Sono pazzi questi Romani…. ops Americani ovvero come portarsi dietro basi in Kit di Montaggio

Mettetevi nei panni di quel povero analista fotografico giapponese che si trovava ad analizzare le foto della ricognizione aerea di un’isola sperduta del Pacifico, conquistata dai Marines solo poche settimane prima.

Dove le invincibili Armate Giapponesi, in due anni di occupazione, avevano sì e no costruito pochi edifici e per il resto si erano arrangiate con tende, baracche e buche, adesso dalle fotografie sembrava essere comparsa una città quasi finita, completa di piste, strade, edifici, depositi, officine e tutto il resto.

Visto il concetto giapponese di logistica e una cultura militare che esaltava la capacità del soldato di sopportare qualsiasi privazione, tutta quella roba doveva sembrare quasi una cosa da pazzi ovvero ribadiva l’idea che avevano i Giapponesi  sugli Americani che erano  le solite pippette che per fare la guerra avevano bisogno di portarsi dietro pure la casa.

Peccato che proprio quella capacità di portarsi dietro la casa, la strada e perfino l’aeroporto fosse una delle armi più micidiali degli Americani e si può dire che il tutto arrivava sotto forma di Kit di Montaggio ….. Questa che andiamo a raccontare è di come gli Americani riuscirono a standardizzare tutto il necessario per costruire le basi e a produrlo in numeri impressionanti, in pratica quasi  non esisteva struttura che non fosse stata standardizzata prodotta in kit di montaggio e spedita fin nelle basi più sperdute sia che fossero in Europa o nel teatro del Pacifico .

Una base in scatola di montaggio e con le istruzioni !

Se pensate che l’idea della casa in scatola di montaggio sia di Ikea e dei suoi emuli sappiate che ci aveva pensato la US Navy , anche se l’idea non era proprio originale visto che gli Inglesi durante la I GM avevano standardizzato una struttura chiamata Nissen Hut .

La Nissen Hut: la nonna britannica

Siamo nel 1916 e l’Esercito britannico ha un problema molto simile a quello che, venticinque anni dopo, avranno gli Americani: milioni di uomini sparsi tra Gran Bretagna e fronte hanno bisogno di dormitori, magazzini, infermerie, officine e uffici, ma costruire edifici tradizionali richiede tempo, materiali e soprattutto manodopera specializzata.

La soluzione arriva dal maggiore Peter Norman Nissen, ingegnere e ufficiale dei Royal Engineers di origine canadese. La sua idea è di una semplicità quasi disarmante: invece di costruire una normale baracca, realizziamo una struttura semicilindrica utilizzando centine metalliche prefabbricate, rivestiamola con fogli di lamiera ondulata e facciamo in modo che tutti i componenti possano essere prodotti in fabbrica, trasportati facilmente e montati sul posto. Quindi niente da costruire localmente si tratta solo di assemblare componenti magari prodotti a 2000 km di distanza .

Inoltre la forma curva ha  parecchi vantaggi. Servono relativamente pochi materiali, la lamiera ondulata contribuisce alla rigidità del rivestimento e soprattutto si elimina  buona parte della complessità di una costruzione tradizionale. Il risultato è  una baracca che può essere smontata, trasportata e ricostruita altrove.

I numeri della I GM furono interessanti infatti vennero costruite oltre 100.000 Nissen Hut .

Ovviamente il progetto venne ripreso a inizio della II GM e a giugno del 1943 ne erano state costruite oltre 250.000 . A quel punto però gli Inglesi cominciarono a cercare delle alternative, perché la Nissen utilizzava quantità importanti di acciaio e legname, materiali che in guerra erano strategici. Nel frattempo nel Regno Unito stavano arrivando in massa anche le truppe americane e queste, come vedremo, si portavano dietro la loro versione del concetto Nissen Hut.

Dalla Nissen alla Quonset

Nel 1940 la US Navy stava costruendo la nuova Naval Air Station di Quonset Point, Rhode Island. Il contratto era affidato alla George A. Fuller Company insieme alla Merritt-Chapman & Scott. Poi, nel marzo 1941, con il Lend-Lease, la Marina ricevette un’altra necessità: predisporre materiale per quattro basi destinate ai britannici, due in Scozia e due nell’Irlanda del Nord. Quonset Point divenne il centro di raccolta e preparazione di tutto ciò che serviva.

La storia ufficiale del Bureau of Yards and Docks dice esplicitamente che quelle basi britanniche dovevano essere il primo grande esempio del nuovo concetto americano di advance base: edifici e attrezzature standardizzati che potessero essere trasportati e installati senza dipendere troppo dai materiali e dalla manodopera disponibili sul posto.

Ma la US Navy voleva migliorarla soprattutto sotto tre aspetti: condizioni di vita, spazio occupato durante il trasporto e rapidità di montaggio.

La George A. Fuller sviluppò quindi nel 1941 la prima versione americana.

La prima Quonset era ancora molto vicina concettualmente alla Nissen: struttura semicilindrica con centine d’acciaio a T, arcarecci di legno e rivestimento esterno in lamiera ondulata. La prima versione misurava appena 16 × 36 piedi (circa 4,9 × 11 m) , ma l’idea di base non era costruire una tettoia  ma un vero edificio di conseguenza venne richiesto di dotarlo di  pavimento in legno maschio-femmina, isolamento e rivestimento interno in pannelli di legno pressato .

Ovviamente non sarebbero americani se poi non decidessero che doveva servire a tutto di conseguenza vennero elaborati 48 differenti allestimenti che partendo dalla stessa base modulare poi evolveva in  cucine, docce e latrine, studi dentistici, reparti d’isolamento, panifici ecc.

Praticamente è nata la base in Kit di montaggio che a seconda di quello che serve riceve il Kit per la camerata , la cucina ecc.ecc.

Dalla baracca alla base prefabbricata

La Quonset Hut in realtà era soltanto un pezzo di un progetto molto più ambizioso. La US Navy si rese conto abbastanza rapidamente che non aveva molto senso standardizzare soltanto gli edifici se poi, arrivati dall’altra parte del mondo, bisognava cominciare a cercare tutto il resto.

Il problema diventava quindi: perché non standardizzare direttamente una base intera?

All’inizio della guerra le prime basi avanzate americane nel Pacifico, come quelle di Bora Bora ed Efate, vennero progettate praticamente su misura. Ma il sistema aveva un piccolo difetto: per progettare una base bisognava sapere dove sarebbe stata costruita, conoscere il terreno, stabilire cosa serviva, preparare i progetti, ordinare il materiale e infine spedirlo.

Tutta roba che richiedeva tempo e, durante una guerra nel Pacifico, il tempo non era esattamente una cosa che abbondava.

La Navy arrivò quindi a una conclusione molto più semplice: prepariamo dei modelli standard di base e teniamone pronti i componenti.

Ed ecco comparire una nomenclatura che sembra uscita da un documentario naturalistico:

LION, CUB, OAK e ACORN.

Il LION era una grande base avanzata multifunzione, pensata grosso modo sulle dimensioni della Pearl Harbor prebellica; il CUB era una base più piccola, circa un quarto di un LION. Per le basi aeree c’erano invece gli OAK e gli ACORN, con l’ACORN destinato a una base aerea avanzata più piccola.

A quel punto il comandante non doveva più dire:

«Mi servono 27 baracche, tre generatori, due officine, un ospedale, quattro cisterne…»

Poteva, almeno concettualmente, dire:

«Mi serve un CUB.»

E negli Stati Uniti sapevano già, attraverso apposite liste, quali uomini, materiali e attrezzature dovevano comporlo. La storia ufficiale della Navy descrive infatti LION e CUB quasi come se fossero navi: entità autosufficienti con una dotazione prestabilita di uomini e materiale.

Ed è esattamente la nostra base in scatola di montaggio.

Ma nemmeno questo bastava

Gli Americani si accorsero però che una base non è veramente standardizzabile fino a quel punto. Un’isola può avere bisogno di un ospedale più grande, un’altra di più depositi di carburante, un’altra ancora di officine per gli aerei o di strutture portuali.

Quindi nel 1943 fecero un ulteriore salto: invece di avere soltanto la base standard, standardizzarono i singoli pezzi funzionali della base.

Nasce il Catalogue of Advance Base Functional Components.

C’erano componenti standard per comunicazioni, ospedali, accampamenti, riparazione navale, depositi, aviazione, artiglieria, costruzioni, basi per motosiluranti e un’infinità di altre funzioni. La prima edizione del marzo 1943 ne elencava 79, ma nell’edizione del novembre 1944 erano diventati quasi 250.

E le dimensioni potevano essere completamente diverse: un componente poteva essere costituito praticamente da un solo uomo con 45 kg  di materiale, mentre quelli maggiori arrivavano a 1.000 uomini e 10.000 tonnellate di attrezzature.

In pratica la US Navy aveva trasformato una base militare in qualcosa di modulare: serviva un ospedale? Si aggiungeva il relativo componente. Serviva un’officina? Altro componente. Comunicazioni, depositi, alloggi, manutenzione degli aerei? Esistevano i relativi moduli con tanto di elenco degli uomini e del materiale necessario. Praticamente non si progettava più una base partendo da zero, si assemblava quella che serviva utilizzando pezzi già standardizzati.

Il tutto veniva spedito  da uno dei   grandi depositi siti negli USA ovvero  Advance Base Depot tra cui  Davisville nel Rhode Island  e Port Hueneme in California   dove il materiale veniva raccolto, assemblato, controllato, immagazzinato, imballato e preparato per essere caricato sulle navi. Per dare un’idea delle dimensioni raggiunte Davisville arrivò a occupare 1.892 acri, con circa 32 km di ferrovia interna e 64 km di strade.

In pratica negli Stati Uniti avevano creato qualcosa di molto simile a giganteschi magazzini IKEA per basi militari. I vari componenti standardizzati venivano raccolti, controllati, imballati e in alcuni casi preparati in kit sulle linee di assemblaggio. Quando arrivava l’ordine non bisognava inventarsi da zero cosa spedire: si prendevano i componenti necessari, si caricavano sulle navi e dall’altra parte dell’oceano qualcuno avrebbe provveduto al montaggio. Per dare una idea di quello che riuscirono a movimentare Port Hueneme nel solo 1944 spedì 1.500.000 long tons di materiale per basi avanzate. 

E qualcuno doveva pure montare tutta questa roba

Ovviamente avere nei depositi americani una base praticamente pronta in scatola serviva a poco se poi, una volta scaricata dall’altra parte del mondo, non c’era qualcuno capace di montarla. Ed è qui che entrano in scena i Seabees, nome derivato dalla pronuncia di CB, ovvero Construction Battalions, i reparti del genio della US Navy creati nel 1942.

I Seabees erano sostanzialmente costruttori in uniforme: carpentieri, elettricisti, meccanici, idraulici, operatori di macchine movimento terra e uomini provenienti da molti altri mestieri dell’edilizia. Il loro compito era arrivare magari su un’isola appena conquistata e trasformarla nel minor tempo possibile in qualcosa che assomigliasse a una base: montare le Quonset, costruire strade e piste, realizzare depositi, impianti, moli e tutto quello che serviva.

E dopo le case le strade, piazzali , piste ecc.ecc. !

Stavolta il merito fu della US Army che, guardando anche alle esperienze della guerra già in corso in Europa, si pose il problema di come trasformare rapidamente un terreno più o meno decente in una pista capace di sopportare il peso degli aerei moderni. Il War Department lavorò quindi con la Carnegie-Illinois Steel Company alla realizzazione di pannelli metallici standardizzati.

Il risultato fù  di una semplicità micidiale un pannello chiamato  PSP (Pierced Steel Planking) che misurava circa 3,05 metri di lunghezza per 38 centimetri di larghezza e pesava circa 30 kg., aveva 87 fori ed era costruito in modo che i pannelli potessero essere agganciati tra loro senza attrezzi speciali. E soprattutto potevano essere smontati e riutilizzati altrove.

Il sistema era talmente efficiente che alla fine della guerra gli Americani erano arrivati al punto di poter realizzare una pista da circa 1.500 metri, capace di sopportare persino bombardieri pesanti, in appena 72 ore.

E non stiamo parlando soltanto di teoria. A Saipan, per esempio, gli Americani cominciarono immediatamente a rimettere in funzione l’aeroporto giapponese catturato e appena sette giorni dopo lo sbarco gli aerei dell’Army operavano già dalla pista.

Le grelle, come vengono conosciute in Italia, non servivano soltanto per le piste. Diventano taxiway, piazzali, strade, parcheggi e persino superfici provvisorie sulle spiagge . 

E ovviamente gli Americani non andarono tanto per il sottile con le quantità: alla fine della guerra erano state prodotte circa 2 milioni di tonnellate di PSP, qualcosa nell’ordine di oltre 60 milioni di singole grelle, sufficienti secondo l’US Air Force per realizzare quasi 1.000 piste da circa 1.500 metri. Prima di Pearl Harbor erano prodotte da appena 2 stabilimenti; un anno dopo gli stabilimenti erano diventati 29.

Conclusione

E se il paragone con IKEA vi sembra una mia esagerazione sappiate che la stessa storia ufficiale della US Navy paragona il Catalogue of Advanced Base Functional Components ai cataloghi di Sears, Roebuck e Montgomery Ward, praticamente due delle IKEA/Amazon dell’America dell’epoca.

Quindi bastava ordinare il numero di Quonset necessari ovviamente scegliendo dal catalogo , sarà stato illustrato ?  quello che serviva e poi sommarci il numero di grelle necessarie e il tutto veniva comodamente consegnato a domicilio sull’isola conquistata e con il relativo battaglione di Seabees  che ne provvedeva al montaggio ed avevate la vostra base pronta all’uso . Chiaramente la mia è una esagerazione ma non molto diversa dalla realtà …. Chissà magari l’analista Giapponese avrà pensato di proporre ai propri superiori magari di ordinarne una anche per i propri soldati …..

Le Fonti

  • Naval History and Heritage Command – Building the Navy’s Bases in World War II, Vol. I. È la fonte principale per Quonset Hut, Advance Base Depots, Davisville, Port Hueneme, Seabees e organizzazione logistica delle basi avanzate. Contiene anche i dati sulle spedizioni dei depositi e sulla produzione delle Quonset.
    Building the Navy’s Bases in World War II – Vol. I
  • Naval History and Heritage Command – The Logistics of Advance Bases. È probabilmente la fonte più importante per LION, CUB, ACORN, OAK, Catalogue of Advance Base Functional Components e standardizzazione dei componenti. È anche quella che paragona il catalogo della Navy a quelli di Sears, Roebuck e Montgomery Ward.
    The Logistics of Advance Bases
  • Royal Commission on the Ancient and Historical Monuments of Wales – Centenary of the Nissen Hut. Per la Nissen Hut, Peter Norman Nissen, caratteristiche costruttive, trasporto, tempi di montaggio e produzione di oltre 100.000 esemplari durante la Prima guerra mondiale.
    Centenary of the Nissen Hut
  • UK Parliament, Hansard – Building Costs, 23 luglio 1943. Fonte parlamentare contemporanea per le oltre 250.000 Nissen Hut erette dall’inizio della guerra e soprattutto per il passaggio ad altre strutture a causa dell’elevato consumo di acciaio e legname.
    Hansard – Building Costs, 23 July 1943
  • Naval History and Heritage Command – Building the Infrastructure for War. Per la nascita e l’organizzazione dei Seabees e il loro ruolo nella costruzione delle basi avanzate.
    Building the Infrastructure for War – Seabees
  • Naval History and Heritage Command – Building the Navy’s Bases in World War II, Vol. II. Per gli esempi concreti nel Pacifico, compresi Saipan e gli aeroporti costruiti o rimessi rapidamente in funzione durante l’avanzata americana. Ad Aslito l’aeroporto fu catturato il 19 giugno 1944 e i caccia americani vi operavano dal 29 giugno; un altro rapporto ufficiale della Navy indica operazioni dell’Army già dal 22 giugno.
    Building the Navy’s Bases in World War II – Vol. II
  • NOAA Ocean Exploration / National Park Service – Project Findings Once “Paved” the Way for Invasion. Utile per la PSP (Pierced Steel Planking), caratteristiche dei pannelli e impiego delle piste prefabbricate nel Pacifico.
    Project Findings Once “Paved” the Way for Invasion

 

Quonset Foto Base di Tinian

Nissen Hut I GM

PSP (Grelle)