Il M.A.B. dalla Resistenza agli anni di Piombo
È notizia di questi giorni, Luglio 2026, che il Ministero della Difesa italiano ha pubblicato un bando per la vendita all’incanto, tramite asta pubblica, di ben 16.615 esemplari di M.A.B. ancora giacenti nei magazzini della Marina Militare.
Il M.A.B. (Moschetto Automatico Beretta), dalla fine degli anni Trenta e fino ai primi anni Settanta, è stato l’arma standard in dotazione sia alle Forze Armate – dove venne poi sostituito dal fucile d’assalto Beretta AR 70 – sia alle Forze di Polizia, che lo rimpiazzarono con la più compatta Beretta PM12. Divenuto l’arma automatica portatile più diffusa in Italia, ha inevitabilmente segnato la storia profonda del Paese: è stato protagonista della Guerra Partigiana e, trent’anni dopo, della stagione degli Anni di Piombo, impugnato dai terroristi sia di destra che di sinistra.
Storia dell’Arma
Il M.A.B., acronimo di Moschetto Automatico Beretta, rappresenta una delle tappe più significative nella storia delle armi leggere italiane e, per molti versi, della tecnologia industriale bellica del Novecento. Progettato dal geniale ingegnere Tullio Marengoni, il MAB non era un semplice mitra economico da produrre in massa come lo Sten britannico, ma una vera e propria arma di precisione, robusta, raffinata e dotata di una stabilità di tiro eccezionale.
Le Origini e la Genesi Tecnica
La storia del MAB affonda le radici nella seconda metà degli anni Trenta. Marengoni lavorò sull’evoluzione del precedente modello Beretta M1918 (a sua volta derivato dalle intuizioni della pistola mitragliatrice Villar Perosa della Grande Guerra). L’obiettivo era creare un’arma in calibro 9mm Fiocchi (poi evoluto nel potente 9mm Parabellum/M38) che unisse la maneggevolezza di un moschetto alla cadenza di fuoco di una mitragliatrice.
Il primo vero capostipite della famiglia fu il MAB 38, presentato nel 1938.
Caratteristiche Rivoluzionarie
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Il sistema a doppio grilletto: Una delle intuizioni più celebri di Marengoni. L’arma non aveva un selettore di fuoco a leva: il grilletto anteriore serviva per il tiro semiautomatico (colpo singolo), mentre quello posteriore attivava il tiro automatico (raffica).
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Il compensatore di volata: La canna terminava con una serie di asole (visibili nell’immagine) progettate per sfogare i gas verso l’alto, riducendo drasticamente il rilevamento dell’arma durante la raffica e garantendo una precisione sbalorditiva.
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Meccanica dal pieno: Le prime versioni erano lavorate interamente dal pieno d’acciaio, con una calciatura in legno di noce di altissima qualità. Questo lo rendeva splendido e affidabile, ma costoso e lento da produrre.
Il Ruolo nella Seconda Guerra Mondiale
Allo scoppio del conflitto, i vertici del Regio Esercito – ancora legati a vecchie logiche dottrinali – non compresero immediatamente l’importanza strategica dei mitra, considerandoli armi sussidiarie. Di conseguenza, inizialmente il MAB venne distribuito con il contagocce, riservandolo principalmente ai Carabinieri Reali, ai reparti d’élite come i Paracadutisti (Folgore e Nembo) e alla Regia Marina (i nuotatori del San Marco).
Solo a partire dal 1941-42, con l’introduzione del MAB 38A, la produzione aumentò. L’arma si dimostrò straordinaria nei contesti di scontro ravvicinato, nel deserto nordafricano e sul fronte russo, dove i fanti italiani si trovarono a contrastare i diffusissimi PPŠ-41 sovietici.
Dal 1943 alla Guerra di Liberazione: L’Arma di Tutti
Il vero shock produttivo e operativo avvenne dopo l’8 settembre 1943. L’Italia si spaccò in due e il MAB divenne l’arma simbolo, tragica e iconica, della guerra civile.
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Semplificazione industriale (MAB 38/42 e 38/44): Sotto il controllo e le commesse della Germania nazista (che lo adottò ufficialmente come Maschinenpistole 739(i)), la Beretta dovette velocizzare i processi. Nacque il modello 38/42: la canna venne accorciata, perse il manicotto traforato di raffreddamento e fu dotata di scanalature longitudinali per alleggerirla. La qualità rimase alta, ma i costi crollarono.
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Nelle mani dei Partigiani e della RSI: Il MAB divenne l’arma più ambita in assoluto. Era robusto, non si inceppava quasi mai a causa del fango ed era letale nelle imboscate e nei combattimenti urbani. Per i partigiani delle brigate Garibaldi, Matteotti o di Giustizia e Libertà, recuperare un MAB significava fare un salto di qualità nei combattimenti in montagna.
Il Dopoguerra: Il MAB 38/49 e il Servizio nella Repubblica
Terminata la guerra, il MAB non andò in pensione. Con la nascita della Repubblica Italiana, i modelli 38/44 e i successivi 38/49 (Modello 4) divennero la spina dorsale dell’armamento leggero della Polizia di Stato, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
La sua sagoma, con la lunga canna e il caricatore verticale da 20 o 40 colpi, ha accompagnato la storia italiana per tutti gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta, rimanendo in servizio attivo nei reparti di guardia fino agli anni Ottanta e Novanta, prima di essere definitivamente sostituito dalla più moderna Beretta PM12.
Durante gli Anni di Piombo e la stagione del terrorismo in Italia (tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Ottanta), il M.A.B. Beretta fu impiegato in numerose azioni di fuoco sia dal terrorismo di sinistra (principalmente dalle Brigate Rosse) sia da quello di destra (come Ordine Nuovo e i NAR), oltre che dalla criminalità organizzata.
La produzione
Quello del M.A.B. è un caso da manuale delle problematiche industriali Italiane del periodo ovvero un’arma splendida, ma figlia di una filosofia industriale ottocentesca, completamente anacronistica rispetto alle necessità di una guerra totale e di logoramento.
Mentre le altre potenze mondiali producevano armi grezze, spartanissime, nate per essere stampate in lamiera a ritmi di milioni di pezzi, l’Italia continuava a fare “artigianato industriale”.
Il confronto impietoso: Eccellenza contro Massa
Per capire quanto la complessità del MAB abbia pesato sul suo dispiegamento, basta metterlo a confronto con i mitra degli altri paesi contrapposti nella Seconda Guerra Mondiale.
| Arma | Paese | Filosofia Costruttiva | Numeri di Produzione |
| STEN | Regno Unito | Interamente in lamiera stampata e tubi da idraulica. Poteva essere costruito in un garage. Brutto, economico, ma sputava piombo. | Oltre 4 milioni |
| PPŠ-41 | URSS | Lamiera stampata, canna ottenuta spesso tagliando in due i vecchi fucili Mosin-Nagant. Tolleranze enormi per funzionare nel fango. | Circa 6 milioni |
| MP 40 | Germania | Rivoluzionario per l’uso pionieristico di lamiera stampata e plastica (bachelite), riducendo al minimo le fresature. | Circa 1 milione |
| MAB 38 (tutte le serie) | Italia | Meccanica interamente ricavata dal pieno tramite fresatura d’acciaio, calcio in legno pregiato, tolleranze millimetriche. | Circa 250.000 – 300.000 (stime totali includendo il dopoguerra) |
L’ostacolo delle lavorazioni “dal pieno”
Il problema principale del MAB (soprattutto nelle versioni 38 e 38A) era il tempo macchina richiesto per produrlo. Per fare il castello dell’arma e l’otturatore si partiva da un blocco di metallo pieno, che veniva scavato e rifinito millimetro dopo millimetro dai macchinari della Beretta.
Ogni MAB era un gioiello di alta precisione. Questo significava che:
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Richiedeva operai specializzati e un controllo qualità lunghissimo.
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Consumava una quantità enorme di acciaio speciale, una materia prima di cui l’Italia era cronicamente carente.
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Se un macchinario si rompeva sotto i bombardamenti, la linea si bloccava perché i pezzi non erano facilmente standardizzabili come quelli stampati.
La svolta (tardiva) del 1942
La Beretta e Tullio Marengoni capirono questo limite drammatico solo quando la guerra era già avanzata. Fu allora che decisero di ridisegnare l’arma per piegarsi alle logiche della produzione di massa, dando vita al MAB 38/42.
In questa versione si abbandonò il costoso manicotto traforato, la canna venne accorciata e dotata di alette, e soprattutto il castello iniziò a essere realizzato in lamiera stampata e saldata. Solo allora i ritmi crebbero, ma era ormai troppo tardi per cambiare le sorti del Regio Esercito. La stragrande maggioranza di questi modelli semplificati finì infatti per armare la Wehrmacht (dopo l’occupazione) e le forze della RSI, oltre ai partigiani che li catturavano
Il Mito della imprecisione dell’arma
Molte fonti consultate accennano a una certa imprecisione dell’arma ma altrettante fonti confutano questa notizia ora non essendo noi esperti di armi diamo conto di quello di chi nega l’imprecisione dell’arma basandosi sui seguenti fatti :
Il segreto della sua precisione: peso e compensatore
- Il peso e il bilanciamento: Con i suoi circa 4,7 kg a pieno carico e il ciclo funzionale fluido della massa battente, l’arma offriva una stabilità assoluta. In modalità semiautomatica (colpo singolo), un buon tiratore poteva attingere bersagli a 100-150 metri con una precisione impensabile per gli altri mitra coevi.
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Tiro a otturatore aperto bilanciato: Nonostante sparasse a otturatore aperto, il ciclo funzionale era così fluido che le vibrazioni erano minime. In modalità semiautomatica (colpo singolo), un buon tiratore poteva attingere bersagli a 100-150 metri con una precisione impensabile per uno Sten o un PPŠ-41.
Da dove nasce allora il mito della scarsa precisione?
La percezione errata deriva principalmente da tre fattori storici e operativi:
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L’uso “da film” (il tiro istintivo): Nelle azioni di guerriglia urbana degli Anni di Piombo o negli scontri ravvicinati della Resistenza, il mitra veniva spesso usato sparando “dal fianco” senza mirare, magari in raffiche lunghe e isteriche nel panico dello scontro. Usato così, qualsiasi mitra diventa impreciso, ma la colpa è del tiratore, non dell’arma. Quindi la percezione di scarsa precisione deriva piuttosto dal peso elevato e dalla necessità di una corretta impugnatura: senza addestramento adeguato, il MAB diventava difficile da controllare, soprattutto nel tiro a raffica.
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La confusione con lo STEN britannico: Lo Sten, distribuito in massa ai partigiani con i lanci alleati, era l’esatto opposto del MAB: leggerissimo, costruito con tolleranze grossolane, privo di compensatore e con una canna ballerina. Lo Sten era notoriamente impreciso e incline a incepparsi o a far partire colpi da solo se cadeva in terra. Nel ricordo popolare, i due mitra della Resistenza spesso si sovrappongono.
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Le munizioni degradate nel dopoguerra: Negli anni Settanta, i terroristi o i criminali che sparavano con i vecchi MAB recuperati dai depositi clandestini usavano spesso munizioni vecchie di trent’anni, umide o ricaricate alla meglio. Cartucce con polveri deteriorate alterano completamente le pressioni interne, rendendo il tiro erratico.
Chiaramente, non essendo noi esperti assoluti di balistica, restiamo aperti ad eventuali controdeduzioni o testimonianze storiche da parte dei lettori, contattandoci tramite l’apposita pagina dei contatti

