I Nisei e l’Executive Order 9066
Le recenti e stringenti politiche migratorie statunitensi, focalizzate sulla ricerca e il confinamento degli irregolari in appositi centri in attesa di espulsione, hanno riacceso un forte dibattito sui diritti umani fondamentali. Molti osservatori gridano alla violazione delle tutele basilari, ma la storia ci ricorda che non è la prima volta che negli Stati Uniti si scatena una simile caccia all’immigrato. C’è stato un periodo buio in cui nei campi di prigionia finirono non solo gli stranieri, ma anche persone nate sul suolo americano e in possesso di una regolare cittadinanza. Parliamo del periodo che va dall’attacco a Pearl Harbor fino al 18 Dicembre 1944 quando la Corte Suprema degli Stati Uniti dichiara illegale l’internamento di cittadini americani leali alla patria. Il presidente Roosevelt è costretto a revocare l’ordine di esclusione
Il background: Issei , Nisei e Sansei
Nelle comunità della diaspora giapponese si usa una terminologia precisa per identificare le generazioni:
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Issei (Prima generazione): Gli immigrati nati in Giappone, arrivati negli USA tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Per legge, non potevano ottenere la cittadinanza americana né possedere terreni.
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Nisei (Seconda generazione): I loro figli. Parlavano inglese, frequentavano le scuole americane, ascoltavano il jazz e crescevano come cittadini statunitensi a tutti gli effetti, pur mantenendo un legame culturale con le tradizioni familiari.
- Sansei, la terza generazione: I figli dei Nisei ormai cittadini Statunitensi che spesso neanche parlano il Giapponese
l dramma del 1942: L’internamento nei campi
Il 7 dicembre 1941 l’attacco giapponese a Pearl Harbor sconvolge gli Stati Uniti. L’isteria bellica e il razzismo latente esplodono lungo la Costa Ovest.
Il 19 febbraio 1942, il Presidente Franklin D. Roosevelt firma l’Executive Order 9066. Questo provvedimento impone il reinsediamento forzato di oltre 120.000 persone di origine giapponese in campi di internamento nell’entroterra desertico americano. Oltre i due terzi di questi internati erano Nisei, cioè cittadini americani.
Il paradosso: Senza aver commesso alcun reato, senza processo e solo a causa della propria origine etnica, i Nisei vengono privati dei loro diritti costituzionali, costretti a svendere le proprie case, aziende e beni, e rinchiusi dietro al filo spinato sotto la sorveglianza di torrette armate.
La vita all’interno dei campi di internamento (spesso definiti eufemisticamente dal governo americano Relocation Centers)
La vita nei campi di internamento era segnata da un profondo senso di umiliazione, privazione della libertà e totale sradicamento sociale. Non erano campi di sterminio, ma vere e proprie prigioni militarizzate nel mezzo del deserto o di paludi insalubri, dove la dignità dei Nisei veniva messa a dura prova ogni giorno.
L’arrivo: la perdita dell’identità
Al momento della partenza forzata, le famiglie potevano portare con sé solo ciò che riuscivano a trasportare a mano. Tutto il resto – automobili, case, pianoforti, animali domestici – dovette essere venduto in pochi giorni a prezzi stracciati o semplicemente abbandonato.
All’arrivo nei campi, ogni persona veniva schedata e contrassegnata con un numero identificativo su una targhetta di cartone,da portare appesa ai vestiti. Di fatto, i cittadini americani venivano privati del proprio nome e trasformati in numeri.
Alloggi e privacy inesistente
Le strutture erano baracche di legno ricoperte di carta catramata, prive di isolamento termico. I campi erano situati in zone dagli ecosistemi estremi (come il deserto di Manzanar in California o le paludi dell’Arkansas): d’estate si soffocava dal caldo, d’inverno il gelo penetrava attraverso le fessure delle assi e le tempeste di sabbia coprivano ogni cosa.
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Spazi minimi: Una singola stanza di circa 6 metri per 7 ospitava un’intera famiglia, a volte anche di 8 persone. L’arredamento standard consisteva solo in brandine militari, paglia per riempire i materassi e una stufa a carbone o a legna.
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La fine dell’intimità: I bagni, le docce e le lavanderie erano in comune, privi di porte o divisori. Per una cultura come quella giapponese, dove la riservatezza e la pulizia personale hanno un valore sacro, questa fu una delle umiliazioni più dolorose, soprattutto per le donne e gli anziani.
La distruzione della struttura familiare
Nelle mense comuni i pasti venivano serviti a orari fissi e la qualità del cibo era inizialmente pessima (razioni militari scadenti, cibo in scatola, fegato, cuore, alimenti totalmente estranei alla dieta asiatica).
Questo sistema distrusse l’autorità dei genitori: i bambini e i ragazzi preferivano sedersi a tavola con i propri coetanei, smettendo di mangiare con la famiglia. I padri (gli Issei), che fuori dal campo erano i capifamiglia e i proprietari di attività economiche, si ritrovarono disoccupati, privati del loro ruolo e impossibilitati a proteggere i figli, cadendo spesso in profonde depressioni.
Ricreare una parvenza di normalità
Nonostante la sorveglianza armata e le guardie pronte a sparare dalle torrette in caso di tentata fuga, i Nisei dimostrarono una straordinaria resilienza (riassunta nel concetto giapponese di Shikata ga nai — “non c’è niente da fare, bisogna resistere”). Nel corso dei mesi, gli internati cercarono di trasformare l’inferno in una comunità vivibile:
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Scuole e sport: Autogestirono scuole per i bambini, fondarono giornali del campo in lingua inglese e organizzarono una vera e propria lega di baseball (lo sport americano per eccellenza), per dimostrare visivamente la propria americanità.
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Giardini nel deserto: Gli anziani scavarono canali di irrigazione e progettarono splendidi giardini tradizionali giapponesi e orti tra le baracche, coltivando verdure fresche per migliorare i pasti della mensa.
I campi e loro ubicazione
I campi erano gestiti dalla War Relocation Authority (WRA) ed erano esattamente 10, sparsi nelle zone più isolate, desertiche o interne degli Stati Uniti.
| Nome del Campo | Stato | Ubicazione / Caratteristiche del Territorio |
| Manzanar | California | Nella Owens Valley, ai piedi della Sierra Nevada. Zona desertica soggetta a gelo invernale e tempeste di sabbia. |
| Tule Lake | California | Nel nord dello Stato, un’area brulla e pianeggiante. Divenne il campo di massima sicurezza per i considerati “non leali”. |
| Poston | Arizona | Nel deserto del fiume Colorado, un’area caldissima e isolata. |
| Gila River | Arizona | Nel sud di Phoenix, all’interno di una riserva indigena. |
| Heart Mountain | Wyoming | In un deserto di pianura coperto di cespugli di sagebrush, celebre per gli inverni rigidissimi. |
| Minidoka | Idaho | Nel deserto d’alta quota della contea di Jerome; in autunno il fango arrivava alle ginocchia. |
| Topaz | Utah | Nel deserto di Sevier, un territorio ad altissima escursione termica (da +40°C a -30°C). |
| Granada (Amache) | Colorado | Su una collina arida e polverosa nelle pianure orientali dello Stato. |
| Rohwer | Arkansas | Situato in una zona paludosa e acquitrinosa nel sud-est dello Stato. |
| Jerome | Arkansas | Anch’esso in territori parzialmente paludosi della valle del Mississippi. |
La svolta giudiziaria e le scuse tardive
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18 dicembre 1944 (La sentenza della Corte Suprema): Nella storica pronuncia sul caso Ex parte Mitsuye Endo, i giudici stabiliscono che il governo non ha il diritto di detenere cittadini statunitensi la cui lealtà sia stata accertata. L’amministrazione Roosevelt è costretta ad annunciare l’apertura dei campi. I civili iniziano a lasciare le strutture e a fare ritorno verso la Costa Ovest a partire dal 2 gennaio 1945.
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1988 (Le scuse di Reagan): Dovettero passare decenni prima che gli Stati Uniti riconoscessero l’enormità di quell’ingiustizia. Grazie alle storiche battaglie legali dei sopravvissuti Nisei e dei loro figli Sansei, nel 1988 il Presidente Ronald Reagan firmò il Civil Liberties Act. Il governo americano porse le sue scuse ufficiali, riconoscendo che l’internamento era stato dettato da “pregiudizio razziale, isteria bellica e fallimento della leadership politica”, stanziando un risarcimento simbolico per i superstiti.
Il collasso economico: la perdita dei beni e la flotta peschereccia
Prima del 1942, i pescatori di origine giapponese (soprattutto nella comunità di Terminal Island, vicino al porto di Los Angeles) controllavano una fetta enorme dell’industria della pesca del tonno e delle conserve in California. Erano una flotta moderna, prospera e tecnologicamente avanzata.
Il destino delle barche si divise principalmente in tre strade, tutte ugualmente devastanti per i proprietari:
Il blocco immediato e il sequestro della Marina (US Navy)
Nelle ore immediatamente successive all’attacco di Pearl Harbor, il governo federale congelò tutti i conti bancari dei cittadini di origine giapponese e vietò a qualsiasi imbarcazione di proprietà di “stranieri nemici” (o loro discendenti) di prendere il mare, per paura che potessero comunicare con i sottomarini giapponesi al largo della costa. Centinaia di imbarcazioni rimasero bloccate nei porti. Poco dopo, la Marina Militare e la Guardia Costiera requisirono i pescherecci più grandi e moderni, convertendoli in pattugliatori costieri, dragamine o imbarcazioni da trasporto per lo sforzo bellico.
Svendite da sciacallaggio (I “Fire Sales”)
Quando nel febbraio del 1942 fu firmato l’Ordine Esecutivo 9066, agli abitanti di Terminal Island fu dato un preavviso brevissimo — in alcuni casi solo 48 ore — per liquidare tutti i propri beni prima di essere deportati nei campi. I pescatori si ritrovarono con barche che valevano migliaia di dollari (una fortuna all’epoca) e l’impossibilità di portarle con sé. Speculatori e compagnie di pesca concorrenti bianche si fiondarono sui moli, acquistando i pescherecci per una frazione minuscola del loro valore reale. I pescatori, con l’acqua alla gola e terrorizzati, accettarono offerte ridicole pur di non perdere tutto a zero.
Abbandono, furto e vandalismo
Le barche che non vennero requisite o svendute furono lasciate ormeggiate incustodite nei porti. Durante gli anni dell’internamento (1942-1945), moltissime di queste imbarcazioni vennero vandalizzate, spogliate dei motori e delle attrezzature da pesca, oppure lasciate marcire fino ad affondare direttamente nel porto.
Il ritorno a guerra finita
Quando i nippo-americani furono liberati dai campi nel 1945 e tornarono sulla Costa Ovest, la loro flotta non esisteva più. Chi aveva “affidato” la barca a conoscenti o mediatori spesso non la rivide mai più, o la trovò distrutta. La Marina restituì alcune imbarcazioni requisite, ma erano logore, danneggiate dai combattimenti o dalle intemperie, e i risarcimenti governativi concessi decenni dopo (con l’Evacuation Claims Act del 1948) coprirono solo una percentuale minima delle perdite reali.
Questa distruzione sistematica della flotta cancellò completamente il ceto medio dei pescatori Nisei, che non riuscirono mai più a recuperare il monopolio e la ricchezza che avevano faticosamente costruito prima della guerra.
I Nisei che combatterono in Europa
Un discorso a parte meritano i Nisei che per riscattare l’onore delle loro famiglie e dimostrare la fedeltà alla Nazione Americana si arruolarono come volontari nella US Army.
Venne così formato il 442nd Regimental Combat Team, un’unità interamente composta da militari Nisei (con ufficiali bianchi). Inviati a combattere sul fronte europeo – in particolare in Italia (sulla Linea Gotica) e in Francia – i Nisei si distinsero per un coraggio leggendario. Il loro motto era “Go for Broke” (Puntare tutto, dare il massimo).
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L’unità più decorata: Il 442° divenne l’unità militare più decorata della storia dell’esercito statunitense in rapporto alle dimensioni e alla durata del servizio.
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Il prezzo del sangue: Subirono perdite altissime per liberare città europee mentre le loro famiglie erano ancora rinchiuse nei campi di concentramento in America.
Le battaglie
La Campagna d’Italia: Atto Primo (1943-1944)
I Nisei sbarcano a Salerno nel settembre del 1943. Da quel momento iniziano a risalire la penisola affrontando il fango, le montagne e la durissima resistenza tedesca.
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Monte Cassino e la Linea Gustav: Partecipano ai sanguinosi combattimenti per rompere lo sbarramento tedesco nel Lazio. Qui il 100° Battaglione subisce perdite così devastanti da guadagnarsi il soprannome di “Purple Heart Battalion” (il battaglione dei feriti in guerra).
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Anzio e lo sfondamento verso Roma: Combattono nella testa di sbarco di Anzio e partecipano alla successiva liberazione di Livorno e Pisa nell’estate del 1944.
Il Fronte Francese: I Vosgi e il salvataggio del “Battaglione Perduto” (Autunno 1944)
Nell’autunno del 1944 il reggimento viene spostato nel nord-est della Francia, sui monti Vosgi. È qui che compiono l’impresa che li consegna definitivamente alla leggenda militare.
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Il salvataggio del 141° Reggimento: Un battaglione di fanteria texano viene circondato dalle truppe tedesche sulle montagne francesi. Due tentativi di salvarli da parte di altre unità falliscono. Viene ordinato al 442° dei Nisei di avanzare a ogni costo.
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Il prezzo della vita: In cinque giorni di combattimenti corpo a corpo ferocissimi tra i pini e la nebbia, i Nisei riescono a rompere l’assedio e a trarre in salvo 211 texani. Per salvarli, il reggimento Nisei subisce oltre 800 perdite (tra morti e feriti). È un sacrificio enorme che commuove l’esercito americano.
Il Ritorno in Italia: Il capolavoro della Linea Gotica (Aprile 1945)
Nel marzo del 1945 il 442° viene richiamato segretamente in Italia. Gli Alleati sono bloccati da mesi sulla Linea Gotica occidentale, tra le montagne che sovrastano Massa e Carrara. I tedeschi ritengono quelle vette fortificate (come il Monte Folgorito) totalmente inespugnabili.
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L’attacco a sorpresa a Massa e Carrara: I Nisei studiano un piano folle. Di notte, in totale silenzio, senza comunicazioni radio e scalando pareti di roccia ripide a strapiombo, aggirano le posizioni difensive nemiche.
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Lo sfondamento in 32 minuti: All’alba del 5 aprile 1945, prendono i tedeschi alle spalle. In soli 32 minuti espugnano una fortezza che resisteva da cinque mesi. Nei giorni successivi liberano Massa, entrano a Carrara e inseguono i tedeschi in ritirata verso la Pianura Padana, accelerando la fine della guerra in Italia.
- Dopo aver compiuto il capolavoro tattico sul Monte Folgorito il 5 aprile 1945 e aver liberato Massa e Carrara nei giorni successivi, i Nisei del 442° Reggimento si trovarono davanti l’ultimo, ostico sbarramento tedesco sulla costa ligure: la Linea Gengis Khan, che difendeva proprio la piazzaforte navale della Spezia e il 24 aprile 1945, le avanguardie dei soldati Nisei entrarono ufficialmente a La Spezia, liberandola insieme ai partigiani locali che avevano già avviato l’insurrezione patriottica in città.
Quando la guerra finì, il presidente Harry Truman passò in rassegna il 442° Reggimento a Washington. Fissando quei soldati feriti e decorati, pronunciò una frase storica che puoi usare come conclusione del pezzo:
“Voi avete combattuto non solo il nemico sui campi di battaglia, ma avete combattuto anche il pregiudizio a casa vostra… e avete vinto.”
I Nisei a Carrara
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Mappa dei campi di concentramento negli USA

Foto dell’interno di una abitazione del campo di detenzione di Manzanar, California.

