FIAT B.R.20 CON IL SOL LEVANTE: QUANDO L’ITALIA VENDEVA BOMBARDIERI AL GIAPPONE PER COMBATTERE LA CINA CHE AVEVA APPENA ARMATO

Anno 1937, l’Esercito Giapponese è impegnato in Cina nella guerra Sino-Giapponese e serve urgentemente un bombardiere medio.

Oddio, un bombardiere medio disponibile ci sarebbe pure ed è il Mitsubishi G3M, che è già in distribuzione ai reparti di volo della Marina Imperiale, ma tra Esercito e Marina c’è una tale rivalità, oltre ad avere requisiti e sistemi di approvvigionamento separati, che l’adozione di un aereo della Marina da parte dell’Esercito è una strada praticamente improponibile.

L’Esercito, dopo una gara, ha commissionato alla Mitsubishi un proprio bombardiere medio che prenderà il nome di Ki-21, ma lo sviluppo e soprattutto la produzione dell’aereo sono in ritardo e quindi bisogna guardarsi attorno. Nel mondo in quel momento non è che ci sia tutta questa disponibilità di aerei moderni che possano essere consegnati in grandi quantità e in tempi brevi e, possibilmente, che siano già stati usati in battaglia dando buoni risultati.

Due possibilità particolarmente interessanti arrivano proprio dai cieli della Guerra Civile Spagnola, dove Germania e Italia stanno impiegando i loro bombardieri medi moderni: la Germania con l’Heinkel He 111 e l’Italia con il Fiat B.R.20, mentre è presente anche il Caproni Ca.135. C’è poi il fattore politico: Germania e Giappone hanno già sottoscritto il Patto Anticomintern e nel novembre 1937 vi aderirà anche l’Italia.

L’interlocutore privilegiato è inizialmente la Germania, alla quale viene richiesto l’Heinkel He 111, ma i tedeschi sono impegnati in un gigantesco programma di riarmo e la produzione è assorbita dai propri reparti, quindi, per dirla alla tedesca, rispondono Nein.

Rimane l’Italia, il cui B.R.20 sta dando buona prova di sé sui campi di battaglia spagnoli. L’Italia offre anche il Caproni Ca.135 che, però, non è che sia molto considerato dalla stessa Regia Aeronautica, anzi.

L’Esercito Giapponese, considerato tutto, alla fine del 1937 decide quindi di piazzare un ordine per oltre 80 Fiat B.R.20, che in quel momento viene considerato un aereo moderno e allo stato dell’arte.

Oltre 80 aerei acquistati per coprire una situazione temporanea, e senza averli prima provati sul proprio campo di battaglia, significano una notevole fiducia nel mezzo che si sta acquistando.

Se vogliamo dirla tutta, questi aerei sono destinati proprio a quel campo di battaglia dove già operano aerei italiani, ma nel campo opposto, ovvero la Cina, a cui l’Italia aveva già fornito aerei, ne parliamo [qui].

Quindi aerei italiani con coccarde cinesi contro aerei italiani con coccarde giapponesi: una situazione abbastanza tipica di quelle latitudini e di quegli anni, dove sono  tutti amici di tutti e nemici di tutti.

Arrivano i B.R.20

Ovviamente oltre 80 bombardieri non è che si prendono, si mettono in volo e si mandano dall’altra parte del mondo. I B.R.20 vengono quindi smontati, imballati e spediti via mare verso la Manciuria, dove i primi esemplari arrivano nel gennaio 1938 al porto di Dairen.

Da qui vengono trasferiti alla base di Kungchuling, dove devono essere rimontati, collaudati e consegnati ai reparti dell’Esercito Giapponese.

E visto che non basta consegnare un bombardiere per sapere automaticamente come farlo volare, mantenerlo e soprattutto impiegarlo in combattimento, assieme agli aerei arriva anche una missione italiana comandata dal colonnello della Regia Aeronautica Enrico Bonessa, composta da personale della Regia Aeronautica e tecnici della Fiat.

Gli italiani devono assistere i giapponesi nella messa in efficienza degli apparecchi e soprattutto addestrare piloti, equipaggi e personale tecnico all’impiego del nuovo bombardiere.

In combattimento

Finito l’addestramento, per i B.R.20 arriva il momento di fare quello per cui sono stati acquistati e vengono assegnati principalmente al 12° e al 98° Sentai dell’Aviazione dell’Esercito Giapponese, che li impiega nelle operazioni contro la Cina.

I B.R.20 continuano comunque ad essere impiegati e nel 1939 il 12° Sentai, ancora equipaggiato con i bombardieri italiani, viene schierato anche sul confine tra Manciuria e Mongolia durante gli scontri di Khalkhin Gol, o Nomonhan per i giapponesi, contro sovietici e mongoli.

E qui ai giapponesi le cose non vanno esattamente benissimo. Le forze sovietiche, comandate da un generale allora ancora poco conosciuto di nome Georgij Žukov, nell’agosto 1939 infliggono all’Esercito giapponese una pesantissima sconfitta.

La lezione viene recepita piuttosto bene: insieme ad altri fattori, Nomonhan contribuirà non poco a raffreddare le aspirazioni dell’Esercito verso un’espansione a nord contro l’Unione Sovietica. Tanto che, quando nel 1941 Hitler invaderà l’URSS, i giapponesi, nonostante le pressioni tedesche, si guarderanno bene dall’aprire un secondo fronte in Siberia e rivolgeranno invece sempre più le proprie attenzioni verso sud.

Ma nel frattempo il motivo stesso per cui erano stati acquistati sta venendo meno: il Mitsubishi Ki-21 comincia finalmente ad arrivare ai reparti in quantità sufficienti e può iniziare la sostituzione del bombardiere italiano.

I problemi che emergono

Le critiche giapponesi sono incentrate su:

Autonomia. È probabilmente la critica più importante. I giapponesi utilizzano i B.R.20 per bombardamenti a lunghissimo raggio contro città e centri logistici cinesi nell’inverno 1938-39.I Fiat arrivano a operare al limite del loro raggio d’azione, sufficiente per gli scenari dell’Europa continentale ma insufficiente per le enormi distanze di quelle latitudini, tanto che spesso non possono essere accompagnati dai caccia per tutta la missione. Le perdite contro la caccia cinese sono conseguentemente pesanti.

Qui però c’è una cosa interessantissima: una fonte specialistica sull’impiego giapponese sostiene che i giapponesi modificano i serbatoi per aumentare l’autonomia. Quindi il problema è abbastanza concreto da provocare una modifica locale.

Armamento difensivo. Anche questo viene criticato dagli equipaggi giapponesi. Ed è un difetto che non nasce certo in Giappone: le torrette del B.R.20 sono relativamente complesse e poco affidabili e l’armamento difensivo è complessivamente debole.

Questo, combinato con il primo problema, diventa micidiale: poca scorta + armamento difensivo insufficiente = bombardiere molto vulnerabile.

Ma se vediamo poi quello che succede durante la II GM, non è che i bombardieri non scortati made in Germany/Gran Bretagna /USA siano tanto più sicuri dei B.R.20 inviati senza scorta a bombardare i cinesi.

E se poi vogliamo parlare del Ki-21 che lo sostituirà, almeno nelle prime versioni non è che ne esca tanto meglio dal confronto con il B.R.20: anche il bombardiere giapponese manifesta in combattimento un armamento difensivo insufficiente e problemi di protezione dei serbatoi. Nelle versioni successive viene migliorata la protezione, ma rimane la possibilità di installare nel vano bombe un bel serbatoio ausiliario non protetto, aumentando sì l’autonomia ma anche la vulnerabilità dell’aereo in caso di colpi a bordo.

Poi ci sono i motori Fiat A.80 RC.41. Le fonti italiane confermano che questi motori diedero problemi durante la carriera del B.R.20; curiosamente, le fonti sull’impiego giapponese riportano critiche alla loro affidabilità che non sembrano emergere con la stessa intensità nell’impiego italiano.

E qui potrebbe entrare il clima della Manciuria: freddo estremo, manutenzione lontanissima dalla Fiat, ricambi ecc. Ma non lo darei per causa certa finché non troviamo documentazione tecnica.

Poi c’è una critica curiosissima: i giapponesi considerano vulnerabili le superfici rivestite in tela. Ma qui la stampa giapponese sembra aver fatto un po’ di confusione, perché l’ala del B.R.20 è rivestita in metallo; la struttura principale dell’aereo era inoltre considerata robusta. Apostolo mette esplicitamente in dubbio questa critica.

Ed è qui che emerge forse la differenza più interessante tra Italiani e Giapponesi. Perché non è che il Ki-21 che sostituisce progressivamente il B.R.20 sia nato perfetto, anzi: anche le prime versioni manifestano in combattimento problemi di armamento difensivo, protezione e vulnerabilità.

La differenza è che i Giapponesi fanno tesoro dell’esperienza operativa e continuano a modificare il loro bombardiere, cercando progressivamente di risolverne i problemi nei limiti della loro filosofia progettuale, dove autonomia e prestazioni vengono spesso privilegiate rispetto alla protezione passiva, accettando quindi una maggiore vulnerabilità al fuoco nemico.

Anche la Regia Aeronautica e la Fiat intervengono sul B.R.20 e non si può certo dire che rimangano con le mani in mano. Il B.R.20M introduce diverse modifiche e miglioramenti, ma alcuni dei limiti fondamentali dell’aereo rimangono.

E la cosa diventa abbastanza evidente appena due anni dopo, quando la Regia Aeronautica decide di mandare i B.R.20 del Corpo Aereo Italiano in Belgio per partecipare alla battaglia d’Inghilterra: gli aerei sono stati aggiornati, lo scenario è completamente diverso da quello cinese, ma alcuni dei problemi che i Giapponesi avevano già incontrato dall’altra parte del mondo tornano puntualmente fuori.

Autonomia, armamento difensivo, affidabilità e vulnerabilità non erano quindi soltanto lamentele di equipaggi giapponesi poco abituati agli aerei italiani. Qualcosa di concreto evidentemente c’era.

E alla fine gli Italiani tornano a casa

Terminato il lavoro di montaggio, collaudo e addestramento, la missione italiana conclude progressivamente il proprio compito e il personale rientra in Italia, mentre i B.R.20 continuano la loro carriera con le insegne del Sol Levante fino alla progressiva sostituzione con i Ki-21.

Si chiude così uno dei capitoli probabilmente meno conosciuti dei rapporti aeronautici tra Italia e Giappone: per qualche anno un bombardiere progettato a Torino si trova a combattere dall’altra parte del mondo, prima contro i Cinesi e poi anche sul fronte di Nomonhan, mentre tecnici e militari italiani collaborano con quelli giapponesi per mantenerlo in efficienza e insegnare loro ad utilizzarlo.

E la storia, ogni tanto, sembra divertirsi a chiudere i cerchi.

Dopo la vicenda dei B.R.20, per decenni le industrie della difesa italiane e giapponesi percorrono strade sostanzialmente separate, senza altre collaborazioni aeronautiche di questa portata.

Quasi novant’anni dopo Italia e Giappone si ritrovano nuovamente a lavorare insieme intorno a un aereo militare. Questa volta però non c’è un paese che vende un proprio bombardiere all’altro: Italia, Giappone e Regno Unito sono partner del GCAP, il Global Combat Air Programme, destinato a sviluppare il sistema da combattimento aereo di nuova generazione dei tre paesi.

Dal Fiat B.R.20 spedito smontato dall’Italia e rimontato in Manciuria al caccia del futuro sviluppato insieme: sono cambiate tecnologie, alleanze e quasi novant’anni di storia, ma Italiani e Giapponesi si ritrovano ancora una volta a lavorare insieme intorno a un aereo militare.

Fonti e approfondimenti

  • Angelo Emiliani, I Fiat BR.20 del Sol Levante, Storia Militare, n. 217, ottobre 2011, pp. 4-14.
    Studio specificamente dedicato alla fornitura e all’impiego dei B.R.20 da parte dell’Aviazione dell’Esercito Imperiale Giapponese.
  • Roberto Gentilli, La missione aeronautica italiana in Giappone, JP4, n. 4, 1986.
    Per la missione italiana guidata dal colonnello Enrico Bonessa, l’addestramento degli equipaggi giapponesi e i rapporti aeronautici tra Italia e Giappone.
  • Italo De Marchi, FIAT BR.20 Cicogna, STEM Mucchi, Modena, 1976.
    Monografia dedicata al B.R.20, alla sua evoluzione tecnica e al suo impiego operativo.
  • Paolo Waldis, Ferdinando Pedriali, Fiat BR.20 – 1ª parte, Ali d’Italia, n. 23, La Bancarella Aeronautica, 2006; Paolo Waldis, Fiat BR.20 – 2ª parte, Ali d’Italia, n. 25, La Bancarella Aeronautica, 2007.
    Per caratteristiche tecniche, versioni ed evoluzione del bombardiere Fiat.
  • Aeronautica Militare, Fiat BR.20.
    Scheda storica e tecnica ufficiale dell’Aeronautica Militare.
  • Global Combat Air Programme – documentazione ufficiale dei governi di Italia, Giappone e Regno Unito.
    Per la nascita del GCAP e l’attuale collaborazione trilaterale per lo sviluppo del sistema da combattimento aereo di nuova generazione.

Fiat BR 20 con le insegne Giapponesi