Il servizio postale internazionale durante la II Guerra Mondiale

 

Giugno 1943 Campo 366 di Jinja, Uganda ,quindi ben prima che il paese Africano finisse sulle pagine delle riviste di Gossip per merito del suo dittatore Idi Amin  ,   siete Pietro Pattarin ovvero uno dei prigionieri Italiani li detenuti , vi siete fatti la guerra d’africa e siete stati catturati e trasferiti li , decidete di scrivere alla vostra morosa che si trova  a oltre 5500 km,  ovvero è rimasta in Italia per l’esattezza a Concorezzo , link alla foto originale della cartolina tra le fonti , quindi formalmente in una nazione che è  in guerra con quella in cui vi stanno facendo , vostro malgrado , risiedere , bene scrivete e la lettera arriva pure a destinazione ! Ora la cosa , reale e ve ne daremo dimostrazione nel seguito dell’articolo ha innescato la mia curiosità di scoprire come fosse possibile che vi potesse essere lo scambio di corrispondenza tra 2 nazioni in guerra e questo è quello che ho scoperto ……….

 

Le regole della posta tra nazioni in guerra

Per capire come fosse possibile spedire una lettera da un prigioniero detenuto in un paese nemico, dobbiamo fare un piccolo passo indietro. Il problema, infatti, era stato affrontato ben prima della Seconda guerra mondiale.

Già la Convenzione dell’Aia del 1907, all’articolo 16 del regolamento allegato, prevedeva l’esenzione dalle tasse postali per la corrispondenza dei prigionieri di guerra. La successiva Convenzione di Ginevra del 1929, agli articoli 36–40, disciplinò più precisamente il diritto di scrivere alle famiglie, le agevolazioni postali, anche nei paesi di transito, e la censura militare.

Naturalmente stabilire il diritto alla corrispondenza era una cosa, far arrivare materialmente una lettera dall’altra parte del fronte era tutt’altra faccenda. Con le comunicazioni dirette interrotte, entravano in gioco accordi specifici, amministrazioni postali, paesi neutrali, potenze protettrici e organizzazioni della Croce Rossa, ciascuno con compiti differenti.

Non si trattava quindi di qualche eccezione concessa a un prigioniero fortunato, ma di un sistema organizzato. Basti pensare che già nel febbraio 1942, a pochi mesi dall’entrata in guerra degli Stati Uniti, le autorità americane si riunirono per organizzare la censura della corrispondenza dei prigionieri.

Ma una cosa sono le convenzioni e gli accordi diplomatici, un’altra è capire come funzionassero nella pratica. Per scoprirlo, seguiamo alcune lettere autentiche che attraversarono l’Atlantico tra Stati Uniti e Germania mentre i due paesi erano in guerra.

Dalla Louisiana alla Germania, passando per i paesi neutrali

Il 30 novembre 1943, Rudolph Straussberger, un militare tedesco prigioniero degli americani nel campo di Camp Polk, in Louisiana, spedisce una lettera alla famiglia nell’Oberdonau, territorio allora appartenente al Reich. Stati Uniti e Germania sono in guerra, eppure la lettera viene accettata dal servizio postale del campo e sottoposta alla censura americana.

Ma come poteva raggiungere la Germania? Una delle principali vie di collegamento postale tra Nord America ed Europa passava per New York e Lisbona, capitale di un Portogallo rimasto neutrale. Da qui esistevano collegamenti con la Germania, mentre la Svizzera, attraverso centri come Basilea e Ginevra, svolgeva importanti funzioni di intermediazione. Non sappiamo se la lettera di Straussberger abbia seguito esattamente questa strada, ma conosciamo gli snodi attraverso i quali poteva essere inoltrata la corrispondenza dei prigionieri.

E non si trattava soltanto di lettere isolate. Nel 1944 anche la nave svedese Gripsholm venne impiegata per il trasporto di posta e pacchi destinati ai prigionieri. Secondo una pubblicazione della Croce Rossa americana, in occasione di un viaggio partirono da New York circa 12.000 sacchi di corrispondenza e pacchi familiari, diretti a Göteborg per essere successivamente trasferiti su una nave tedesca.

Torniamo alla nostra lettera: un’indicazione postale, interpretata come data di arrivo del 28 marzo 1944, suggerisce un viaggio durato quasi quattro mesi, anche se questa lettura richiede una verifica. Resta comunque una testimonianza concreta di un servizio che continuava a collegare i prigionieri alle loro famiglie, attraversando frontiere che per quasi tutto il resto erano ormai chiuse.

 

Le rotte della posta: attraverso oceani e paesi neutrali

Ma quali strade percorrevano materialmente queste lettere? Durante la Seconda guerra mondiale uno dei principali punti di collegamento fra i paesi belligeranti era Lisbona, capitale del Portogallo neutrale. Qui arrivava parte della corrispondenza proveniente dalla Gran Bretagna e dal Nord America, che poteva poi proseguire verso la Germania o l’Italia attraverso collegamenti autorizzati. Nel luglio 1941, ad esempio, il governo britannico annunciò un accordo con le autorità italiane per trasportare per via aerea da Lisbona a Roma le lettere destinate ai prigionieri detenuti in Italia. Un servizio analogo collegava Lisbona alla Germania mediante aerei tedeschi.

Esistevano però anche altri percorsi. La Svizzera, con i suoi collegamenti ferroviari e postali, rappresentava un importante punto di transito, mentre la Svezia, attraverso il porto di Göteborg, offriva una via alternativa, particolarmente importante nel 1944, quando l’avanzata degli eserciti alleati cominciò a interrompere i collegamenti attraverso la Francia.

Per la corrispondenza diretta ai prigionieri italiani detenuti nei territori del British Empire, la rete era ancora più articolata. Dall’Italia le lettere potevano raggiungere la Svizzera, attraversare la Turchia e la Palestina e arrivare in Egitto, dove funzionavano centri di censura e smistamento destinati alla posta dei prigionieri. Da qui venivano inoltrate verso i campi dell’Africa e del Medio Oriente. Per i prigionieri dell’Africa orientale britannica, come quelli detenuti in Kenya e Uganda, troviamo infatti corrispondenza con timbri dell’East Africa Command e della censura del Medio Oriente.

Un caso particolare riguardava la corrispondenza tra Stati Uniti e Giappone. Fino all’agosto 1945, l’Unione Sovietica rimase neutrale nel conflitto tra i due paesi e il suo territorio poté essere utilizzato, attraverso la Siberia, per alcuni scambi di posta destinata ai prigionieri di guerra. Una situazione piuttosto singolare: mentre combatteva contro la Germania, Mosca contribuiva a mantenere aperto un collegamento tra americani e giapponesi, senza aver concluso con Berlino un accordo equivalente per lo scambio della corrispondenza dei rispettivi prigionieri.

Naturalmente non si trattava di percorsi immutabili: rotte e mezzi di trasporto cambiavano secondo l’andamento della guerra, la disponibilità dei collegamenti e gli accordi fra i governi. Una lettera poteva viaggiare per mare, ferrovia e aereo, essere controllata più volte e impiegare mesi per arrivare a destinazione. Ma, nonostante tutto, il sistema continuava a funzionare.

 

E i prigionieri italiani?

Naturalmente lo stesso sistema funzionava anche per i militari italiani catturati dagli Alleati e trasferiti nei campi di prigionia sparsi tra Africa, India, Australia e Stati Uniti. A dimostrarlo sono numerose lettere originali giunte fino a noi, sulle quali troviamo i timbri delle amministrazioni postali e delle censure dei paesi attraversati.

Un esempio interessante arriva dal Nyasaland, l’attuale Malawi, dove una lettera del novembre 1942 presenta i controlli della censura locale, della Rodesia del Sud, dell’Egitto e dell’Italia. Ma la testimonianza più significativa è contenuta nella corrispondenza dello stesso prigioniero: in una lettera del febbraio 1943 racconta esplicitamente di aver ricevuto diverse lettere e fotografie della moglie. Non abbiamo quindi soltanto la prova che la posta venisse spedita, ma anche una conferma diretta che poteva arrivare effettivamente nelle mani dei destinatari.

E il servizio funzionava anche nella direzione opposta, come dimostra una busta spedita da Messina nel giugno 1942 a un prigioniero italiano detenuto ad Addis Abeba, sulla quale compaiono i contrassegni della censura britannica (pagina 111 del documento).

Sono testimonianze che ci riportano alla lettera partita nel giugno 1943 dal campo di Jinja, in Uganda, e diretta a Concorezzo, con cui abbiamo aperto il nostro racconto.

Dietro quella semplice corrispondenza non c’era dunque un’eccezione fortunata, ma un sistema internazionale che, pur tra controlli, ritardi e difficoltà, permetteva a persone separate dalla guerra di continuare a comunicare.

 

Le Fonti

Convenzioni internazionali e organizzazione del servizio postale

Rotte internazionali e paesi neutrali

Lettere e documenti originali