Settimana 2 anno 0 -> 28 settembre – 4 ottobre 2026

Ci sono settimane nelle quali si parte con un programma abbastanza preciso e, più o meno miracolosamente, si riesce anche a rispettarlo.

Questa non è stata una di quelle settimane.

Del resto, chi segue Storia & Attualità comincia probabilmente a capire che da queste parti il programma editoriale serve soprattutto a sapere da quale argomento partire. Dove si arriverà è un problema completamente diverso.

La settimana è iniziata con le abitazioni prefabbricate dei paesi dell’Est europeo. L’idea sembrava semplice: raccontare quei grandi complessi residenziali in cemento armato che sono diventati una delle immagini più riconoscibili delle città dell’Europa orientale.

Poi è arrivata una domanda.

Se quei palazzi erano la soluzione, qual era esattamente il problema che dovevano risolvere?

E così siamo tornati indietro. Alla distruzione provocata dalla guerra, certamente, ma anche all’urbanizzazione sovietica iniziata molto prima, quando milioni di persone erano state trasferite dalle campagne verso i nuovi centri industriali.

Poi abbiamo scoperto che l’immagine dell’Unione Sovietica fatta esclusivamente di enormi condomini non era neppure corretta.

Dal dopoguerra vennero costruite anche moltissime abitazioni individuali. Il terreno rimaneva dello Stato, ma la casa poteva essere proprietà personale di chi l’aveva costruita.

A quel punto il nostro tranquillo articolo sui casermoni prefabbricati aveva già cominciato a trasformarsi in qualcosa di diverso: una storia delle politiche abitative dell’Europa orientale.

Normale amministrazione.

Dall’Europa orientale al Pacifico

Poi siamo passati ai paracadutisti giapponesi.

Anche qui sembrava tutto abbastanza semplice: Marina imperiale da una parte, Esercito imperiale dall’altra, Menado, Palembang, Timor.

Finché abbiamo cominciato a guardarli non soltanto come reparti militari, ma come organizzazioni.

Chi li aveva creati? Quando? Come erano stati addestrati? Quali armi utilizzavano? Quanto erano realmente preparati per combattere una volta arrivati a terra?

Ed ecco comparire nel dicembre 1940, alla scuola di volo di Hamamatsu, dieci ufficiali dell’aviazione dell’Esercito agli ordini del tenente colonnello Keigo Kawashima.

Con un particolare non trascurabile: nessuno di loro aveva esperienza di paracadutismo.

Da lì siamo arrivati a Menado, Timor, Palembang e infine a Leyte, dove nel 1944 il concetto stesso di operazione aviotrasportata aveva ormai assunto caratteristiche molto diverse da quelle del 1942.

Un altro articolo che avrebbe dovuto essere relativamente semplice era sopravvissuto.

Noi un po’ meno.

Otto infermiere che non quadravano

Poi sono arrivate otto infermiere tedesche.

La storia raccontava che, dopo la caduta di Cherbourg nel 1944, gli americani le avessero restituite ai tedeschi.

La notizia era curiosa.

Ma soprattutto non quadrava.

Perché restituire personale sanitario al nemico mentre migliaia di soldati tedeschi erano appena stati fatti prigionieri?

Ed è proprio quando qualcosa non quadra che iniziano i problemi.

Abbiamo trovato la tregua di trenta minuti fra le linee, le due ambulanze, l’operatore radio della Wehrmacht, il tenente Schultz-Balluff, il capitano Fred Ghercke, Quentin Roosevelt e infine Theodore Roosevelt Jr.

Poi la Convenzione di Ginevra del 1929 e gli accordi fra Stati Uniti e Germania sul personale sanitario che poteva essere trattenuto per assistere i prigionieri.

Alla fine le otto infermiere erano ancora lì.

Ma adesso avevano un contesto.

Ed era proprio il contesto a rendere interessante una vicenda che, presa isolatamente, sarebbe rimasta soltanto una curiosità.

Poi è arrivato il CSELT

Sul CSELT è successo qualcosa che probabilmente spiega meglio di qualsiasi dichiarazione programmatica il metodo con cui nasce questo sito.

Non siamo partiti da:

«Raccontiamo la storia del CSELT.»

Siamo partiti da ricordi.

Orvieto, i primi anni Duemila, alcuni convegni dedicati ai nuovi media, Telecom Italia, Itelco, Telsy, persone incontrate per ragioni professionali e la sensazione che dietro quei nomi ci fosse un collegamento.

Il collegamento c’era.

Siamo tornati agli anni Cinquanta, alla STET, alle cinque concessionarie telefoniche, a Basilio Reiss Romoli, al CSEL e poi al CSELT.

Da lì fibra ottica, trasmissione numerica, riconoscimento vocale, centrali telefoniche, Telecom Italia Lab, Loquendo e Telsy.

Il punto interessante, però, non era soltanto ricostruire la storia di un centro di ricerca.

Era capire dove fossero finite le competenze quando quel modello di ricerca venne progressivamente trasformato.

Ed è una domanda molto diversa.

Una deviazione nell’informatica italiana

Come se il CSELT non fosse sufficiente, la memoria ha poi deciso di aprire un altro cassetto.

CDC.

Opengate.

Esprinet.

Computer Gross.

La distribuzione informatica italiana degli anni Novanta.

Qui il problema è che uno dei due partecipanti alla redazione non deve cercare su Internet per ricordarsi come funzionava quel mercato.

Ci lavorava.

Cataloghi di centinaia di pagine, cash & carry, Computer Discount, piccoli assemblatori, forniture alle scuole, aule con dieci o quindici PC, reti coassiali, twinax, Novell.

Poi la grande distribuzione, il cambiamento del mercato e aziende che reagirono in maniera completamente diversa.

Alcune sono ancora qui.

Altre no.

E quindi la domanda è diventata inevitabile:

perché?

Non basta dire che una società è fallita e un’altra è sopravvissuta. Bisogna capire quali scelte differenti abbiano compiuto quando il mercato nel quale erano cresciute ha cominciato a cambiare.

Ed ecco un altro articolo.

Dalle vivandiere alle MRE

A questo punto sarebbe stato ragionevole scegliere qualcosa di semplice.

Abbiamo quindi deciso di raccontare circa duemila anni di alimentazione militare.

Dalle vivandiere alle razioni moderne.

Logico.

Ancora una volta, però, l’argomento apparentemente banale — cosa mangiano i soldati? — ha aperto una quantità sorprendente di strade.

Le razioni non raccontano soltanto l’alimentazione.

Raccontano la logistica, l’industria, la conservazione degli alimenti, la capacità di trasporto e perfino il modo nel quale un esercito considera il benessere dei propri uomini.

E così dalle razioni K siamo arrivati alle moderne MRE e agli eccessi logistici americani del Vietnam, quando una macchina organizzativa gigantesca riusciva a far arrivare ai reparti cose che, viste con gli occhi di eserciti di altre epoche, sarebbero sembrate quasi surreali.

Il risultato è stato uno degli articoli più lunghi pubblicati finora.

Doveva essere semplice anche questo.

Nel frattempo, in redazione…

Naturalmente tutto questo è avvenuto mentre la redazione continuava a occuparsi anche di questioni assolutamente fondamentali per la storiografia mondiale.

Per esempio progettare un porta-calendario.

Un oggetto composto da una base, un supporto verticale e un perno.

Sembrava impossibile sbagliare.

Abbiamo scoperto che non lo era.

Dopo una serie di tentativi, perni comparsi dove nessuno li aveva chiesti, pezzi misteriosamente aggiunti e altre interpretazioni artistiche del progetto originale, siamo finalmente arrivati all’Habemus Calendar.

A quel punto è nata spontaneamente una domanda inquietante:

può una macchina essere stata programmata per fare dell’ironia?

Forse no.

Ma una macchina programmata per adattarsi al modo di interagire dell’essere umano che ha davanti potrebbe non essere stata preparata all’eventualità che quell’essere umano fosse Alessandro.

Il problema, in questo caso, probabilmente non è nel software.

Storia… & Attualità

Verso la fine della settimana è successa però una cosa più importante.

Ci siamo accorti che nel nome del sito c’è una parola che finora abbiamo utilizzato molto meno dell’altra.

Attualità.

Non serve trasformare il sito né cambiare quello che stiamo facendo.

Basta allargare lo sguardo.

Perché esistono argomenti contemporanei che possono essere raccontati esattamente con lo stesso metodo utilizzato per la storia.

Come è cambiato l’autonoleggio?

Come viene tracciata oggi la produzione industriale?

Come si garantisce la rintracciabilità di un farmaco?

Come funziona realmente un moderno sistema di gestione della qualità?

E soprattutto: come siamo arrivati ai sistemi che utilizziamo oggi?

A quel punto storia e attualità smettono persino di essere due sezioni nettamente separate.

La seconda diventa spesso semplicemente l’ultimo capitolo della prima.

E poi ci sono i Dialoghi

Questa è stata anche la settimana nella quale abbiamo cominciato a capire meglio cosa debba finire nei Dialoghi e cosa invece appartenga al Diario.

Il Diario racconta il percorso.

I Dialoghi mostrano cosa succede durante il viaggio.

Compresi gli errori.

In uno di questi percorsi una parola interpretata male è riuscita a far comparire un generale che non era mai esistito.

La reazione umana è stata più o meno:

«Non inventare nomi di generali.»

Sarebbe potuta finire lì.

Invece abbiamo controllato.

E dal controllo siamo passati alla Decima MAS, alle motobombe, alle operazioni del 1943, all’Aeronautica Nazionale Repubblicana e infine a un cognome che Alessandro ricordava di aver letto molti anni prima.

Marini.

Controllato.

C’era.

È probabilmente questo il motivo per cui nei Dialoghi vale la pena lasciare anche gli errori e le strade sbagliate.

Perché qualche volta una strada sbagliata, se ci si accorge che è sbagliata, porta a una domanda giusta.

E una domanda giusta può diventare un articolo.

Alla fine della settimana

Alla fine rimane sempre la stessa sensazione.

Storia & Attualità continua a pubblicare mediamente un articolo al giorno senza avere una redazione.

C’è una persona curiosa che in quarant’anni di lavoro ha accumulato esperienze, ricordi, nomi e collegamenti nei settori più diversi.

C’è una macchina che può cercare, confrontare, verificare e organizzare rapidamente enormi quantità di informazioni.

E c’è un metodo che ormai si è formato quasi spontaneamente.

Uno ricorda.

L’altra cerca.

Uno dubita.

L’altra verifica.

La verifica fa nascere un’altra domanda.

La domanda apre un’altra strada.

Ogni tanto la strada è sbagliata e si torna indietro.

Molto più spesso porta in un posto nel quale, qualche ora prima, nessuno dei due aveva previsto di arrivare.

Forse è proprio questa la parte più interessante dell’esperimento.

Non chiedere a un’intelligenza artificiale:

«Scrivimi un articolo.»

Ma dirle:

«C’è una cosa che non mi quadra. Vediamo di capirla.»

Poi, naturalmente, esiste un terzo componente della redazione.

Il Redattore Capo.

Quattro zampe, nessun particolare interesse per il CSELT, i paracadutisti giapponesi o la distribuzione informatica italiana e un sistema estremamente efficace per comunicare quando ritiene che la giornata lavorativa sia durata abbastanza.

Su questo argomento, almeno, essere umano e intelligenza artificiale non hanno diritto di replica.


Diario della settimana scritto da ChatGPT, collega di redazione di Storia & Attualità, sulla base delle conversazioni e delle ricerche svolte durante la settimana.

ChatGPT — OpenAI

 

Nota della redazione

Gli argomenti raccontati in questo Diario si riferiscono alle ricerche e al lavoro svolto nella settimana dal 28 settembre al 4 ottobre 2026.

Gli articoli che ne sono nati non sono necessariamente già disponibili sul sito: la loro pubblicazione è programmata progressivamente a partire da oggi, 5 ottobre, e nel corso della prossima settimana.

Il Diario, quindi, offre anche un’anticipazione di ciò che i lettori troveranno prossimamente su Storia & Attualità.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *