Mike Bongiorno , Dalla prigionia alla TV commerciale
Porto di Marsiglia, febbraio 1945. Un gruppo di ex prigionieri americani, liberati da poco, si sta imbarcando sul piroscafo svedese Gripsholm, diretto negli Stati Uniti.
Nessuno può immaginare che tra quei passeggeri ci sia un giovane destinato a lasciare una traccia indelebile nella storia della televisione italiana. Quel ragazzo si chiama Mike Bongiorno e questa è la sua storia…
Dall’aviazione americana alla televisione italiana
Per raccontare la storia di Mike Bongiorno bisogna tornare indietro fino alla Prima guerra mondiale, quando un giovane ufficiale americano di origini siciliane arrivò in Italia per occuparsi di forniture militari. Si chiamava Philip Bongiorno e, dopo aver studiato a Princeton e alla Columbia University, aveva intrapreso la professione di avvocato.
Con l’ingresso degli Stati Uniti nella guerra, nel 1917, Philip si era arruolato volontario nell’aviazione americana. Inviato prima a Parigi e successivamente a Torino, si occupava di verificare gli ordini e la produzione degli aerei Caproni e degli automezzi Fiat destinati alle forze statunitensi.
Erano gli stessi anni in cui numerosi aviatori americani arrivavano in Italia per addestrarsi e operare a fianco degli Alleati, una vicenda che abbiamo già raccontato nell’articolo dedicato ai piloti statunitensi durante la Grande Guerra, l’articolo lo trovate [qui]. Philip, pur svolgendo mansioni differenti, apparteneva a quel mondo di uomini e mezzi che collegava l’industria italiana allo sforzo bellico americano.
E fu proprio grazie a quella missione che, durante un soggiorno a Sanremo, conobbe Enrica Carello, appartenente alla famiglia torinese proprietaria dell’omonima azienda specializzata nella produzione di fanali per automobili.
I due si sposarono nel 1919 e si trasferirono a New York, dove Philip riprese la professione di avvocato. Qui, il 26 maggio 1924, nacque il loro figlio Michael Nicholas Salvatore Bongiorno, che in famiglia chiamavano Mickey.
Il bambino trascorse i primi anni in una Manhattan ben diversa dall’Italia che avrebbe conosciuto successivamente. La famiglia viveva in condizioni agiate, ma il crollo della Borsa del 1929 e la crisi economica che ne seguì colpirono duramente anche gli affari del padre.
Enrica decise allora di tornare a Torino con il figlio, pensando inizialmente a una permanenza temporanea presso i parenti, mentre il marito cercava di ricostruire la propria posizione economica. Le cose andarono diversamente: la successiva separazione dei coniugi trasformò quel soggiorno in una lunga permanenza italiana.
Mike crebbe così a Torino, frequentando il ginnasio e il liceo classico, con un passaporto americano in tasca e abitudini ormai profondamente italiane.
Era un ragazzo appassionato di sport e proprio grazie a questa passione cominciò ad avvicinarsi al giornalismo. Ancora adolescente si presentò alla redazione sportiva de La Stampa, dove inizialmente gli affidarono piccoli incarichi. In seguito cominciò a seguire gli allenamenti del Torino e della Juventus, oltre alle manifestazioni sportive della città.
Sembrava l’inizio di una carriera da cronista, ma nel frattempo l’Italia era entrata in guerra e, dopo l’8 settembre 1943, la vita del giovane Bongiorno avrebbe preso una direzione completamente diversa.
Un partigiano con il passaporto americano
Dopo l’armistizio, Mike entrò in contatto con la Resistenza piemontese. La conoscenza dell’inglese e la cittadinanza americana rappresentavano qualità preziose per mantenere i collegamenti tra le formazioni partigiane e gli Alleati.
Cominciò così a svolgere incarichi di collegamento, trasportando comunicazioni e attraversando territori nei quali un controllo tedesco poteva significare l’arresto o la fucilazione.
Il 22 aprile 1944, mentre si trovava a Cravegna, in Val d’Ossola, venne catturato dalla Gestapo in seguito a una delazione. Il rischio di essere passato per le armi era concreto, ma il passaporto statunitense cambiò la sua sorte. Per i tedeschi quel giovane americano poteva essere utilizzato in uno scambio con prigionieri detenuti dagli Alleati.
Fu rinchiuso nel carcere milanese di San Vittore, dove trascorse i primi 64 giorni in isolamento, in una cella del sesto raggio, quello riservato ai detenuti considerati particolarmente pericolosi.
Durante la prigionia conobbe anche Indro Montanelli, che avrebbe ricordato il suo impegno nel mantenere i collegamenti clandestini tra i detenuti.
Da San Vittore venne successivamente trasferito al campo di Bolzano, poi a Reichenau, in Austria, e infine a Spittal, in Carinzia, dove erano detenuti anche prigionieri americani e britannici.
Nel gennaio 1945 arrivò finalmente la notizia della liberazione. Grazie alla cittadinanza americana, Mike era stato inserito in uno scambio di prigionieri tra Germania e Stati Uniti, avvenuto a San Gallo, in Svizzera, come avrebbe raccontato anni dopo in un’intervista alla televisione svizzera.
Raggiunta successivamente la Francia liberata, l’8 febbraio si imbarcò a Marsiglia sulla nave svedese Gripsholm, utilizzata durante la guerra per gli scambi di prigionieri e il rimpatrio dei civili. Dopo quasi due settimane di navigazione attraverso un Atlantico ancora minacciato dai sommergibili tedeschi, il 21 febbraio sbarcò a New York.
Aveva vent’anni e alle spalle esperienze che difficilmente si sarebbero potute immaginare guardando, qualche anno dopo, il sorridente presentatore di Lascia o raddoppia?.
Negli Stati Uniti riprese la strada del giornalismo. Raccontò le proprie vicende di guerra alla radio Voice of America e cominciò a lavorare nel mondo delle trasmissioni radiofoniche rivolte anche alla comunità italoamericana.
Era un ambiente nel quale si trovava perfettamente a suo agio. Parlava italiano e inglese, aveva già esperienza giornalistica e conosceva due Paesi che, dal punto di vista della comunicazione, stavano vivendo realtà molto differenti.
Negli Stati Uniti la televisione era già entrata in milioni di abitazioni. In Italia, invece, il nuovo mezzo stava ancora muovendo i primi passi.
Fu proprio durante un successivo soggiorno italiano, nel 1953, che incontrò Vittorio Veltroni, dirigente della RAI, il quale intuì le sue potenzialità e lo convinse a partecipare alla nascita della televisione italiana.
Quando il 3 gennaio 1954 iniziarono le trasmissioni regolari, Mike era già tra i volti del nuovo mezzo. Con Arrivi e partenze, una trasmissione dedicata alle interviste a personaggi famosi e ospiti internazionali, cominciò a farsi conoscere da un pubblico ancora relativamente ristretto.
La televisione era costosa, gli apparecchi erano pochi e la programmazione limitata. Ma tutto stava per cambiare.
L’uomo che entrò nelle case degli italiani
Il 26 novembre 1955 debuttò Lascia o raddoppia?, il quiz destinato a trasformare Mike Bongiorno in uno dei personaggi più popolari d’Italia.
Al programma abbiamo dedicato un articolo autonomo, raccontando come gli italiani si riunissero nei bar, nei locali pubblici e nelle abitazioni dei pochi fortunati che possedevano un televisore per seguire le imprese dei concorrenti.
Per Mike fu la consacrazione definitiva.
Il suo modo di condurre non assomigliava a quello degli attori o dei presentatori provenienti dal teatro. Parlava in maniera semplice, faceva domande dirette e spesso sembrava sinceramente sorpreso dalle conoscenze dei concorrenti.
Non cercava di dimostrare di essere più preparato di loro. Al contrario, lasciava che fossero proprio i partecipanti a diventare i protagonisti dello spettacolo, mentre lui accompagnava il pubblico attraverso le domande, le esitazioni e le vincite.
Quel linguaggio diretto, unito a una straordinaria capacità di gestire i tempi televisivi, sarebbe diventato il suo marchio di fabbrica.
Negli anni successivi Bongiorno continuò a essere uno dei protagonisti della RAI. Con Campanile sera portò davanti alle telecamere le città e i paesi italiani, mettendoli in competizione attraverso giochi e prove di abilità. Seguirono La fiera dei sogni, Giochi in famiglia e, nel 1970, Rischiatutto, un altro quiz destinato a diventare un fenomeno di costume. Proprio durante Rischiatutto nacque anche il celebre «Allegria!» che divennè il suo celebre tormentone . Secondo il racconto del figlio Nicolò, Mike pronunciò quell’esclamazione durante una riunione particolarmente tesa con la redazione, nel tentativo di sdrammatizzare la situazione. Una battuta spontanea che cominciò a ripetere davanti alle telecamere, fino a trasformarsi nel suo inconfondibile saluto al pubblico.
Quest’ultimo dimostrò che, a quindici anni da Lascia o raddoppia?, Mike era ancora capace di conquistare milioni di telespettatori. Erano cambiate le scenografie, le tecniche di ripresa e le abitudini del pubblico, ma il meccanismo della suspense costruita attorno a una domanda continuava a funzionare.
Nel frattempo la sua carriera si era allargata ben oltre i quiz. A partire dal 1963 cominciò infatti a presentare il Festival di Sanremo, diventandone uno dei conduttori più rappresentativi.
Rimase alla guida della manifestazione per cinque edizioni consecutive, fino al 1967, quando il Festival venne tragicamente segnato dalla morte di Luigi Tenco. Tornò poi nel 1972, 1973, 1975, 1977 e 1979, accompagnando la manifestazione attraverso un periodo di profonde trasformazioni.
Nel 1977 fu proprio Mike a presentare il primo Festival ospitato al Teatro Ariston, nonché il primo trasmesso a colori anche dalla RAI. Una curiosa coincidenza per un uomo che aveva cominciato la propria carriera televisiva davanti alle telecamere in bianco e nero del 1954.
La sua ultima conduzione sanremese arrivò nel 1997, quando tornò sul palco dell’Ariston insieme a Piero Chiambretti e Valeria Marini. In totale furono undici edizioni, un primato che sarebbe stato superato soltanto da Pippo Baudo.
A rendere ancora più riconoscibile il personaggio contribuivano naturalmente le sue celebri gaffe. Alcune erano autentiche, altre vennero ingigantite o addirittura inventate dalla fantasia popolare.
La più famosa, quella attribuitagli durante una puntata di Rischiatutto con la concorrente Giuliana Longari, è diventata una vera leggenda televisiva: non esiste infatti una registrazione conosciuta che confermi la frase nella forma in cui viene abitualmente raccontata.
Già nel 1961 Umberto Eco aveva dedicato a Bongiorno un saggio, Fenomenologia di Mike Bongiorno, nel quale cercava di spiegare perché un presentatore apparentemente così ordinario fosse riuscito a diventare tanto popolare.
Ma dietro quella semplicità, autentica o coltivata, si nascondeva un professionista che conosceva perfettamente i meccanismi della televisione. Sapeva quando parlare, quando fermarsi e come trasformare una risposta in un momento capace di tenere milioni di persone davanti allo schermo.
Dalla RAI alla televisione commerciale
Alla fine degli anni Settanta, il mondo televisivo italiano stava cambiando ancora una volta.
Dopo decenni di monopolio della RAI, erano nate numerose emittenti private locali. Alcune si limitavano a trasmettere film, programmi acquistati all’estero o produzioni realizzate con mezzi modesti. Altre, invece, cominciavano a immaginare un sistema televisivo capace di competere con quello pubblico.
Tra gli imprenditori che avevano intuito le possibilità di quel mercato c’era Silvio Berlusconi, proprietario di TeleMilano, l’emittente destinata a diventare Canale 5.
Per costruire una televisione commerciale di successo non bastavano però gli impianti di trasmissione o una buona programmazione. Occorrevano personaggi già conosciuti, capaci di convincere gli spettatori ad abbandonare, almeno per qualche ora, i programmi della RAI.
E chi poteva essere più adatto di Mike Bongiorno?
La collaborazione con TeleMilano cominciò nel 1978 e nel dicembre 1979 arrivò I sogni nel cassetto, seguito successivamente da Bis.
Mike non lasciò immediatamente la televisione pubblica. Per qualche tempo continuò a lavorare su entrambi i fronti, ma nel 1982, dopo la conclusione del quiz Flash, il passaggio alle reti commerciali divenne definitivo.
Il 23 dicembre di quell’anno debuttò su Canale 5 Superflash.
Per la RAI non si trattava soltanto di perdere un presentatore di successo. Mike Bongiorno era uno dei volti che avevano accompagnato la nascita della televisione italiana, contribuendo a costruire quel rapporto di familiarità tra il pubblico e il piccolo schermo.
Vederlo su una rete privata significava, per molti spettatori, riconoscere che qualcosa di importante era cambiato.
D’altra parte, proprio la presenza di Bongiorno contribuiva a dare credibilità alle nuove televisioni. Se un personaggio così legato alla storia della RAI aveva scelto di lavorare per Canale 5, allora le reti commerciali non potevano più essere considerate soltanto un fenomeno marginale.
Altri grandi protagonisti dello spettacolo televisivo avrebbero compiuto scelte analoghe, mentre il sistema privato continuava a crescere.
Mike, intanto, dimostrò di non aver perso il proprio pubblico. Superflash, TeleMike, La ruota della fortuna e Bravo bravissimo segnarono una nuova stagione di successi, permettendogli di attraversare anche gli anni Ottanta e Novanta da protagonista.
Era quasi un paradosso: l’uomo che aveva insegnato agli italiani a conoscere la televisione negli anni Cinquanta contribuiva ora ad accompagnarli verso un modello televisivo completamente diverso.
Una vita davanti alle telecamere
Con il passare degli anni, Mike Bongiorno era diventato qualcosa di più di un semplice conduttore.
Per chi aveva vissuto gli anni Cinquanta rappresentava il ricordo dei primi televisori e delle serate trascorse davanti a Lascia o raddoppia?. Per i telespettatori degli anni Settanta era l’uomo di Rischiatutto. Per le generazioni successive sarebbe rimasto quello di TeleMike e La ruota della fortuna.
Pochi personaggi televisivi erano riusciti ad accompagnare così a lungo la vita quotidiana degli italiani.
Nel 2007 pubblicò la propria autobiografia, La versione di Mike, e ricevette una laurea honoris causa dall’Università IULM di Milano. Continuava a lavorare, a progettare nuovi programmi e a interessarsi all’evoluzione del mezzo televisivo.
Dopo la conclusione della lunga collaborazione con Mediaset, nel marzo 2009 firmò un accordo con Sky per realizzare nuovi progetti, tra cui una versione aggiornata di Rischiatutto.
Non avrebbe avuto il tempo di portarli sullo schermo.
Mike Bongiorno morì a Monte Carlo l’8 settembre 2009, all’età di 85 anni.
La sua carriera aveva attraversato oltre mezzo secolo di storia italiana, accompagnando la nascita della televisione, la sua diffusione di massa e l’affermazione delle reti commerciali.
Ma forse ciò che più di ogni altra cosa spiega la sua popolarità è il fatto che, mentre la televisione cambiava continuamente, lui rimaneva immediatamente riconoscibile.
Bastava una voce, un sorriso o quel suo celebre «Allegria!» perché milioni di italiani avessero l’impressione di ritrovare una persona che conoscevano da sempre.
Fonti e approfondimenti
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Fondazione Mike Bongiorno, materiali biografici e cronologia della vita e della carriera: https://www.fondazionemike.it/
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Fondazione Mike Bongiorno, Mike Bongiorno – Il Centenario: https://www.fondazionemike.it/wp-content/uploads/Mike-Bongiorno-Il-Centenario.pdf
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RSI – Radiotelevisione svizzera, Mike Bongiorno si racconta, intervista del 12 dicembre 1975, testimonianza sullo scambio di prigionieri in Svizzera: https://www.rsi.ch/archivi/Mike-Bongiorno-si-racconta–1641902.html
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ANPI, biografia di Mike Bongiorno, attività nella Resistenza e prigionia: https://www.anpi.it/biografia/mike-bongiorno
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Treccani, Mike Bongiorno, Dizionario Biografico degli Italiani: https://www.treccani.it/enciclopedia/mike-bongiorno_%28Dizionario-Biografico%29/
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RAI Cultura, materiali d’archivio dedicati a Mike Bongiorno: https://www.raicultura.it/
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Mike Bongiorno, La versione di Mike, Mondadori, 2007.
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Umberto Eco, Fenomenologia di Mike Bongiorno, in Diario minimo, 1963.

