Truppe Italiane nella Primavera del 1945 in Germania … Ma da che parte ? 

Primavera del 1945, siete il caporale Otto ,  ne omettiamo il cognome per ragioni di privacy , della gloriosa 2. Panzer-Division. Purtroppo il vostro carro è stato colpito, voi siete stati catturati dalle truppe alleate e adesso siete in attesa di essere trasferiti in uno dei tanti campi per prigionieri di guerra frettolosamente allestiti dagli Alleati . Mentre aspettate, la vostra attenzione viene attirata dal personale di un vicino deposito americano: c’è qualcosa di strano, alcuni di quegli uomini parlano una lingua diversa dall’inglese. Aguzzate meglio l’orecchio e riconoscete l’italiano. La vostra mente torna immediatamente a qualche anno prima, quando, dopo l’8 settembre 1943, avevate partecipato al disarmo delle truppe italiane. Poi guardate meglio quegli uomini: divise americane e sulla manica un distintivo con la scritta “ITALY”.

Ma che diavolo ci fanno degli Italiani in Germania? E soprattutto, cosa ci fanno degli Italiani in Germania che non siano detenuti in uno dei campi nei quali erano finiti migliaia di militari italiani dopo l’8 settembre 1943? Eppure avete visto bene: sono Italiani, lavorano per l’esercito americano e sono arrivati in Germania seguendo l’avanzata delle truppe alleate. Per capire come sia potuta accadere una cosa del genere dobbiamo però tornare indietro di qualche anno.

I prigionieri Italiani

Dopo l’operazione Compass (9 dicembre 1940 – 9 febbraio 1941) , ovvero l’operazione militare che partendo dall’Egitto  travolse la 10ª Armata italiana in Cirenaica e, di fatto, l’intero dispositivo militare del generale Graziani   ,  gli Inglesi si trovarono a gestire una massa enorme di prigionieri che è stata quantificata in cerca  130.000 Italiani .  Questa massa di uomini praticamente  venne distribuita in tutto il Commonwealth con campi di prigionia disseminati in Kenya , Sud Africa , India  , Canada , Gran Bretagna , si può dire che nessuna nazione del Commonwealth non avesse il suo campo di prigionia di Italiani .

Questi uomini andavano sorvegliati , alimentati , curati ecc.ecc. e come nel caso dei civili  Italiani presenti nella AOI , erano un peso non indifferente con la variante che a differenza degli Italiani della AOI per cui venne stipulato un’accordo per il rientro in Italia ,  di cui abbiamo scritto [qui], non era possibile rimpatriarli quindi le autorità Militari Inglesi pensarono bene di offrire loro la possibilità di lavorare all’esterno dei campi di prigionia ovviamente pagati , così da una parte i prigionieri diciamo trovavano di alleviare almeno in parte la detenzione e dall’altra si veniva incontro alle necessità locali di manodopera, visto che una parte consistente degli uomini in età lavorativa era sotto le armi e la carenza si faceva sentire specialmente nel settore dell’agricoltura.

La disponibilità dei prigionieri ad accettare questi lavori non fu peraltro costante e seguì, almeno in parte, anche l’andamento della guerra , quindi  comprensibilmente diminuiva quando le forze dell’Asse sembravano prevalere e aumentava quando la situazione militare cominciò a volgere decisamente a favore degli Alleati.

E poi arriva l’8 settembre……

Con l’armistizio dell’8 settembre 1943 la situazione dei prigionieri italiani cambia, ma non immediatamente come si potrebbe pensare. L’Italia ha cessato le ostilità contro gli Alleati, ma non è ancora formalmente in guerra contro la Germania e quindi, per il momento, i nostri prigionieri continuano ad essere prigionieri. La situazione cambia nuovamente il 13 ottobre 1943, quando il governo Badoglio dichiara guerra alla Germania e gli Alleati riconoscono all’Italia lo status di cobelligerante.

La possibilità di dichiararsi cooperatori viene quindi progressivamente offerta ai prigionieri italiani e, nel caso degli Stati Uniti, si arriva alla sottoscrizione di apposite dichiarazioni con le quali il prigioniero manifesta  la propria adesione al governo Badoglio e la volontà di collaborare con gli Alleati. I volontari vengono  poi sottoposti a screening per individuare eventuali simpatie fasciste.

A questo punto si crea una situazione piuttosto particolare: i prigionieri che si sono dichiarati a favore del Governo Badoglio appartengono adesso a un paese che almeno formalmente non è più nemico degli Stati Uniti e che, sia pure con l’ambigua formula della cobelligeranza, sta combattendo contro la Germania. Verrebbe quindi spontaneo pensare che non possano più essere considerati prigionieri di guerra e che debbano essere liberati o rimpatriati.

E invece non è così.

Gli Angloamericani decidono di mantenere formalmente il loro status di prigionieri di guerra, ma contemporaneamente di offrire a quelli disposti a collaborare la possibilità di essere impiegati nello sforzo bellico alleato con condizioni e privilegi migliori rispetto agli altri prigionieri. Non vengono quindi arruolati nelle Forze Armate americane, ma organizzati in apposite unità di servizio poste sotto il controllo militare americano e destinate a compiti di supporto, con l’esclusione del combattimento diretto.

Ai prigionieri che decidevano di aderire veniva quindi sottoposto un modulo di questo tipo che recitava :

Luogo:  
Data: 13 marzo 1944

Domanda di impiego nelle Italian Service Units

“Application for employment in Italian Service Units”

In conseguenza dell’armistizio firmato dalle Nazioni Unite con il Governo italiano e dello stato di guerra esistente tra Italia e Germania, chiedo volontariamente di essere impiegato nelle Italian Service Units.

Prometto di lavorare per gli Stati Uniti d’America ovunque venga richiesto, in qualsiasi attività militare mi venga assegnata (escluso il combattimento vero e proprio) e di aiutare gli Stati Uniti, al meglio delle mie possibilità, nel proseguimento della lotta contro il comune nemico, la Germania.

Prometto di non abusare della fiducia riposta in me violando le condizioni che regolano gli speciali privilegi concessimi in conseguenza di questa promessa.

Prometto di obbedire a tutti gli ordini e regolamenti emanati dalle autorità militari americane e comprendo che, qualora non lo facessi, tali privilegi mi verranno revocati e sarò soggetto alle misure disciplinari previste dagli Articles of War degli Stati Uniti d’America, che mi sono stati letti.

Firmato:  

 

In pratica, firmandolo, i prigionieri accettano volontariamente di lavorare per le FFAA Americane in unità con divise Americane denominate ISU (Italian Service Units). Nota bene: durante la guerra in Italia esistono anche le cosiddette ITA-US e ITA-BRI, che sono invece truppe regolari Italiane del Regio Esercito cobelligerante, quindi inquadrate in reparti organici delle Forze Armate Italiane e poste al servizio delle truppe Angloamericane operanti in Italia.

Qui stiamo parlando di una cosa diversa: unità costituite da prigionieri di guerra italiani, che rimangono formalmente tali ma che  sottoscrivono quella che, nei fatti, è una sorta di contratto con l’amministrazione militare americana, pur continuando formalmente a mantenere lo status di POW.  Le ISU dipendono quindi dall’amministrazione militare Americana per il loro impiego e controllo, pur mantenendo al loro interno ufficiali e sottufficiali italiani.

Struttura e organizzazione delle ISU 

Ma come erano organizzate queste unità? Perché a leggere “prigionieri di guerra impiegati come lavoratori” si potrebbe immaginare qualche centinaio di uomini prelevati da un campo e mandati a scaricare camion. In realtà l’organizzazione era decisamente più militare.

Per far capire come erano organizzate pubblichiamo una tabella che riassume la situazione organizzativa del 315th Italian Quartermaster Battalion, costituito a Newport News (USA)  il 10 aprile 1944 e che operava nell’Hampton Roads Port of Embarkation quindi  era inserito nel gigantesco sistema logistico Americano 

Reparto Ufficiali italiani Soldati
Comando 315th Battalion 5 22
57th QM Service Company 4 215
58th QM Service Company 4 215
59th QM Service Company 4 215
Totale 17 667
Totale complessivo   684

Il reparto era comandato, per la parte Italiana, dal tenente colonnello Giovanni Cianfrocca, mentre il comandante americano del battaglione era il capitano Pietro Di Paolo, un Italoamericano dello US Army. In pratica esisteva quindi una doppia struttura: da una parte la normale gerarchia militare Italiana, con i propri ufficiali e sottufficiali, dall’altra il controllo Americano dal quale il reparto dipendeva per il suo impiego.

Naturalmente non tutte le ISU avevano queste dimensioni e questa struttura, che variavano a seconda del tipo di unità e dell’impiego previsto. Per sommi capi esistevano reparti destinati ai servizi di Quartermaster, trasporti, depositi e movimentazione dei materiali, manutenzione, lavori tecnici e servizi generali, praticamente tutta quella enorme macchina logistica necessaria per mantenere in funzione le Forze Armate Americane.

Esistevano inoltre vere e proprie Italian Sanitary Companies, composte anche da personale con qualifiche sanitarie e tecniche, destinate a lavorare nelle strutture mediche. E quando queste unità cominciarono ad essere trasferite oltreoceano vennero create anche strutture sanitarie specificatamente destinate al personale Italiano: nell’ottobre 1944, a La Ciotat, tra Marsiglia e Tolone, entrò in funzione il 7607th Station Hospital (Italian), creato appositamente per assistere il personale delle Italian Service Units. Formalmente era un ospedale da 500 posti letto, ma arrivò ad operarne 1.000.

E le ISU arrivano in Francia

Il 15 agosto 1944 gli Alleati sbarcano nella Francia meridionale con l’Operazione Dragoon e, dopo il rapido sfondamento delle difese tedesche, cominciano a risalire verso nord. Ma più le truppe avanzano e più aumenta il problema di far arrivare carburante, munizioni, viveri, ricambi e tutto quello che serve a mantenere in movimento un esercito moderno.

A questo punto gli Americani decidono di trasferire in Francia anche parte delle Italian Service Units. Non stiamo parlando quindi di Italiani impiegati negli sbarchi del 15 agosto, ma di reparti che arrivano successivamente, soprattutto a partire dal settembre 1944, per contribuire a far funzionare l’enorme apparato logistico che si sta sviluppando nella Francia meridionale e in particolare intorno al porto di Marsiglia.

Gli Alleati ottengono  dal governo francese l’autorizzazione a trasferire inizialmente 30.000 Italiani, cifra successivamente portata a 38.000. Non tutti però arrivano effettivamente in Francia: nel dicembre 1944 le fonti dell’US Army indicano circa 28.000 uomini delle Italian Service Units impiegati nella Francia meridionale, una forza tutt’altro che trascurabile.

Per avere un’idea delle dimensioni, si tratta di una forza numericamente paragonabile a quella schierata pochi mesi prima dal Corpo Italiano di Liberazione e che, proprio in quel periodo, viene riorganizzata nei nuovi Gruppi di Combattimento destinati a combattere al fianco degli Alleati fino alla fine della guerra. E questi 20.000 uomini rappresentano soltanto una parte del contributo logistico italiano agli Alleati, infatti nella campagna d’Italia le otto Divisioni Ausiliarie del Regio Esercito arrivarono complessivamente a circa 200.000 uomini.

E alla fine arrivano in Germania

Ma la guerra continua e le Armate Alleate, dopo aver attraversato la Francia, arrivano ai confini della Germania. Inizialmente le Italian Service Units non possono essere impiegate sul territorio tedesco, ma con l’avanzata degli eserciti cresce anche la necessità di uomini nelle retrovie per mantenere in funzione una linea logistica che ormai si estende per centinaia di chilometri.

Nel gennaio 1945 lo SHAEF (Supreme Headquarters Allied Expeditionary Force, il comando supremo alleato in Europa nord-occidentale)  modifica l’organizzazione della Communications Zone, permettendole di estendersi anche all’interno della Germania. L’ETOUSA interpreta quindi le direttive esistenti nel senso che le ISU possono essere impiegate ovunque nella Communications Zone, Germania compresa, purché al di fuori della zona di combattimento. Il 3 marzo 1945 un documento del comando americano porta un titolo che lascia ben pochi dubbi: Employment of Italian Service Units (ISU’s) in Germany.

Ed eccoci quindi tornati al nostro Caporale Otto.

Naturalmente Otto ce lo siamo inventato, ma la scena con cui abbiamo iniziato questo articolo è assolutamente plausibile. Nella primavera del 1945 un soldato tedesco fatto prigioniero e trasferito verso le retrovie americane avrebbe realmente potuto incontrare militari italiani delle Italian Service Units impegnati nei depositi, nei trasporti o negli altri servizi logistici dell’ADSEC, l’Advance Section della Communications Zone, cioè l’enorme sistema logistico americano alle spalle delle armate combattenti; la sua Advance Section (ADSEC) ne costituiva la parte più avanzata, immediatamente dietro la zona dei combattimenti

Italiani che erano entrati in guerra nel 1940 come alleati della Germania, erano stati catturati dagli Alleati in Africa, avevano scelto di collaborare con gli Americani e, cinque anni dopo, erano arrivati con loro fino in Germania.

Sempre formalmente prigionieri di guerra.

La faccia del povero Otto possiamo soltanto immaginarla.

E la guerra finisce …… 

E la storia delle ISU non termina nemmeno con la resa della Germania dell’8 maggio 1945. Queste unità erano ormai diventate una componente utile della gigantesca macchina logistica americana e continuarono ad essere impiegate per diversi mesi dopo la fine dei combattimenti in Europa.

Per alcuni di quegli uomini si concludeva così una vicenda durata quasi quanto l’intera guerra. Catturati dagli Inglesi già nel 1940 o nel 1941, avevano trascorso anni nei campi di prigionia, erano stati trasferiti magari da un continente all’altro, avevano visto cambiare completamente la posizione internazionale dell’Italia e, aderendo alla collaborazione con gli Alleati, erano infine entrati nelle Italian Service Units, continuando paradossalmente a mantenere lo status formale di prigionieri di guerra.

Alcuni di loro, partiti per combattere gli Inglesi in Africa come alleati della Germania, cinque anni dopo si ritrovarono così in Europa a lavorare per l’esercito americano, e qualcuno arrivò persino in Germania seguendo la sua avanzata.

E la loro storia non finì neppure l’8 maggio: alcune ISU continuarono ad operare ancora per mesi. Tanto che il 2 settembre 1945, proprio il giorno in cui la resa del Giappone pone formalmente fine alla Seconda guerra mondiale, risultavano ancora operative delle Italian Service Units.

Soltanto allora quella lunghissima guerra cominciò davvero a finire anche per loro.

Le Fonti 

  • U.S. Army, Center of Military History, storia ufficiale dell’organizzazione e dell’impiego dei POW/ISU nell’ETO — è la fonte fondamentale per Francia, Communications Zone, ADSEC e autorizzazione all’impiego in Germania, compreso il memorandum del 3 marzo 1945 Employment of Italian Service Units (ISU’s) in Germany.
  • U.S. National Archives – Pieces of History, The Italian Service Units of World War II in Boston — ottima per costituzione delle ISU, screening, permanenza dello status di POW, uniformi con distintivo ITALY, organizzazione e lavori svolti. La NARA indica inoltre oltre 45.000 adesioni tra i POW italiani detenuti negli Stati Uniti. Pieces of History
  • U.S. National Park Service, Italian Service Units of Boston — conferma status, uniformi, lavori e soprattutto lo scioglimento del programma nel settembre 1945. Servizio Nazionale Parchi
  • U.S. National Archives / DocsTeach, Italian Prisoner of War (POW) Lumber Salvage Workers, 1944 — fonte primaria fotografica, Record Group 336, National Archives Identifier 7269117. È anche dichiarata Public Domain / Free of Known Copyright Restrictions, quindi per noi è particolarmente comoda. DocsTeach
  • In re Territo, 156 F.2d 142 (9th Cir., 1946) — per il testo della domanda di adesione e, soprattutto, per dimostrare che l’adesione alle ISU non faceva cessare lo status giuridico di POW.
  • U.S. Army Medical Department, storia ufficiale del Medical Department — per le Italian Sanitary Companies e il 7607th Station Hospital (Italian) di La Ciotat.
  • Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, documentazione sulle ISU e sui prigionieri italiani — utile soprattutto per eventuale approfondimento successivo sulle singole unità presenti in Germania.

 

Militari italiani appartenenti alle Italian Service Units al lavoro negli Stati Uniti. Sulla manica è chiaramente visibile il distintivo “ITALY”. – U.S. National Archives