COMPAGNO E’ GIA’ DELLO STATO , OVVERO COME LO STATO ITALIANO POSSEDEVA QUASI TUTTO
Anno 1980 per una serie di coincidenze un governo di fede Comunista si e’ insediato a Palazzo Chigi e dalla Unione Sovietica hanno deciso di mandare un loro funzionario di alto rango per aiutare la transizione a uno stato socialista , il primo giorno da palazzo Chigi lo mandano a prendere all’ambasciata Sovietica con una Alfa Romeo , arriva nel suo ufficio e convoca una riunione con i funzionari :
- Compagni la prima cosa che dobbiamo nazionalizzare sono l’espressione più bieca del capitalismo quindi nazionalizziamo le banche !
- Compagno funzionario ma le banche sono per 2/3 dello stato e le restanti per buona parte sono banche cooperative territoriali le cui quote sono in mano ai cittadini dove sono ubicate , di banche realmente indipendenti ce ne sono poche
- Bene allora un problema in meno , bisogna che passiamo alle aziende che producono cibo , li i capitalisti staranno sicuramente affamando il popolo
- Ehm, scusa compagno, ma lo Stato attraverso l’IRI controlla alcuni dei maggiori gruppi e marchi agroalimentari del Paese: Motta, Alemagna, Cirio… E poi è molto diffuso il sistema delle cooperative, alcune delle quali di dimensione nazionale
- Mi avete fatto venire a prendere con una lussuosa auto simbolo del Capitalismo , se ho letto bene si chiama Alfa Romeo
- Compagno quella fabbrica e’ dell’IRI ovvero dello stato
- Le acciaierie li sicuramente ci sono dei capitalisti che sfruttano i dipendenti , domani le nazionalizziamo !
- Ehm non possiamo
- Perchè non possiamo , le acciaierie sono pieni di operai sfruttati dai capitalisti !
- Quelle principali sono dello stato tramite la Italsider !
- Energia elettrica ?
- Enel e’ stata nazionalizzata negli anni 60
- Telecomunicazioni ?
- Compagno, anche quelle: sono praticamente tutte sotto il controllo pubblico attraverso l’IRI e la STET
- Trasporti ?
- Alitalia è dello stato
- Ferrovie
- Idem ….
- Ma c’e’ qualcosa da Nazionalizzare ?
- Ehm poco o nulla
Il funzionario si rende conto che può fare poco e se ne torna mestamente a Mosca a riferire che nell’Europa Occidentale c’e’ uno stato che per come controlla i punti nodali dell’economia è più socialista della stessa Unione Sovietica
Ora quello sopra e’ un racconto di fantasia ma realmente in Italia c’e’ stato un periodo in cui lo Stato Italiano in pratica controllava l’economia tramite le proprie partecipate che avevano quote di controllo se non la totale proprietà delle aziende principali operanti in pò tutti i settori .
Ma come ci siamo arrivati?
La cosa paradossale è che tutto questo non nasce da un progetto socialista e nemmeno dalla volontà di nazionalizzare l’economia italiana.
Anzi, l’IRI nasce nel 1933 in uno Stato che era tutto fuorché socialista: l’Italia fascista.
E nasce sostanzialmente per risolvere un problema molto concreto: salvare una parte importante del sistema bancario e industriale italiano, messo in gravissima difficoltà dalla crisi economica.
In pratica lo Stato intervenne per salvare il sistema e, quasi senza volerlo, si ritrovò proprietario di una fetta enorme dell’industria italiana.
Quella che doveva essere una soluzione d’emergenza e temporanea sarebbe invece diventata permanente.
Ed è da qui che comincia la nostra storia.
Nel 1933 l’IRI interviene su Comit, Credito Italiano e Banco di Roma. Queste non sono tre banche qualsiasi: avevano avuto un ruolo centrale nel finanziamento dell’industria italiana e possedevano direttamente o indirettamente enormi partecipazioni industriali.
Le grandi banche italiane, infatti, non si limitavano a raccogliere depositi e concedere prestiti, ma erano strettamente intrecciate con il sistema industriale. Un esempio lo abbiamo già incontrato parlando della crisi automobilistica del 1907, quando Banca Commerciale e Credito Italiano parteciparono al consorzio costituito per salvare la Società Bancaria Italiana, pesantemente esposta verso la FIAT, ne abbiamo scritto [qui].
Poi avviene il passaggio decisivo. Con la legge bancaria del 1936 viene sostanzialmente spezzato il vecchio modello della banca mista: le tre banche diventano banche di interesse nazionale (BIN) e restano nell’orbita dell’IRI.
E soprattutto dopo il 1945 non vengono privatizzate. La Repubblica eredita quindi dal fascismo non soltanto l’IRI e le sue industrie, ma anche questo enorme pezzo del sistema bancario.
Vediamo di fare un pò di chiarezza l’IRI nasce come ente temporaneo per affrontare la crisi bancaria-industriale. Il nodo era che Comit, Credito Italiano e Banco di Roma erano profondamente esposte verso l’industria e detenevano enormi partecipazioni industriali. Ed è questo il punto fondamentale per capire quello che accad e: salvando e riorganizzando quelle banche, l’IRI finisce per acquisire anche una quantità enorme delle partecipazioni nelle imprese che gravitano attorno a esse.
In più, l’IRI poteva intervenire direttamente nel risanamento e nella riorganizzazione delle aziende.
L’idea iniziale era effettivamente temporanea: risanare il sistema, rimettere in ordine banche e imprese e, dove possibile, riportare le aziende risanate al capitale privato. E alcune furono effettivamente riprivatizzate.
Poi arriva la svolta del 1937: ci si rende conto che liquidare tutto e restituire al privato quell’enorme patrimonio non è né semplice né, per il governo, necessariamente conveniente. L’IRI diventa quindi ente permanente.
Finisce la guerra, cade il Fascismo e nasce la Repubblica. A questo punto uno potrebbe pensare: adesso vendono tutto.
E invece no. L’economia italiana è in ginocchio, bisogna ricostruire il Paese e molte aziende hanno bisogno di capitali che i privati non sempre hanno o sono disposti a investire. E lo Stato dispone già di uno strumento gigantesco per intervenire: l’IRI.
Nel 1956 nasce pure un’apposito Ministero ovvero quello delle Partecipazioni Statali che non è altro che l’ufficializzazione dello Stato Imprenditore .
E chi comanda in quel Ministero ha un potere enorme.
Per renderci conto delle dimensioni raggiunte dal sistema basta saltare avanti di qualche anno: nel 1980 il solo IRI controlla circa mille società e ha oltre 550.000 dipendenti.
E l’IRI è soltanto uno dei grandi enti delle Partecipazioni Statali, accanto a ENI ed EFIM.
Alla vigilia delle grandi privatizzazioni, lo Stato arriverà a controllare direttamente o indirettamente circa il 45% del settore industriale e dei servizi e circa l’80% del settore bancario.
Possiamo quindi renderci conto del potere del Ministro delle Partecipazioni Statali: si trova praticamente al vertice politico di un conglomerato di dimensioni e soprattutto di una varietà tale da far impallidire molte multinazionali di oggi.
Quando lo Stato imprenditore presenta il conto
Ok, allora tutto bello: lo Stato controlla le imprese, queste guadagnano e gli utili finiscono nelle casse dello Stato?
Ehm, non esattamente.
Con il passare degli anni le Partecipazioni Statali diventano sempre più anche uno strumento politico, con investimenti decisi non soltanto in base alla redditività, salvataggi di aziende in crisi, mantenimento dell’occupazione, stabilimenti localizzati anche per ragioni sociali e politiche, assunzioni e, infine, lottizzazione delle cariche ai vertici delle aziende.
Questo non significa che tutte le imprese pubbliche fossero inefficienti o in perdita: nel gigantesco sistema delle Partecipazioni Statali c’erano anche aziende sane e redditizie.
Il problema era che, arrivati agli anni Ottanta, alcuni settori e gruppi erano diventati dei veri buchi neri per i conti dello Stato, costretto periodicamente a intervenire per mantenere in piedi aziende sovradimensionate, poco efficienti o semplicemente non più competitive.
E quando una di queste aziende perdeva soldi non poteva semplicemente fallire: dietro c’erano decine di migliaia di posti di lavoro, interessi politici, territori che dipendevano da quegli stabilimenti e, alla fine della catena, lo Stato proprietario.
E quindi chi pagava?
Sempre lui.
Attraverso aumenti dei fondi di dotazione, ricapitalizzazioni, trasferimenti e altri interventi pubblici, cifre sempre più importanti finivano per essere assorbite dal sistema delle Partecipazioni Statali.
Un esempio di come funzionava ormai il sistema lo possiamo trovare nella siderurgia pubblica, controllata attraverso Finsider e Italsider.
Alla fine degli anni Sessanta venne deciso di costruire a Gioia Tauro, in Calabria, il quinto centro siderurgico italiano. Doveva essere un gigantesco complesso industriale capace di creare migliaia di posti di lavoro e contribuire allo sviluppo economico della zona.
Partono gli espropri, gli sbancamenti e la realizzazione delle infrastrutture necessarie. Si spendono ingenti somme di denaro pubblico e un’intera area viene trasformata in previsione dell’arrivo dell’industria siderurgica.
Peccato che nel frattempo cambino completamente le condizioni economiche.
La crisi mondiale dell’acciaio degli anni Settanta, l’aumento dei costi e l’eccesso di capacità produttiva rendono sempre meno sensato costruire un altro gigantesco impianto siderurgico.
Risultato: il centro siderurgico di Gioia Tauro non verrà mai costruito.
Rimangono però le opere già realizzate, il territorio trasformato e soprattutto il conto da pagare. Poi il Porto costruito per il polo siderurgico qualche decennio dopo trovò un’altra funzione diventando un HUB per la movimentazione dei Container , ma fino a quel momento era un’opera inutile .
È un esempio particolarmente efficace di uno dei problemi che ormai affliggevano le Partecipazioni Statali: decisioni industriali, politiche, occupazionali e territoriali finivano per intrecciarsi fino al punto che diventava difficile capire dove terminasse l’impresa e dove cominciasse la politica.
La fine delle Partecipazioni Statali
Il simbolo forse più evidente della fine di un’epoca arriva nel 1993.
Il Ministero delle Partecipazioni Statali era nato nel 1956, quando lo Stato imprenditore era ormai diventato una componente strutturale dell’economia italiana. Quasi quarant’anni dopo quello stesso Ministero rappresentava invece un modello economico e politico che si era deciso di superare.
Il 18 aprile 1993 gli italiani furono chiamati a votare un referendum per l’abrogazione della legge che aveva istituito il Ministero delle Partecipazioni Statali.
La risposta fu praticamente un plebiscito: oltre il 90% dei voti validi fu favorevole all’abrogazione.
Il Ministero venne quindi soppresso.
Era una conclusione quasi simbolica: sessant’anni dopo la nascita dell’IRI e trentasette anni dopo la creazione di un Ministero appositamente dedicato alle imprese dello Stato, l’Italia prendeva la strada opposta.
Cominciava definitivamente l’epoca delle privatizzazioni.
E alla fine torniamo al nostro funzionario sovietico
E qui ci riallacciamo alla riunione surreale con la quale abbiamo aperto questo articolo.
L’Italia era arrivata agli anni Ottanta con uno Stato che faceva direttamente l’imprenditore e che, per certi versi analogamente a quanto accadeva nell’Unione Sovietica, si trovava a gestire anche grandi aziende pubbliche poco efficienti, sovradimensionate e capaci di assorbire notevoli risorse economiche.
Naturalmente Italia e Unione Sovietica rimanevano due sistemi economici completamente differenti: da noi continuava a esistere una gigantesca economia privata e funzionava un’economia di mercato. Ma il paradosso raccontato all’inizio rimane: in alcuni dei punti nodali dell’economia italiana la presenza dello Stato aveva raggiunto dimensioni impressionanti.
L’Unione Sovietica sarebbe implosa nel 1991, anche per le enormi inefficienze accumulate dal proprio sistema economico.
L’Italia non implose, ma all’inizio degli anni Novanta arrivò comunque il momento di presentare il conto.
Il debito pubblico, la crisi finanziaria del 1992, la necessità di risanare i conti dello Stato e, contemporaneamente, i nuovi vincoli europei derivanti dal processo di integrazione e dal Trattato di Maastricht resero ormai insostenibile il vecchio sistema.
Cominciò quindi la grande stagione delle privatizzazioni e lo Stato iniziò progressivamente a smantellare buona parte del gigantesco sistema delle Partecipazioni Statali costruito nei sessant’anni precedenti.
Molte aziende vennero privatizzate, altre ristrutturate, altre ancora scomparvero. Lo Stato mantenne partecipazioni soprattutto in alcuni settori considerati strategici, ma secondo una logica profondamente diversa rispetto a quella degli anni Settanta e Ottanta.
E così oggi lo Stato italiano continua a essere azionista di importanti società, alcune delle quali generano utili e distribuiscono dividendi che finiscono nelle casse pubbliche.
Esattamente quello che il nostro povero funzionario sovietico pensava dovesse accadere quarant’anni prima.
Le Fonti
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Treccani – Dizionario di Economia e Finanza, “IRI (Istituto per la Ricostruzione Industriale)” – Per la nascita dell’IRI nel 1933, la crisi delle banche miste, Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma e l’acquisizione delle loro partecipazioni industriali.
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Treccani – Dizionario di Storia, “IRI” – Per la trasformazione dell’IRI in ente finanziario permanente nel 1937 e per lo sviluppo del sistema delle partecipazioni statali.
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Camera dei Deputati – Indagine conoscitiva sulle privatizzazioni e sul ruolo dello Stato nell’economia – Per le dimensioni raggiunte dal settore pubblico all’inizio degli anni Novanta: circa l’80% del settore bancario in mano pubblica e circa il 45% del settore industriale e dei servizi detenuto direttamente o indirettamente dallo Stato; per le ragioni economiche e finanziarie che portarono alle privatizzazioni.
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Autorità di Sistema Portuale dei Mari Tirreno Meridionale e Ionio – “Storia del Porto di Gioia Tauro” – Per il progetto del V Centro Siderurgico, la costruzione delle infrastrutture portuali negli anni Settanta e l’abbandono del progetto siderurgico con la crisi dell’acciaio.
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Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – Referendum del 1993 e D.P.R. 5 giugno 1993, n. 174 – Per l’abrogazione della legge istitutiva del Ministero delle Partecipazioni Statali a seguito del referendum del 18 aprile 1993.
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Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana – Decreto-legge 23 aprile 1993, n. 118, convertito nella legge 23 giugno 1993, n. 202 – Per la soppressione del Ministero delle Partecipazioni Statali e il riordino di IRI, ENI, ENEL, IMI, BNL e INA.

