ENEL  dalla nazionalizzazione del 1962 alla liberalizzazione del mercato elettrico degli anni Duemila

Fine anni Cinquanta, l’appuntato scelto Antonio Russo viene trasferito da Roma a una stazione dei Carabinieri nel centro di Venezia. Bene, operazione numero uno, appena preso possesso dell’alloggio di servizio: ricomprare tutti gli elettrodomestici, frigorifero compreso! Il problema? A Roma la tensione elettrica era di 220 volt, mentre a Venezia era di 125 volt. Diciamo pure che gli era andata bene, infatti avrebbe rischiato di ritrovarsi trasferito in qualche località con tensioni improbabili, come 160 o 110 volt, che avrebbero richiesto appositi trasformatori per far funzionare gli apparecchi già in suo possesso. Ma com’era possibile che due importanti città italiane avessero tensioni elettriche tanto diverse? È proprio quello che vi spiegheremo in questo articolo, ripercorrendo la storia dell’ENEL, dalla nazionalizzazione del 1962 alla liberalizzazione del mercato elettrico degli anni Duemila.

Dalle prime centrali elettriche alla nascita dei grandi gruppi

La storia dell’elettrificazione italiana inizia negli ultimi decenni dell’Ottocento, quando l’energia elettrica comincia a uscire dai laboratori per diventare un servizio destinato alle città, alle industrie e, successivamente, alle abitazioni private.

Nel 1883 entra in funzione a Milano, in via Santa Radegonda, a pochi passi dal Duomo, una delle prime centrali elettriche dell’Europa continentale. Realizzata su iniziativa dell’ingegnere Giuseppe Colombo, utilizza il sistema Edison a corrente continua ed è destinata principalmente all’illuminazione. Nel 1884 nasce la società Edison, destinata a diventare uno dei maggiori gruppi elettrici italiani.

Il problema delle prime centrali era piuttosto semplice: con la corrente continua e le tensioni allora utilizzate non era conveniente trasportare grandi quantità di energia a distanze elevate. Le centrali dovevano quindi sorgere nelle immediate vicinanze delle utenze da alimentare, con la conseguenza che ogni città, e talvolta persino quartieri differenti della stessa città, potevano disporre di impianti autonomi.

La situazione comincia a cambiare con l’introduzione della corrente alternata e dei trasformatori, che permettono di aumentare la tensione per il trasporto dell’energia e ridurla nuovamente in prossimità delle utenze.

Nel 1892 viene realizzato il collegamento elettrico tra Tivoli e Roma, una delle prime importanti esperienze italiane di trasmissione dell’energia a distanza. Nel 1898 entra in servizio la centrale idroelettrica di Paderno d’Adda, che alimenta Milano attraverso una linea trifase lunga oltre 30 chilometri.

Questi sviluppi favoriscono la nascita di numerose società elettriche, spesso legate a imprenditori, banche e gruppi industriali locali. Tra il 1894 e il 1907 le società anonime attive nel settore passano da 18 a 175.

A differenza della telefonia, dove lo Stato interviene relativamente presto per disciplinare le concessioni territoriali, nel abbiamo scritto [qui], nell’industria elettrica si sviluppa progressivamente un sistema composto da grandi società private, imprese locali e aziende municipalizzate. Le prime tendono a espandersi attraverso acquisizioni e concentrazioni, mentre le seconde continuano a servire singoli comuni o territori limitati.

L’elettricità, inoltre, non serve più soltanto per illuminare le strade e le abitazioni. Diventa indispensabile per alimentare fabbriche, tramvie, ferrovie e nuovi processi produttivi. Di conseguenza, il controllo della produzione e della distribuzione elettrica assume un’importanza economica sempre maggiore.

L’industria elettrica italiana dalla Belle Époque alla Seconda guerra mondiale

Nei primi anni del Novecento l’industria elettrica italiana conosce una fase di grande espansione. Le piccole società locali cominciano progressivamente a essere assorbite da aziende più grandi, capaci di raccogliere i capitali necessari per costruire centrali idroelettriche, elettrodotti e reti di distribuzione sempre più estese. L’Italia, povera di carbone ma ricca di risorse idriche soprattutto lungo l’arco alpino, punta decisamente sull’energia idroelettrica. Non è soltanto una scelta tecnologica, ma anche economica: produrre elettricità sfruttando i corsi d’acqua significa ridurre la dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili. Si formano così alcuni grandi gruppi che finiscono per spartirsi buona parte del territorio nazionale. La Edison consolida la propria presenza in Lombardia e in altre regioni settentrionali, la Società Idroelettrica Piemontese (SIP) si afferma in Piemonte, la Società Adriatica di Elettricità (SADE) nel Veneto, la Centrale nell’Italia centrale e la Società Meridionale di Elettricità (SME) nel Mezzogiorno. In Sicilia assume un ruolo importante la Società Generale Elettrica della Sicilia (SGES). Naturalmente non si tratta di confini rigidi come quelli delle regioni amministrative. Le società controllano altre imprese, possiedono partecipazioni incrociate e stipulano accordi per la produzione e lo scambio dell’energia. Tuttavia, già intorno al 1910, la suddivisione territoriale del settore comincia ad assumere una configurazione abbastanza stabile.

Accanto alle grandi società private operano le aziende municipalizzate. La legge del 1903 consente ai comuni di assumere direttamente la gestione di determinati servizi pubblici, compresa la distribuzione dell’energia elettrica. A Roma, per esempio, nel 1909 nasce l’Azienda Elettrica Municipale, che nel 1912 inaugura la centrale Montemartini, destinata ad alimentare parte della città. La Prima guerra mondiale imprime un’ulteriore accelerazione alla domanda di energia. Le industrie metallurgiche, meccaniche e chimiche, impegnate nella produzione bellica, hanno bisogno di quantità crescenti di elettricità. Terminato il conflitto, l’espansione continua, sostenuta dall’industrializzazione e dalla progressiva diffusione degli impieghi elettrici. Negli anni Venti e Trenta vengono costruiti nuovi bacini artificiali, dighe, centrali e linee di trasmissione ad alta tensione. L’energia idroelettrica diventa una delle principali risorse strategiche del Paese, tanto più durante il fascismo, quando la politica autarchica attribuisce particolare importanza alla riduzione delle importazioni di carbone. La crescita è notevole: nel 1923 la potenza elettrica installata è di circa 2.000 MW, mentre nel 1934 raggiunge i 5.500 MW. Nello stesso periodo la produzione annua passa da meno di 5 miliardi a circa 12 miliardi di kWh.

Ma questa espansione richiede investimenti enormi. Le società elettriche dipendono in misura considerevole dai finanziamenti bancari e dalla possibilità di raccogliere capitali sul mercato. Quando arriva la crisi economica del 1929, anche il settore elettrico ne subisce le conseguenze. Nel 1933 viene costituito l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), dell’IRI ne abbiamo parlato [qui],con il compito di intervenire nella crisi del sistema bancario e delle imprese industriali ad esso collegate. Attraverso il salvataggio delle banche e l’acquisizione delle loro partecipazioni, lo Stato si ritrova a controllare anche importanti interessi nell’industria elettrica, tra cui quelli legati alla SIP e alla SME. È un passaggio significativo: quasi trent’anni prima della nazionalizzazione dell’ENEL, lo Stato italiano è già presente nell’industria elettrica come proprietario di partecipazioni e gruppi industriali. Non si tratta però di una gestione pubblica unitaria, perché le società continuano a operare in un sistema dominato da grandi gruppi territoriali, pubblici e privati.

Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, nel 1939, l’Italia dispone di una potenza elettrica installata prossima ai 6.000 MW e produce oltre 18 miliardi di kWh all’anno. Circa il 90% dell’energia proviene dagli impianti idroelettrici. La distribuzione geografica della produzione, però, è fortemente squilibrata: circa il 71% è concentrato nell’Italia settentrionale, il 17,5% in quella centrale e appena il 9,5% nel Mezzogiorno, con la restante quota nelle isole. L’Italia del 1940 possiede dunque un’industria elettrica moderna, capace di realizzare grandi opere ingegneristiche e di sostenere una parte importante dello sviluppo industriale nazionale. Ma non dispone ancora di un sistema elettrico pienamente integrato e uniforme. Le differenze territoriali, le caratteristiche delle reti locali e gli interessi delle singole società continuano a condizionare l’organizzazione del servizio. Poi arriva la guerra, con i bombardamenti, le distruzioni degli impianti e le difficoltà di approvvigionamento. Alla fine del conflitto, l’industria elettrica italiana dovrà affrontare una nuova sfida: ricostruire quanto è stato danneggiato e, soprattutto, fornire l’energia necessaria a un Paese che si prepara a una trasformazione economica senza precedenti.

La Seconda guerra mondiale e le distruzioni degli impianti elettrici

Con l’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940, l’industria elettrica assume un’importanza strategica ancora maggiore. Le centrali alimentano le fabbriche impegnate nella produzione bellica, le ferrovie elettrificate e tutte quelle infrastrutture indispensabili al funzionamento del Paese. Con l’intensificarsi dei bombardamenti alleati e, soprattutto, con la ritirata tedesca lungo la penisola dopo l’armistizio del settembre 1943, centrali, sottostazioni ed elettrodotti diventano obiettivi militari oppure vengono deliberatamente sabotati. Le distruzioni, tuttavia, non sono distribuite uniformemente: mentre nell’Italia settentrionale una parte considerevole degli impianti viene preservata, anche perché indispensabile alle industrie che continuano a lavorare per la Germania, nell’Italia centrale i danni raggiungono proporzioni impressionanti.

Secondo i dati raccolti dalla Commissione economica del Ministero per la Costituente, durante la guerra vengono messi fuori servizio circa 1.191 MW di potenza idroelettrica, pari al 22,8% di quella disponibile prima delle distruzioni. Nell’Italia centrale la percentuale raggiunge addirittura l’87,6%, contro il 48,3% del Mezzogiorno e il 9,4% del Nord. In alcune regioni la situazione è ancora più grave: in Abruzzo e Molise viene colpito il 96% della potenza idroelettrica, in Umbria l’87%, nel Lazio il 79%, in Toscana il 66% e nelle Marche il 64%. Ma i danni non riguardano soltanto gli impianti idroelettrici. L’Italia dispone anche di centrali termoelettriche alimentate a carbone e derivati del petrolio, oltre agli impianti geotermici di Larderello, in Toscana, che vengono quasi completamente distrutti. Alle distruzioni materiali si aggiunge poi la scarsità di combustibili, che impedisce di utilizzare pienamente anche parte delle centrali rimaste efficienti.

La situazione complessiva degli impianti di produzione elettrica ancora fuori servizio alla fine del 1945, comprendendo centrali idroelettriche, termoelettriche e geotermiche, può essere riassunta nella seguente tabella:

Area geografica Potenza di riferimento (MW) Fuori servizio a fine 1945 (MW) Percentuale
Italia settentrionale 4.598 115 2,5%
Italia centrale 921 535 58,1%
Italia meridionale 522 202 38,7%
Sardegna 103 49 47,6%
Sicilia 93 28 30,1%
Totale Italia 6.237 929 14,9%

Fonte: elaborazione dai dati della Commissione economica per la Costituente, Rapporto, vol. II, Industria, 1947, pp. 89–90. Le potenze di riferimento sono prevalentemente del 1942, mentre per l’idroelettrico settentrionale è utilizzato il dato dell’aprile 1945. Le percentuali rappresentano la potenza ancora fuori servizio alla fine del 1945, dopo i primi interventi di ripristino, e non la totalità dei danni subiti durante il conflitto.

La notevole differenza tra le distruzioni registrate nell’Italia settentrionale e quelle dell’Italia centrale è ancora più significativa se consideriamo che la guerra aveva attraversato il Centro-Sud molto prima di raggiungere le regioni settentrionali. Alla fine del 1945 erano trascorsi oltre due anni dalla liberazione della Sicilia, circa un anno e mezzo da quella di Roma e soltanto otto mesi dalla fine dei combattimenti nel Nord Italia. Ma questo vantaggio temporale era in buona parte teorico: gran parte dell’industria italiana che produceva cavi, trasformatori, alternatori e apparecchiature elettriche era concentrata proprio nelle regioni settentrionali, rimaste sotto occupazione tedesca fino alla primavera del 1945. Aziende come Pirelli, Breda e Tecnomasio Italiano Brown Boveri rappresentavano una parte importante di quella capacità produttiva, difficilmente sostituibile nell’immediato. Di conseguenza, anche nelle regioni già liberate, riparare una centrale o ricostruire un elettrodotto poteva diventare un’impresa complicata dalla mancanza dei materiali necessari, oltre che dalle difficoltà dei trasporti. Durante la ritirata lungo la penisola, inoltre, le truppe tedesche avevano avuto il tempo di predisporre demolizioni sistematiche di centrali, sottostazioni ed elettrodotti, mentre al Nord l’insurrezione partigiana dell’aprile 1945 e il rapido collasso delle forze tedesche contribuirono a salvare numerosi impianti. Il risultato fu che, alla fine del conflitto, una parte consistente del patrimonio elettrico settentrionale era ancora utilizzabile, mentre il Centro-Sud doveva affrontare contemporaneamente le conseguenze delle distruzioni e le difficoltà di approvvigionamento dei materiali necessari alla ricostruzione.

Le conseguenze della guerra si riflettono inevitabilmente sulla produzione nazionale. Dai circa 20,8 miliardi di kWh del 1941 si scende a 12,6 miliardi nel 1945, con una contrazione prossima al 40%. Non tutte le difficoltà dipendono però dalla distruzione delle centrali: anche gli elettrodotti danneggiati, le interruzioni dei collegamenti, la scarsità di combustibili e il disordine economico contribuiscono a ridurre la disponibilità di energia. La ricostruzione procede comunque rapidamente in molte zone del Paese e già nel 1947 la produzione elettrica nazionale torna ad avvicinarsi ai livelli precedenti al conflitto. Ma riparare le centrali non basta: l’Italia deve contemporaneamente ampliare la propria capacità produttiva, estendere le reti di distribuzione e prepararsi a soddisfare una domanda di energia destinata a crescere enormemente negli anni del miracolo economico.

Dalla ricostruzione alla nazionalizzazione: 1946–1962

Terminata la guerra, l’industria elettrica italiana si trova davanti a un duplice problema: riparare gli impianti danneggiati e, contemporaneamente, aumentare la produzione per sostenere la ricostruzione del Paese. Le grandi società elettriche riprendono gli investimenti, vengono ripristinate centrali e linee di trasmissione e si avviano nuovi progetti per sfruttare le risorse idriche ancora disponibili. Ma l’Italia del dopoguerra sta cambiando rapidamente. Le industrie ricominciano a produrre, le città si espandono e nelle abitazioni entrano progressivamente frigoriferi, lavatrici, televisori e altri apparecchi che fino a pochi anni prima erano considerati beni di lusso. L’elettricità non è più soltanto una risorsa per le fabbriche e l’illuminazione: diventa un elemento indispensabile della vita quotidiana.

Negli anni Cinquanta la domanda di energia cresce a ritmi sostenuti e le società elettriche rispondono costruendo nuove centrali e ampliando quelle esistenti. Ma si verifica anche un cambiamento importante nella produzione: l’energia idroelettrica, che aveva dominato il settore italiano per decenni, comincia a perdere terreno rispetto alla termoelettrica. Le possibilità di realizzare nuovi grandi impianti idroelettrici economicamente convenienti non sono illimitate, mentre le centrali alimentate a carbone e prodotti petroliferi possono essere costruite vicino ai grandi centri industriali e alle zone di maggiore consumo. Tra il 1950 e il 1962 la produzione termoelettrica italiana passa da circa 1,8 a oltre 23 miliardi di kWh, trasformando profondamente la struttura del settore. Non si tratta quindi di un’industria immobile o incapace di investire, ma di un sistema che sta affrontando una crescita eccezionale della domanda.

Il problema è che questa crescita non avviene in maniera uniforme. Le grandi aree industriali del Nord assorbono quantità sempre maggiori di energia, mentre molte zone rurali e montane, soprattutto nel Mezzogiorno, continuano a presentare carenze nella distribuzione. Per una società elettrica privata, realizzare chilometri di linee per alimentare poche abitazioni può rappresentare un investimento scarsamente remunerativo. Le aziende municipalizzate, dal canto loro, devono spesso confrontarsi con bilanci comunali limitati e tariffe mantenute contenute anche per ragioni sociali e politiche, con conseguenti difficoltà nel finanziare l’ammodernamento delle reti. Naturalmente la situazione varia notevolmente da un’azienda all’altra: le grandi municipalizzate di Milano e Roma dispongono di risorse ben diverse da quelle di un piccolo comune. Rimane però il fatto che il sistema elettrico italiano è ancora composto da numerose realtà con dimensioni, capacità finanziarie e caratteristiche tecniche differenti.

A questa frammentazione si aggiunge un problema di organizzazione generale. Le grandi società elettriche hanno sviluppato reti di trasmissione e accordi per lo scambio dell’energia, ma la programmazione degli investimenti rimane legata anche agli interessi dei singoli gruppi. Un nuovo impianto deve essere valutato non soltanto in funzione delle necessità del Paese, ma anche della convenienza economica dell’impresa che lo realizza. D’altra parte, concentrare tutto nelle mani dello Stato non garantisce automaticamente una gestione migliore: le società private hanno dimostrato di possedere competenze tecniche, capacità industriali e risorse finanziarie che hanno contribuito in maniera determinante allo sviluppo dell’elettrificazione italiana.

È proprio su questo punto che, tra gli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, si sviluppa un confronto politico sempre più acceso. I sostenitori della nazionalizzazione ritengono che l’energia elettrica sia un servizio essenziale e che produzione, trasmissione e distribuzione debbano essere programmate nell’interesse generale, garantendo condizioni più uniformi su tutto il territorio nazionale. Gli oppositori, invece, temono che il passaggio a un monopolio pubblico comporti inefficienze, costi elevati e la perdita della capacità imprenditoriale delle società esistenti. La discussione, quindi, non riguarda soltanto le tariffe o le differenze di tensione che abbiamo incontrato all’inizio dell’articolo, ma il ruolo stesso dello Stato nell’economia italiana.

Alla vigilia del 1962 l’Italia dispone ormai di un’industria elettrica notevolmente sviluppata, ma anche di un sistema articolato in grandi gruppi privati, società a partecipazione pubblica, aziende municipalizzate e piccoli operatori locali. La nazionalizzazione non comporterà però l’assorbimento automatico di tutte le municipalizzate. La legge del 6 dicembre 1962 prevederà infatti una disciplina particolare per le imprese degli enti locali, che potranno richiedere il trasferimento all’ENEL oppure continuare a operare attraverso un’apposita concessione. Per molti piccoli comuni, liberarsi della gestione di reti elettriche che richiedevano investimenti continui e difficilmente sostenibili rappresentava una soluzione conveniente, mentre le grandi municipalizzate, che disponevano di un numero elevato di utenti e potevano generare utili significativi, avevano tutto l’interesse a proseguire l’attività. Si spiega così perché alcune aziende elettriche comunali siano sopravvissute alla nazionalizzazione, trasformandosi nel corso dei decenni in società e gruppi industriali ancora oggi presenti sul mercato. È in questo contesto, e non in quello di un settore industriale fallimentare, che matura la decisione politica di creare un ente nazionale per l’energia elettrica.

 

La nascita dell’ENEL e la liberalizzazione del mercato elettrico: 1962–2007

Il 6 dicembre 1962, con la legge n. 1643, nasce l’Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, meglio conosciuto come ENEL. La decisione arriva durante il  IV governo Fanfani sostenuto dall’esterno dai socialisti e rappresenta uno dei passaggi fondamentali della politica di centro-sinistra. L’obiettivo è riunire sotto un’unica gestione nazionale gran parte delle attività di produzione, trasmissione e distribuzione dell’elettricità. Nel corso del 1963 comincia il trasferimento di circa 1.270 imprese elettriche, dalle grandi società come Edison, SADE e SIP fino a numerosi operatori minori. Le aziende nazionalizzate non vengono semplicemente confiscate: la legge prevede indennizzi calcolati secondo criteri differenti in funzione delle caratteristiche delle società, da corrispondere nell’arco di dieci anni a partire dal luglio 1963. Le società proprietarie possono quindi proseguire altre attività industriali o finanziarie, mentre impianti, reti e personale del settore elettrico confluiscono progressivamente nel nuovo ente. Restano invece alcune eccezioni, tra cui le municipalizzate autorizzate a continuare l’attività. 

Ma creare l’ENEL sulla carta è una cosa, far funzionare come un’unica organizzazione centinaia di aziende differenti è tutt’altra faccenda. Il nuovo ente eredita centrali, dighe, elettrodotti, cabine di trasformazione, contatori e soprattutto sistemi di distribuzione sviluppati secondo criteri diversi. Occorre uniformare procedure, organizzazione tecnica e manutenzione, oltre a proseguire l’ammodernamento delle reti locali, dove sopravvivono tensioni differenti e impianti ormai superati. Nel frattempo, la domanda di elettricità continua a crescere e l’ENEL deve aumentare rapidamente la capacità produttiva. In meno di dieci anni questa viene raddoppiata, mentre vengono realizzati nuovi collegamenti ad alta tensione e cavi sottomarini per migliorare l’integrazione della rete nazionale. L’elettrificazione raggiunge oltre mezzo milione di abitazioni rurali che ne erano ancora prive e all’inizio degli anni Settanta circa il 99% delle abitazioni italiane risulta servito dall’elettricità. In altre parole, il problema non è più soltanto produrre energia sufficiente, ma portarla dove serve e garantire una qualità del servizio il più possibile uniforme.  

L’espansione del sistema elettrico si accompagna però a scelte industriali non sempre semplici. L’Italia continua a dipendere fortemente dai combustibili importati e la crisi petrolifera del 1973 dimostra quanto questa dipendenza possa essere pericolosa. Diventa quindi necessario diversificare le fonti energetiche, aumentando il ricorso al carbone, sviluppando nuovi impianti e valutando con maggiore attenzione l’energia nucleare. Quest’ultima, peraltro, non è una novità introdotta dall’ENEL: le centrali di Latina, Garigliano e Trino erano state progettate prima della nazionalizzazione e vengono progressivamente affidate al nuovo ente. Nel 1964 l’Italia è addirittura il terzo Paese occidentale per potenza nucleare installata, dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. Successivamente viene realizzata la centrale di Caorso, mentre negli anni Ottanta prende forma il progetto di Montalto di Castro, destinato a diventare uno dei più controversi della storia energetica italiana. 

Il disastro di Černobyl’ dell’aprile 1986 contribuisce a modificare profondamente l’atteggiamento dell’opinione pubblica italiana nei confronti dell’energia nucleare, alimentando un’opposizione che si era già manifestata negli anni precedenti. Nel novembre 1987 si svolgono tre referendum abrogativi riguardanti alcuni aspetti della legislazione nucleare, conclusi con una netta vittoria dei favorevoli all’abrogazione. I quesiti non prevedono direttamente la chiusura delle centrali, ma il loro risultato determina una svolta politica che porta all’abbandono del programma elettronucleare nazionale e alla progressiva fermata degli impianti esistenti. Emblematico è il caso di Montalto di Castro, dove la costruzione di una grande centrale nucleare era stata accompagnata da anni di manifestazioni, blocchi degli accessi al cantiere e tensioni che in diverse occasioni erano degenerate in scontri con le forze dell’ordine, cariche e impiego di lacrimogeni. Il progetto nucleare viene abbandonato e nell’area viene realizzata la centrale termoelettrica Alessandro Volta, che raggiunge una potenza installata di 3.600 MW. Anche questa soluzione, tuttavia, conosce un progressivo ridimensionamento, con la definitiva cessazione dell’attività dei quattro grandi gruppi a vapore tra il 2015 e il 2016 e successive ipotesi di riconversione dell’area, fra cui un progetto di porto turistico mai concretizzato. Per l’ENEL, la rinuncia al nucleare comporta una profonda revisione della strategia industriale, con un sistema elettrico nazionale che continua a fare affidamento soprattutto sulla produzione termoelettrica, sull’idroelettrico e sulle importazioni di energia dall’estero.

Nel frattempo, anche l’organizzazione dell’ente sta cambiando. Il 1992 segna una svolta fondamentale: con il decreto-legge n. 333, successivamente convertito nella legge n. 359, l’ENEL viene trasformato da ente pubblico economico in società per azioni, inizialmente interamente controllata dallo Stato. Non si tratta ancora di una privatizzazione completa, ma del primo passo verso un modello societario diverso, nel quale l’azienda deve confrontarsi sempre più con criteri di redditività, bilanci e mercato. Nel 1995 viene istituita l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, destinata a svolgere funzioni di regolazione e controllo in un settore che si prepara ad abbandonare il monopolio.  

Un’altra attività meno conosciuta dell’ENEL è quella legata alle telecomunicazioni. Per gestire una rete elettrica nazionale, l’ente aveva sviluppato fin dalle origini un proprio sistema di comunicazioni, utilizzando collegamenti telefonici, ponti radio, onde convogliate e, successivamente, fibra ottica. Di questa particolare infrastruttura abbiamo già raccontato la storia nell’articolo La rete di telecomunicazioni dell’ENEL. Qui ci interessa soprattutto il fatto che, negli anni Novanta, quella rete avrebbe contribuito a portare l’ENEL in un settore apparentemente lontano dalla produzione e distribuzione dell’energia elettrica ovvero  la telefonia.

Nel 1997 l’ENEL entra così direttamente nel mercato telefonico fondando Wind insieme a France Télécom e Deutsche Telekom. La nuova società sviluppa servizi di telefonia fissa, mobile e accesso a Internet, utilizzando anche infrastrutture trasmissive messe a disposizione dall’ENEL. Nel 2001 viene acquisita Infostrada, successivamente incorporata in Wind, e nel 2003 l’ENEL diventa l’unico azionista della società telefonica. È un passaggio curioso: un’azienda nata per distribuire energia elettrica si ritrova a competere direttamente con Telecom Italia, sfruttando in parte le infrastrutture sviluppate per la gestione della propria rete. L’esperienza si conclude progressivamente a partire dal 2005, quando l’ENEL decide di concentrarsi nuovamente sulle attività energetiche e cede il controllo di Wind alla Weather Investments dell’imprenditore Naguib Sawiris.  

Ma la trasformazione più importante riguarda proprio il mercato elettrico. Il decreto legislativo n. 79 del 16 marzo 1999, conosciuto come decreto Bersani, avvia la liberalizzazione del settore in attuazione delle direttive europee. L’ENEL perde progressivamente il monopolio della produzione e della vendita dell’energia, mentre le diverse attività vengono separate sul piano societario e organizzativo. Nascono così Enel Produzione, Enel Distribuzione e Terna, quest’ultima inizialmente proprietaria di gran parte della rete nazionale di trasmissione ad alta tensione, la cui gestione operativa viene invece affidata al Gestore della Rete di Trasmissione Nazionale (GRTN), soggetto a controllo pubblico. Per favorire la concorrenza, l’ENEL deve inoltre ridurre la propria quota di capacità produttiva cedendo importanti impianti ad altri operatori. Nel novembre 1999 la società viene quotata in Borsa attraverso una grande offerta pubblica di azioni, che segna l’avvio della privatizzazione parziale del gruppo. Nel 2005, con l’uscita dell’ENEL dal capitale di Terna e il trasferimento a quest’ultima delle funzioni operative del GRTN, vengono riunificate la proprietà e la gestione della rete nazionale di trasmissione.

La liberalizzazione procede gradualmente. Inizialmente soltanto i grandi consumatori industriali possono scegliere il proprio fornitore di energia elettrica; successivamente questa possibilità viene estesa alle imprese più piccole e alle attività commerciali. Il passaggio definitivo arriva il 1° luglio 2007, quando anche le famiglie italiane ottengono il diritto di scegliere liberamente da quale società acquistare l’energia elettrica. Non significa però che ogni venditore debba costruire una propria rete di distribuzione: i cavi, i trasformatori e i contatori continuano a essere gestiti dai distributori territoriali, mentre la vendita dell’energia diventa un’attività aperta alla concorrenza. Vengono inoltre mantenuti appositi regimi di tutela per i consumatori che non scelgono un’offerta del mercato libero.  

Si conclude così un percorso iniziato quarantacinque anni prima. Nel 1962 lo Stato aveva riunito gran parte dell’industria elettrica italiana in un unico ente pubblico per coordinare gli investimenti, estendere il servizio e superare la frammentazione del sistema. Nel 2007, dopo decenni di sviluppo tecnologico e industriale, quello stesso settore viene organizzato secondo un modello differente, nel quale produzione e vendita sono aperte alla concorrenza, mentre le reti rimangono infrastrutture regolate. E il nostro appuntato scelto Antonio Russo, con il quale abbiamo iniziato questa storia? Se fosse arrivato a Venezia qualche decennio più tardi, probabilmente non avrebbe dovuto preoccuparsi della tensione elettrica,  la progressiva unificazione degli standard di distribuzione aveva ormai eliminato le differenze che caratterizzavano le vecchie reti locali. Avrebbe potuto portarsi dietro il frigorifero da Roma, senza doverlo sostituire. L’ENEL, nel frattempo, da monopolista pubblico nazionale si era trasformata in un grande gruppo industriale, protagonista di un mercato profondamente diverso da quello nel quale era nata, con una presenza sempre più significativa all’estero e la partecipazione a importanti progetti energetici internazionali.

 

Le Fonti

 

Archivio Storico ENEL – La nostra storia. Ricostruzione delle origini dell’industria elettrica italiana, della nazionalizzazione del 1962 e dello sviluppo del sistema elettrico nazionale. https://www.enel.com/it/azienda/chi-siamo/la-nostra-storia

Ministero per la Costituente, Commissione economica – Rapporto, vol. II, Industria, Roma, 1947, pp. 89–90. Dati sulle distruzioni belliche e sulla potenza elettrica ancora fuori servizio alla fine del 1945.

Ministero della Cultura – SIUSA – Ente nazionale per l’energia elettrica (ENEL). Storia dell’ente, acquisizione delle 1.270 imprese elettriche e trasformazione societaria del 1992. https://siusa-archivi.cultura.gov.it/cgi-bin/siusa/pagina.pl?Chiave=53143&RicLin=en&TipoPag=prodente

Legge 6 dicembre 1962, n. 1643 – Istituzione dell’Ente nazionale per l’energia elettrica e trasferimento ad esso delle imprese esercenti le industrie elettriche. https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:legge:1962-12-06;1643

Decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333, convertito dalla legge 8 agosto 1992, n. 359 – Misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica. Trasformazione dell’ENEL in società per azioni. https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legge:1992-07-11;333

Decreto legislativo 16 marzo 1999, n. 79 – Attuazione della direttiva 96/92/CE recante norme comuni per il mercato interno dell’energia elettrica. Decreto Bersani. https://www.normattiva.it/uri-res/N2Ls?urn:nir:stato:decreto.legislativo:1999-03-16;79

ARERA – Avvio del procedimento per la quantificazione dei corrispettivi di funzionamento di Terna e GRTN, deliberazione 290/05. Documentazione relativa all’unificazione della proprietà e della gestione della rete nazionale nel 2005. https://www.arera.it/atti-e-provvedimenti/dettaglio/05/290-05

ENEL – Approvati i risultati dell’esercizio 2001, comunicato del 28 marzo 2002. Documentazione sull’acquisizione di Infostrada e sulle attività di Wind. https://www.enel.com/it/media/esplora/ricerca-comunicati-stampa/press/2002/03/enel-approvati-i-risultati-esercizio-2001

ENEL – ENEL cede Wind a Weather, comunicato del 26 maggio 2005. https://www.enel.com/it/media/esplora/ricerca-comunicati-stampa/press/2005/05/enel-cede-wind-a-weather

 ARERA – Energia: su internet «1° luglio – Istruzioni per l’uso», una guida all’apertura del mercato elettrico, comunicato del 29 giugno 2007. https://www.arera.it/comunicati-stampa/dettaglio/it/com-stampa/07/cs_070629

 Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani – Enciclopedia Italiana e approfondimenti storici sull’industria elettrica italiana, la nazionalizzazione e l’evoluzione dell’ENEL. https://www.treccani.it/