monino di Mosca

