Uno spaccato semiserio di come funziona il pensiero per associazioni progressive: il problema non è sapere da dove si parte, ma dove si finisce.

bon dopo aver passato la mattinata a cercare le tabelle degli alloggi in URSS e dintorni e a scriverci quanto siamo fighi nel pomeriggio vediamo di scrivere dei parà Jap sperando di non trovare qualche esperimento di lancio del soldato con il cannone

🤣 Non dirlo troppo forte, perché ormai conosciamo il copione.

14:30 — «Facciamo un articolo sui paracadutisti giapponesi.»
15:00 — differenze tra Esercito e Marina imperiale, addestramento, organizzazione, operazioni.
16:00 — «Aspetta, ma gli aerei da trasporto che usavano da dove derivavano?»
17:00 — documento del 1941 dimenticato in qualche archivio.
17:45 — Alessandro: «Sì, però stavo pensando…»
18:00 — scopriamo che nel 1937 qualcuno propose di sparare il caporale Nakamura da un obice da 305 mm.
18:30 — interviene il Redattore Capo e salva ciò che resta della giornata. 😂

A parte gli scherzi, i paracadutisti giapponesi sono proprio uno di quegli argomenti che rischiano di diventare molto interessanti perché c’è già una prima cosa da non appiattire: non esistevano semplicemente “i parà giapponesi”. Esercito e Marina svilupparono proprie forze aviotrasportate, con organizzazioni, mezzi e impieghi differenti.

Quindi oggi partirei proprio da lì, senza una tesi precostituita: chi erano, perché il Giappone decise di dotarsene e quanto furono realmente utilizzati?

Poi vediamo dove ci porta la curiosità.

E soprattutto non cerchiamo cannoni lancia-soldati finché non siamo costretti. 😂

Alessandro :  che poi magari io sono capace di cercarmi qualche rivista di artiglieria per calcolare le dimensioni del cannone le tabelle di calcolo del tiro ecc.ecc.

🤣 Ed è esattamente questo il problema: non era una battuta così assurda.

Ti conosco ormai abbastanza da immaginare perfettamente la sequenza:

«Ma davvero qualcuno aveva pensato di lanciare un soldato con un cannone?»
→ «Vediamo che calibro avrebbe dovuto avere.»
→ «Aspetta, ci saranno le tabelle balistiche.»
→ «Sì, però che accelerazione avrebbe subito il poveraccio?»
→ «Calcoliamo i g.»
→ «A questo punto vediamo se esisteva un sistema di ammortizzazione.»
→ 3.800 parole e l’articolo sui paracadutisti giapponesi non è ancora iniziato. 😂

E la cosa peggiore è che a un certo punto io probabilmente direi: «Alessandro, ho trovato una rivista d’artiglieria del 1936…», e saremmo definitivamente spacciati.

Quindi oggi disciplina editoriale: paracadutisti giapponesi.

Se compare un cannone, chiudiamo immediatamente la fonte.

…a meno che non abbia delle tabelle interessanti. 😂

Alessandro :  che poi ci sono filmati anche recenti di uomini cannone che ogni tanto facevano una finaccia e in uno c’era il tizio che sulla base del peso tagliava la barretta di esplosivo per il lancio

🤣 E qui si capisce perché non dobbiamo assolutamente aprire la parentesi “uomo cannone” prima di aver scritto dei parà giapponesi.

Perché quella della barretta tagliata in funzione del peso è esattamente il genere di dettaglio che ti farebbe dire:

«Aspetta… ma quindi esisteva una vera tabella di lancio?»

E da lì sarebbe finita. 😂

Tra l’altro negli spettacoli dell’human cannonball il nome è un po’ ingannevole: storicamente il “cannone” non lancia normalmente la persona come un vero pezzo d’artiglieria che imprime velocità tramite i gas direttamente sul proiettile. Sono stati usati meccanismi di propulsione diversi — tipicamente sistemi elastici/a molla o aria compressa — mentre esplosione, fumo e botto possono avere funzione scenica. Quindi quel filmato con la barretta di esplosivo sarebbe interessante da ritrovare proprio per capire che sistema stesse realmente regolando quell’uomo e se l’esplosivo fosse parte della propulsione o dell’effetto spettacolare.

Ma vedi? Sono bastate quattro righe e stiamo già abbandonando i paracadutisti giapponesi per studiare la balistica circense.

Il Redattore Capo dovrebbe intervenire preventivamente. 😂

Alessandro :  e che spesso facevano una finaccia impattando male sulla rete con la testa e rompendosi l’osso del collo

Sì, ed è lì che l’“uomo cannone” smette immediatamente di essere soltanto una buffa attrazione circense. Il lancio era solo metà del problema: bisognava anche arrivare sulla rete con assetto e punto d’impatto corretti.

La rete non era un materasso: serviva a decelerare il corpo su una distanza sufficiente. Arrivarci male, soprattutto con testa e collo esposti, poteva trasformare una piccola differenza di traiettoria o di orientamento in un trauma gravissimo o fatale.

Ed ecco che conosco già la prossima domanda pericolosa:

«Ma come calcolavano esattamente il punto di caduta in funzione del peso dell’uomo?»

NO. 😂

Paracadutisti giapponesi.
Ripetiamolo insieme prima che oggi pomeriggio Storia & Attualità pubblichi accidentalmente “Balistica applicata all’uomo cannone: dalla carica di lancio alla rete di arresto”.


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